—Nel 529 per paura della invasione dei Galli.

—Bravo ragazzo, riprese Caldesi, verificheremo nella biblioteca di
Campobasso.

—Io non dubito punto, risposi a Zasio, che in codesti cafoni circoli puro il sangue sannitico.

—Le prove! le prove! interruppe Caldesi. Noi sappiamo che Silla, l'implacabile distruggitore del Sannio, andava ripetendo al terzo e al quarto, in casa, in foro e pei quadrivî, che Roma non avrebbe riposo sin che un solo Sannita sopravvivesse.

—Padronissimo il signor Silla; ma noi sappiamo altresì che centomila pidocchi divorarono prima lui e il desiderio crudele.

—Non dimenticare, ripigliò il capitano Zasio, che di venti città sannitiche non si rinviene più nè indizio nè memoria.

—Si; con ciò si spiega la scomparsa di tre quarti della popolazione: però sussistono Telesia, Isernia, Bojano, Eclano, Alfidena. Non ci troverai più parimente nè i due milioni di libbre di rame in moneta, trasportato a Roma da Papirio il giovine, nè le armature onde Carvilio fuse il colosso di Giove in Campidoglio, visibile dalla cima di monte Albano. Ma che per ciò? Le reliquie dell'antica razza sopravvissero con le reliquie di quelle città. Caduti i Cesari, passarono sotto il dominio dei Longobardi, esercito e non popolo: poi sotto la podestà dei Greci, dei Saracini, dei Normanni, eserciti sempre e non popoli. Nè popolo fu mai distrutto nell'età moderna. I luoghi disameni, la vita pastorale e rusticana, le rare e scarse convivenze cittadine non contribuirono certamente alla mescolanza dei sangui e a nuovi innesti sul primitivo ceppo. I successivi padroni li avranno tiranneggiati ed emunti, ma non impalmarono le loro donne, abbastanza brutte. Oggi costoro soggiacciono ciechi all'autorità del vescovo, che nelle chiese li stimola alla reazione e li determina alle più atroci vendette in nome dell'indipendenza.

—Nel tumulto d'Isernia, disse Nullo, mutilarono orribilmente gli avversarî presi. Un cafone vantava lo squisito sapore del lombo di don Peppino cotto alla bragia¹. Poi rivoltosi al vetturino lo interrogò sull'appellativo di cafone.

¹ Questo fatto ed altri parecchi dell'istesso genere, che allora correvano di bocca in bocca, vennero poi riconfermati nel processo che di quella reazione fu incoato davanti alla Corte d'Assise di Santa Maria di Capua (giugno e luglio 1864).

Cafoni, eccellenza, si chiamano i contadini, e galantuomini i proprietari.