Il modesto erudito, che intorno a quel lavoro aveva speso tanti anni di pazienti e costose indagini, esultava a questi elogi. Ma non è a descriversi la gioia intensa ch'egli provò quando un bel giorno, chiamato cortesemente dal prefetto della provincia in Udine, ebbe da lui la comunicazione che il ministro dell'istruzione pubblica, riconosciuta la sua benemerenza, aveva chiesto per lui la croce di cavaliere.

Raccontando a sua moglie e all'amico Mangilli l'emozione da lui provata a quella inattesa notizia, il buon professore affermava candidamente la sua contentezza. Nè, parlandone con altri, velò in modo alcuno cotesto suo sentimento.

--Sarebbe una stupida ipocrisia se volessi ostentare indifferenza. La croce che il mio re mi manda sarà per me il ricordo più caro del lavoro a cui ho dedicato tanti pensieri.

E con una allegrezza da bambino, con quella semplicità cara e nobile, che era in lui tanto bella, scherzava con Loreta.

--Vedrai che figurona farà adesso al dì dello Statuto il tuo povero vecchio con la croce al petto! Quel giorno la barba bianca sfigurerà assai meno. E prè Zuan se mi vede.... colla croce sul petto.... figurati che occhiatacce!

E prè Zuan, senza aspettare che venisse il dì dello Statuto e che il professore gli passasse accanto colla sua brava decorazione, si rodeva già allora allegramente dalla bile. L'antica pretesa ad archeologo, a cui ostinavasi ancora il Morganti, a ore perse, tra la messa e il tresette, era stata la prima, la vera ragione dell'odio implacabile ch'egli covava contro il Sant'Angelo. Costretto cento volte a vedersi rinfacciati i madornali spropositi detti non solo, ma, quel ch'era peggio, stampati in qualche giornalucolo clericale della provincia: vistosi portar via dal professore per le sue collezioni parecchie anticaglie, su cui aveva posto l'occhio subodorando qualche buon commercio, ora le lodi della stampa e l'onorificenza che il Sant'Angelo aveva avuto, lo facevano addirittura uscir dalla pelle. Tanto, che incapace di contenere più a lungo il suo sdegno, se la pigliava con tutti: col governo, che regala a occhi chiusi titoli e croci al primo che capita; contro i "famosi liberaloni" che hanno ciò che vogliono; perfino contro il bravo Valussi, che almeno lui, giornalista vecchio ed onesto, avrebbe dovuto disdegnare di profondere a quel modo tante turibolate....

Il conte Nardin, che di tutte queste espettorazioni del prete ebbe notizia e che ormai provava un gusto matto--com'egli diceva--"a farlo ballare" pensò allora di prendere due piccioni ad una fava: dare una soddisfazione al Sant'Angelo e procurare all'altro un nuovo argomento di dispetto.

E per ottenere tale intento passò parola con alcuni membri del Municipio e con pochi altri fidati amici perchè nel giorno fissato per la inaugurazione dell'asilo, si improvvisasse una bella serenata al Sant'Angelo, con la banda comunale: sarebbe questa una dimostrazione di gratitudine per l'atto generoso da lui compiuto e in pari tempo un festeggiamento per la onorificenza da lui ricevuta.

La proposta del bravo conte fu accolta con grande trasporto. E tutto fu disposto assai bene senza che nulla ne trapelasse al festeggiato od alle persone a lui attinenti.

La sera di quella domenica in cui l'asilo fu inaugurato, a casa Sant'Angelo c'era un po' di festa. Intorno alla mensa, con pochi altri amici, sedeva il prè Letterio Prandina venuto da Udine a passare la giornata in campagna: sedeva il conte Nardin, che tratto tratto, facendo lo gnorri, gittava delle occhiate furtive fuor dal balcone, verso il paese, senza che alcuno sospettasse affatto a ciò ch'egli pensava.