Cotesta idea lo inasprì vivamente. Le sofferenze proprie gli parvero avessero ad un tratto perduto la loro insistente asprezza. E assorbito completamente in questo nuovo pensiero, si sentì riardere d'ira contro i vili, che non paghi del male a lui fatto, avevano per fermo voluto gittare il turbamento anche nell'anima di quella povera donna.
Incapace di appigliarsi ad alcun partito e tormentato ognor più acerbamente da tanta indecisione, un lampo di luce balenò al professore nel leggere una breve lettera che gli giunse improvvisamente da Udine da parte di don Letterio Prandina.
L'ottimo prete chiedeva di avere con lui un abboccamento: si trattava di cosa delicata, risguardante lui stesso e Loreta Lambertenghi: era costretto a pregarlo di venire in Udine non potendo egli, in causa di malferma salute, recarsi al paese.
Il professore non frappose ritardo. Letta appena la lettera, chiamò Agnul perchè allestisse il carrozzino e, fatta avvertire la Lambertenghi che recavasi in città per affari, si mise tosto in via.
Mai come in quel giorno il cavallino di casa fu costretto a percorrere di un trotto continuo e serrato il lungo stradone polveroso, che congiunge con una linea retta Tricesimo a Udine.
In men d'un'ora il professore giunse alla meta e, lasciato il carrozzino al solito stallaggio dell'Albergo Italia, se ne andò rapidamente alla casa di don Letterio, posta appunto in quei pressi, non lunge dal palazzo arcivescovile.
Egli trovò il vecchio prete nella sua stanza da lavoro. Benchè ammalato, don Letterio sedeva alla sua scrivania e, con gli occhiali a cavalcioni del naso, stava ordinando un voluminoso pacco di atti. La stanza, che il Sant'Angelo conosceva benissimo, era quasi povera: mobili vecchi coperti d'una stoffa che il tempo aveva scolorato, moltissimi libri ammontati un po' dappertutto, due o tre rozzi disegni a penna incorniciati di nero e rappresentanti alcune vedute de' paesi ove il prete era stato da giovane in missione: unico ornamento appariscente sulla nudità delle bianche pareti un grande crocefisso, pregevolissima opera di scultura in legno. Sul tavolo, in un bicchiere di cristallo alcune grosse rose rosse.
Quando il professore entrò, don Letterio alzò il capo da' suoi scartafacci e tendendogli la magra mano bianchissima, lo salutò con affetto:
--Siete venuto presto, Mattia. Così va bene; vi ringrazio.
--Mi ringraziate, don Letterio? Che cosa dovrei dir io a voi per la bontà vostra? E la salute?