Così trascorse un anno, ne trascorsero due; e il tempo, passato senza turbamento alcuno, parve ad essi breve come un lampo. Il modo della loro vita semplicissimo e modesto li metteva in sicurezza contro quegli assalti della malignità, che quasi sempre muovono dalle altrui invidie. E il prete Morganti, che rammaricavasi tra sè d'essere stato così bugiardo profeta, evitava di parlare del suo nemico, mascherando sotto l'aspetto dell'indifferenza l'aspettazione impaziente del giorno per lui avventurato, in cui qualche grosso nuvolone venisse ad addensarsi sulla casa dei Sant'Angelo.

Però per quanto il pretaccio spiasse nell'ombra l'arrivo del temporale e ne affrettasse il momento coi più cocenti voti, tutto parea congiurare perchè i suoi pii desideri non avessero soddisfazione. Anzi troppo spesso, in cambio di quanto stava nelle sue speranze, gli toccava d'invelenirsi il sangue sempre di più, per le molte contentezze che ai Sant'Angelo capitavano e per il bene che diceasi di loro in tutto il paese.

E per vero eran sì nobili e frequenti gli atti di munificenza, che il professore, secondo l'antica tradizione della famiglia, esercitava, da conciliargli con la gratitudine de' beneficati la stima generale.

Cosi l'anniversario del suo matrimonio aveva egli voluto solennizzare con un'opera di carità tanto squisitamente pensata da doverne ottenere il plauso di tutti.

A Tricesimo mancava fino lì un asilo infantile regolato secondo le norme igieniche e didattiche, che si richiedono dalle esigenze odierne per siffatti istituti. Più e più volte il Comune, che pur provvede con lodevole larghezza alla scuola popolare, aveva progettato di aprire uno di questi stabilimenti desiderato vivissimamente da tutto il paese. Ma l'attuazione del progetto dovette essere sempre aggiornata per molte difficoltà, tra le quali non ultima la mancanza di adatti e corrispondenti locali.

Fu a questo che il Sant'Angelo volle provvedere offerendo al Municipio l'uso gratuito per un lungo numero d'anni d'una piccola casa ch'egli possedeva in capo al paese: la stessa casa dove tanti decenni innanzi i Sant'Angelo avevano cominciata la loro fortuna e dove qualche vecchio ricordava ancora l'antica caffetteria; in cui il nonno Sant'Angelo, col berretto di velluto e gli occhiali sul naso, recitava allegramente agli avventori le sue gustose strofette dialettali.

Con quanto plauso quest'atto nobilissimo fosse accolto non è da dire. Ma il professore non volle saperne di ringraziamenti, nè tollerò che si facesse in quel proposito pubblicità alcuna. Al sindaco e agli assessori, che vennero a manifestargli la riconoscenza del Municipio, rispose con molta semplicità pregandoli che di quell'argomento non si facessero altre parole e sforzandosi a convincerli come a conti fatti la sua offerta si risolvesse in una cosa di ben esiguo valore.

I soliti brontoloni del Caffè della Posta, ebbero un bello stillarsi i cervelli per esercitare anche in questo caso la loro parte di denigratori sistematici. Essi di meglio non seppero trovare, se non l'affermazione che dopo tutto il professore non faceva certo un grande sacrificio col cedere quella sua "vecchia baracca" dove, in mancanza d'inquilini, ballavano da gran tempo i topi. Però queste buone lane dovettero smettere per forza anche coteste asserzioni, quando s'avvidero com'esse facevano manifestamente ai pugni col vero. Per l'autunno seguente quella ch'essi chiamavano la "vecchia baracca" era bella e pronta per accogliere i piccoli allievi. La casina, ridipinta a nuovo e convenientemente ridotta alla novella destinazione, aveva un aspetto pieno di gaiezza. Due belle sale spaziose e chiare s'aprivano sopra un piccolo giardino; e sulla facciata bianca a grosse lettere nere spiccava la scritta ancor fresca di colore: "Asilo infantile municipale."

Il professore e sua moglie a quei preparativi prendevano il massimo interesse. Loreta, ricordevole sempre del tempo passato come maestra in istituti di quel genere, si compiaceva di cooperare anche da parte sua con qualche consiglio. E fu lei stessa che, attendendosi la maestra già nominata dal Municipio, provvide volontariamente di persona a parecchie minute disposizioni inerenti all'apprestamento dell'asilo.

E mentre il Sant'Angelo, un po' tra gli studî, un po' con tali cure, vedeva trascorrere tranquille le sue giornate, un altro e grandissimo motivo di consolazione gli era offerto dall'incontro insperato che la sua opera sulle Zecche friulane veniva trovando. L'editore aveva fatto le cose a modo: il volume, stampato con molta diligenza e con copioso corredo di tavole, era riuscito magnifico e nel corso di pochi mesi aveva raggiunto una diffusione superiore di assai a quanto avvenga di solito per una monografia d'interesse più che altro provinciale. Un cenno di calorosa lode, che il Friedlaender ne fece nella Archeologische Zeitung di Stoccarda, ebbe per effetto che molti eruditi della Germania se ne interessarono. I maggiori Musei d'antichità d'Italia e dell'estero ne commisero degli esemplari. E il Valussi, in una brillante sua appendice nel Giornale di Udine, citando cotesti fatti, conchiudeva a giusto titolo coll'asserzione avere il Sant'Angelo compiuta un'opera che onorava veramente la scienza italiana.