Ma il maggiore Caldesi, vago di nuove celie, mi dimandò:
—Che c'entra monsignor vescovo d'Isernia col tuo Tuticus per la discendenza sannitica dei cafoni?
—Come ora il vescovo, in altro secolo ispiravali e movevali arbitro il Tuticus, magistrato e sacerdote. Vedi là sulla sinistra quel monte? È il Taburno. Alle falde, le Forche Caudine.
Ed egli:—Me ne rallegro tanto.
—Sulla cima selvosa sorgeva uno dei sacri delubri custodito da cento spade fedeli, ove si raccoglievano i Sanniti con religioso tremore, nel silenzio, nell'oscurità, fra i gemiti delle vittime umane al piede degli altari scellerati. Là con orribili giuramenti promettevano sommissione e obbedienza assoluta ai principi sacerdoti. Obbedivano allora e combattevano per la libertà delle patrie montagne; obbediscono adesso a una simile autorità, e credono di combattere per lo stesso fine. I tempi e le forme mutarono, l'istinto di soggezione religiosa rimase invariato, e sussiste tuttavia vincolo sociale e ispirazione guerriera.
—Può darsi, osservò con ciera pensosa il capitano, ma le mi paiono arbitrarie analogie e fragili deduzioni. Un abisso di secoli disgiunge le due età, e ci vorrebbe la pupilla divina per discernere i sottilissimi fili del rapporto.
—Io non v'insisto: però v'ha un'altra qualità di prova; le medaglie scoperte a Rocca d'Aspramonte presso Bojano. Le teste nelle medaglie paiono fotografie dei cafoni; chioma crespa e voluminosa, fronte bassa e larga, naso schiacciato e narici turgide, zigomi espressi, mento ampio e labbra senza curve.
—Sembrano i connotati d'un passaporto, fece Caldesi. Se tali le medaglie, tali i cafoni; ma non basta per battezzarli Sanniti. Ci vuole una prova morale; li vedrò in battaglia.
A Ponte Landolfo ci aperse la sua casa l'esattore delle gabelle, caldo fautore delle nuove cose e uomo d'accorti consigli. Egli c'informò che duemila fra soldati regi e gendarmi occupavano Isernia, ove mettevano capo due o tre migliaia di cafoni, i quali mantenevano viva la ribellione in un raggio di quindici a venti miglia da quel centro. Costoro, spartiti a squadre che caporali dei gendarmi guidavano, campeggiavano sui monti dilatando l'orbita della insurrezione a' più rimoti villaggi, e componevano ugualmente a squadre i nuovi associati senza distaccarli dalla cultura dei proprî campi.
—E questi, ei proseguiva, sono i più terribili, perchè, scorgendoli voi alla zappa e alla marra sulle sudate pendici, non ne pigliate sospetto; ma eglino, ad un segno convenuto, per vie ignote altrui, ad essi notissime, vi balzano a tergo, oste ordinata e inattesa. Le vostre genti, quand'anche intrepide, salvo non formino esercito da schiacciarli, non gl'intimiderà. Solamente li impaurisce il fragore del cannone. Avete cannoni?