--Debbo confessarlo,--l'altro rispose.--È da lunghi anni che io non potei più avere, per quanto desiderate, precise notizie sul conto suo. Non è da stupirsene quando si pensi alla mia vita: sepolto sempre in queste campagne, segregato da tutti, tra i miei studî e la famiglia. Tuttavia avevo saputo del suo tramutamento all'estero, de' viaggi intrapresi in paesi lontani: indi, appena qualche voce assai vaga, che mi lasciò in piena incertezza sulla sua sorte.
--So quante cose si dissero in Europa sul conto mio e di quali avventurosi romanzi venni fatto l'eroe. Secondo alcuni avrei contratto uno splendido maritaggio a Valparaiso con la figlia di un ricchissimo armatore spagnuolo--e sarebbe stato meno male!--secondo altri avrei trovato la morte, una tragica morte, colto con alcuni arditi viaggiatori italiani, in un agguato di indigeni, sulle rive del fiume Darling in Australia. A dar vigore a coteste voci deve aver contribuito il nome di Nathan (appartenente anche a un illustre viaggiatore irlandese) che io dovetti aggiungere al mio nome di famiglia, per patto di adozione, allorchè mia zia, la contessa Maria-Luigia Polverari, rimasta vedova del barone Nathan di Londra, volle con questo mezzo generoso assicurarmi l'eredità del suo vistoso patrimonio. Se però le cose da romanzo narrate di me ebbero sì poco fondamento nella verità, le assicuro, professore, che la mia parte di avversità e di dolori l'ho avuta purtroppo anch'io.... Sono ancor giovane, ma le giuro che ormai sono ben poche le illusioni che mi rimangono.
--Non dica questo. Quando si ha la sua età ed un nome come il suo, non è lecito parlare con tanta amarezza e con tanta sfiducia. Poi,--perdoni alla mia franchezza,--da quanto appresi finora da lei stesso....
Il professore ruppe a mezzo la frase con una delicata reticenza.
--Sì, comprendo ciò che Ella vuol dire!--il conte soggiunse subito.--La mia posizione è per fermo tale che da molti mi potrebbe essere invidiata. Sono ricco, ho un nome antico e illibato, potrei aspirare ancora a qualche brillante carriera. Ma, che vuole? Con tutte le mie ricchezze non posso essere felice. Si direbbe che un astro maligno mi abbia accompagnato per tutta la vita, dall'ora della mia nascita.... sempre. Ella sa in quali momenti dolorosi per la mia casa io son nato!
All'evocazione di quel ricordo il professore sentì una stretta al cuore. Tutte le memorie che nell'anima sua duravano conservate con alta e pietosa religione filiale, si ridestarono in folla nel suo pensiero. Mai forse come in quell'istante egli ricordò con ardente commozione il nome del gentiluomo eroico e generoso che, sentendo con pari nobiltà l'amicizia e l'amor della patria, gli ebbe salvo un giorno, col sacrificio di sè stesso, il padre suo.
Incapace di trovar una parola che valesse a manifestare la intensità profonda del suo sentimento, il Sant'Angelo afferrò la destra del suo ospite e gliela strinse forte, tacitamente.
Il giovane mostrò d'aver compreso tutta la gentilezza ch'era in questo atto e come spinto da esso ad un confidente abbandono, proseguì subito con una malinconica e toccante serenità narrando i tristi particolari--in molta parte non ignoti al Sant'Angelo,--che avevano accompagnato la sua nascita e gli anni suoi infantili.
Sua madre, Laura,--una contessa Rezzonico di Vicenza--donna di fibra gracilissima e di temperamento eccezionalmente sensibile, erasi unita assai giovane in un matrimonio di puro amore al conte Gottardo Polverari. I medici, che nella salute di lei sempre malferma,--fatti esperti da sconfortanti prove del passato--avean già temuto di scorgere i segni di un fatale morbo gentilizio, sperarono bene da quell'unione. E per vero la salute della giovane sposa parve ritemprarsi nella felicità matrimoniale che la nascita di una bambina venne a rendere ancor più perfetta. Così trascorsero alcuni anni placidamente. Ma le gioie domestiche non bastarono a far obliare al conte Gottardo altri doveri ed altri affetti. Discendente da una vecchia famiglia, ricca di generose tradizioni patriottiche, doveva egli condividere i forti entusiasmi, che in quegli anni belli e fatali, destavano un concorde palpito di speranza in tutta la gioventù d'Italia. Animoso ed ardente gli parve dovere di rispondere egli pure alla gran voce della patria, di cooperare anch'egli all'intento comune. La sua sposa, conoscendo l'animo di lui, non l'avversò ne' suoi divisamenti; nè lo rattenne; ma, antivedendo i pericoli, ne' quali per l'indole sua ardimentosa si sarebbe avventurato, cominciò a soffrire tacitamente, oppressa da mille sinistri presentimenti, torturata da continue angoscie, superiori di troppo alla fragile sua fibra, specie in quel tempo, in cui essendo prossima a divenir madre per la seconda volta, avrebbe dovuto, come molto le era raccomandato, sfuggire ogni forte emozione.
I presentimenti di donna Laura non tardarono ad avere aspra conferma dai fatti. In una notte invernale il palazzo fu invaso dalla polizia: non ci fu angolo più riposto che gli agenti con rude fiscalità non avessero perquisito: poscia la povera donna, quasi pazza dallo spavento, s'era vista strappare a forza dalle braccia il suo sposo, il quale anche in quegli estremi momenti, pur sapendo di essere perduto, non venne meno nè per un atto nè con una parola alla fermezza nobilissima del suo carattere.