Prese la lettera e d'uno slancio tornò verso il letto.
--Perdonami, Mattia, perdonami. Ho tanto sofferto....
Loreta non potè proseguire. I suoi occhi si velarono, un singulto le troncò la voce, e ricadde come prima in un sopore profondo.
Da questo ella non uscì più. Il medico chiamato in fretta non potè dir nulla: il male continuava il suo corso; la crisi, benchè sciaguratamente molti indizî negativi fossero già apparsi, poteva tuttavia compiersi ancora, all'ultimo istante, in senso favorevole.
La Vige cogli occhi pieni di lagrime venne al padrone e con poche parole lo pregò di mandare qualcuno a Udine perchè venisse don Letterio: pareva a lei, nella sua povera fede di contadina, ch'egli avrebbe potuto con la sua presenza determinare un miracolo. Il Sant'Angelo accondiscese immantinente, volle anzi che a malgrado dell'ora tarda e del pessimo tempo il ragazzo partisse subito col carrozzino.
Mattia rimase poi solo nella stanza dell'ammalata e abbandonato in una poltrona, con lo sguardo intento nel suo viso sofferente, parea stesse scrutando se la crisi, di cui il medico aveva forse per ingannarlo parlato, non accennasse con qualche lieve segno a manifestarsi.
La serata era cruda. Fuori, sulla campagna, il vento s'era levato con insolita furia. Seguendo il consiglio del medico, un buon fuoco--il primo di quella invernata, che si annunciava in così tetro modo--era stato acceso. E nella camera non era che una fioca luce, piovente dalla lampada velata, e il bagliore rossastro che gittava a intermittenze la fiammata del camino.
Immoto al suo posto, il professore per lungo tempo non avea saputo staccare gli occhi da Loreta, poi ad un tratto, quasi macchinalmente, cercò nella tasca del petto la lettera, che vi aveva rapidamente deposta poco prima. E strettala per un istante fra le dita, la lasciò subito cadere, come preso da un istintivo orrore, sul tavolo che gli stava dinanzi.
Il tempo scorreva lentissimo: sempre in quella stanza, ove ora l'atmosfera s'era fatta caldissima, durava penoso il respiro greve dell'ammalata: fuori, intorno alla villa isolata, sempre il rombo cupo del vento, che incalzava coll'avanzar della notte.
E il professore, in quell'ora lugubre, dinanzi a quel foglio ov'era l'ultima parola del segreto fra lui e Loreta, la confessione estrema di tutto ciò che aveva deciso irreparabilmente la perdita d'ogni suo bene, ebbe come una rapida visione di tutto il passato: sentì, nel fondo dell'anima, risorgere tutta la lotta de' suoi affetti. Egli ripensò alla crudeltà del destino che l'aveva gittato fra quelle due anime, ancor legate da tanta tenacia di sentimenti, obbedienti ancora ai richiami imperiosi de' ricordi e della giovinezza: ed anche ripensò, con un'amarezza infinita, a tutto ciò onde egli era debitore ad Alvise Polverari, a quanto egli doveva alla misera donna che ora moriva, che gli aveva chiesto il suo perdono e ch'egli sentiva di amare ancora, sempre, immensamente.