A celare quest'angoscia senza requie, ella impiegava ogni sforzo. Ma se la sua parola, penosamente cercata, poteva indurre in inganno, il suo aspetto la tradiva. Una tinta livida si stendeva ne' suoi lineamenti: nelle fonde pupille brune permaneva l'intensità di sguardo propria agli allucinati: nelle sue mani pallide erano dei rapidi sussulti, che le contraevano spasmodicamente.

Mattia vedeva. Nella vigilante attenzione, ond'egli con l'animo sospettoso, circondava ora sua moglie, tutto ciò che ella tentava di nascondergli, appariva con evidenza più allarmante dinanzi al suo pensiero. L'odiosa ipotesi, che gli era balenata nello scorgere l'abbattimento di Loreta quand'egli le ebbe appreso la partenza del Polverari, era ora sovrana del suo spirito. Egli sentiva ormai incrollabile la certezza che quell'amore, non ispento mai, rinato violentemente, avrebbe creato fra lui e sua moglie un vuoto ed una freddezza, che nulla avrebbe potuto più far sparire. Alvise Polverari, lontano, lontano per sempre, sarebbe stato pure presente ognora in mezzo ad essi, involontario distruggitore della loro felicità.... Era questo il decreto del destino: ed era inutile contro di esso ogni lotta ed ogni ribellione.

Così un incubo penoso regnava ora diuturnamente nella casa. Sparite le antiche consuetudini, rallentato ogni rapporto confidenziale, pareva che un soffio sinistro di sventura avesse recato in tutta la casa, prima così patriarcalmente quieta, un malurioso senso di mestizia.

Mattia Sant'Angelo nel breve giro di venti giorni parea invecchiato di dieci anni. Silenzioso, fiacco, trasandato nella persona, passava lunghe ore nella campagna, senza leggere, senza far nulla, cogli occhi persi nella lontananza. Nello studio entrava di raro, per pochi minuti, lasciando intatti i libri nuovi, i giornali, le lettere, che giungevano ogni mattina. La vecchia Vige, avvezza alle abitudini regolarissime della casa, la quale (per dir la sua frase) soleva "andare come un orologio", giudicava che ben gravi dovessero essere le ragioni se tutto in poco d'ora s'era così stranamente mutato.

Della prostrazione in cui il Sant'Angelo trovavasi Loreta aveva piena consapevolezza. E comprendendo come quella gagliarda fibra d'uomo si veniva stremando sotto il peso delle sue acerbe preoccupazioni, minato nella salute, scoraggito nel lavoro, sentiva levarsi sempre più severa la voce di rimprovero, da cui era senza posa incalzata.

In tal modo cominciò per lei una vita di torture incessanti, che s'inasprivano spietatamente, di continuo, talvolta per una sola parola, talvolta per qualche semplicissimo fatto, a cui ella, nella perenne trepidazione della sua mente, attribuiva i più desolanti significati.

Così fu per lei un'indicibile sofferenza un dialogo, cui ella dovette assistere un giorno, fra suo marito e il loro vecchio amico, il conte Leonardo Mangilli. L'ottimo conte orso, il quale coll'andare degli anni diventava sempre meno socievole, tanto che ora pareva un miracolo se mai si decideva a lasciare anche per poco il suo delizioso romitorio di Collalto, aveva fatto sempre un'eccezione a' suoi usi per la famiglia Sant'Angelo. Veniva di raro, ma cordialmente, come ad una festa. Egli, che l'avea sempre con tutto il mondo giudicandolo composto pressochè interamente di birbe e di matti, continuava la sua antica stima al Sant'Angelo, di cui aveva apprezzato in ogni istante le rare doti dell'intelligenza e del cuore. Ruvido nelle forme, questo suo sentimento l'aveva affermato cento volte. E vi si appellava anche quel giorno, volendo spiegare la ragione della sua visita.

Ma la ragione citata non era la vera, o forse, per dire più esattamente, non era la sola.

Delle dicerie che correvano pel paese l'eco era giunta fino al romitorio di Collalto: si parlava vagamente di gravi dispiaceri domestici in casa Sant'Angelo, si narrava di una forte scossa nella salute del professore, soggiungendosi anche ch'egli non potesse più reggere a fatiche della mente, così che aveva pur dato rinuncia a varî ufficî pubblici, da lui per tanti anni tenuti nel paese con appassionata operosità.

Il conte Nardin, che ricordava il passato, la parte da lui avuta nel matrimonio del Sant'Angelo e tutte le sorde inimicizie di cui quest'ultimo era pur sempre l'oggetto, volle persuadersi subito di quanto fosse avvenuto.