—No.
—Or bene, due cose vi sono indispensabili per vincere, secondo a me pare: un paio di cannoni, e cautissimo occhio contro le sorprese.
Quivi il maggiore toccandomi colla mano una spalla mi bisbigliò:
—Sai che comincio a crederli Sanniti davvero! Abbiamo lungamente dibattuto fra noi se dovevano chiedersi i cannoni a Garibaldi; ma poichè io solo mi vi opponevo, venne deliberato affermativamente, e commesso a me l'officio d'ire oratore a Caserta per ottenerli. Andai, dimostrai, insistetti, pregai, ma ritornai senza cannoni. A questa novella il gabelliere fece un segno di croce sopra il naso. Passate in rassegna le truppe a Ponte Landolfo, esse mossero per Bojano e noi deviammo a Campobasso.
Giace Campobasso in una dolce vallea cinta di poggi e di domestiche collinette floride di vigneti, le quali stranamente contrastano colle rupi del selvaggio Appennino varcate allora allora. Al nostro ingresso nella piazza, dalla strada di Civita Nuova arrivava un centinaio di cafoni insorti, prigionieri di drappelli volanti dei volontari paesani, legati a due a due con corde ai polsi senza che la circolazione del sangue abbia messo in gran pensieri i legatori; un grosso cavo scorrente per lo lungo conservava in colonna le cinquanta coppie, e cafoni patrioti custodivano e conducevano i cafoni ribelli fra gli applausi della popolazione accorrente e accalcata, e li gettarono nelle carceri, stivate di già. Le carceri formavano un lato della piazza, e dalle finestre senza cassettoni, massime di pianterreno, i detenuti, arrampicati alle inferrate, conversavano placidamente coi cittadini, e dalle finestre superiori calando borse chiedevano l'elemosina. Alcuni cappelli tignosi allineati sul lastrico imploravano con tacita favella l'obolo al passeggiero, e qualche mano pia distribuiva il rame raccolto ai rispettivi proprietarî. Altri parlava, altri discuteva, altri chiamava, altri guaiva, altri cantava; tumulto assordante e perpetuo.
La popolazione ci accolse lietissima, e il signor X…, il più opulento e riputato dei cittadini, ci aperse le sue case ospitali.
Il tenente colonnello Nullo venne munito dal dittatore di piena potestà civile e militare nella provincia, per cui l'intendente De-Luca affrettossi ad ossequiarlo ed a profferirsigli ai comandi. Alto della persona, bell'uomo, energico, fiero, reprimeva faticosamente l'ingenita baldanza al cospetto di Nullo più fiero di lui, e in pochi istanti fastidito della sua facondia romorosa e soffocante. Con voce metallica e profonda e con gesto soggiogatore, l'intendente descrisse le sue recenti scorrerie militari in Isernia, le peregrine prove di valore, gli atti virili di repressione, il salutare tremore incusso, e sigillò la virtuosa istoria col fatto della ritirata; secondo me, consanguinea della fuga; gemella della ritirata di Senofonte, secondo lui.
—Ciò poco monta, sorse a dire Nullo; siete disposto, signor intendente, a riadunare i vostri commilitoni e a seguirmi?
—Veramente, colonnello, gl'interessi amministrativi della provincia…
—Bene, bene, riprese Nullo con sottile, ma visibile sogghigno, provvedetemi d'ambulanze e di viveri che invierete senza indugio a Bojano.