—Indietro, indietro! I cafoni al monte! urlarono di repente i nostri di Carpinone. Noi li udimmo, e nondimeno si proseguì l'irruzione. E per verità vivissime e inaspettate scariche ci colsero di fianco dalla pendice avanzata di Pettorano, che io avevo guernita di duecento uomini. Nullo non sapeva persuadersi come quell'importante posto fosse stato preso senza lotta, e temendo di perdere Pettorano, divisò di rifare il cammino sino alla borgata. Si accese pertanto un combattimento strano fra noi cavalieri e i cafoni, che dietro agli alberi ci bersagliavano diabolicamente a pochi passi. Al sottotenente Bettoni, delle guide, una palla infranse una gamba e lo condussero alla nostra piccola ambulanza all'osteria. Noi cacciando i cavalli su per l'erta nell'oliveto con rivoltelle e con spade venimmo alle strette coi cafoni. Intanto, scesi in aiuto alquanti da Carpinone, e accorsi quelli che io collocai nella gola, dopo un accanito contrasto ci riescì fatto di ributtare gl'insorti in piena rotta. Nullo mi ordinò di assumere il comando dei sopraggiunti, d'inseguire i cafoni, di regolarmi secondo le circostanze, e di tornare a ragguagliarlo. Egli e il maggiore e le guide voltarono il cavallo verso Pettorano.

Messi insieme un centocinquanta soldati, li guidai contro i fuggenti. L'avanguardia regia respinta dalla nostra carica a cavallo, il successivo ritrarsi dei cafoni e lo affacciarsi del mio corpo persecutore gettarono qualche scompiglio nella colonna nemica, la quale ripiegava sovra Isernia. Tentò essa due volte di fronteggiarmi, ma raccolti i miei in massa l'assaltai alla baionetta, e pervenni di gettarne una parte sulla sinistra e d'impedire il suo ricongiugnimento col rimanente che per la consolare si rifugiò in Isernia. Mi sorse in pensiero d'entrarvi insieme alla rinfusa, ma ignoravo quale fosse la mente della cittadinanza; temevo d'oltrepassare le intenzioni del comandante, e quantunque i miei avessero superato le mie speranze, non ero certo della loro virtù per un cimento supremo e cotanto ineguale. Stetti perplesso alquanto, e al fine deliberai d'impadronirmi della linea di collinette che limitano la pianura e sovrastano a Isernia; ove mi collocai. A man ritta la consolare biforcandosi volge ad Isernia e a Castel di Sangro. Mi rallegravo d'averla sgomberata dai nemici epperò di poter porgere facoltà a Nullo d'eseguire senza ostacolo l'antiveduto cambiamento della base d'operazione, se necessario.

Era già mezz'ora di sera e nessun ordine mi venne trasmesso dal comandante. Laonde, consegnata ad un capitano la custodia della collina, rifeci la via al quartieregenerale di Pettorano per riferire il risultato delle mie operazioni, per apprendere i particolari della vittoria su tutta la linea e per ricevere nuove istruzioni. Una sequela d'archibusate partite da Pettorano mi fastidiva il ritorno, e deploravo il solito vezzo dei volontarî di tirare ad ogni ala di vento, anche contro ai proprî amici. Giunto con qualche difficoltà a traverso i campi, intercisi da fossati e da siepi, sulla consolare, mossi al trotto verso l'osteria discosta circa due miglia. Dopo un miglio m'imbattei in alcune squadre dei nostri carri senza cavalli. Riconosciutici a vicenda, queglino mi dimandarono notizie con voci confuse e paurose, narrando che furono sbaragliati dai regî e che pel momento favorivali l'oscurità.

—Caso parziale, io risposi con accento rassicurante; noi abbiamo battuto completamente il nemico e la giornata è nostra.

A tali asseveranze stettero paghi e lieti, ed io tirai diritto al passo. Il silenzio diventava di più in più profondo e solenne. Dopo breve tratto, dalla pendice di Pettorano la consolare piega a sinistra, traversa la gola, poi si ripiega a destra alle radici di Carpinone. Ivi mi percossero l'orecchio gemiti di moribondi, e la notte stellata consentivami appena di distinguere alcune masse brune sul fondo chiaro della strada. Smontai di sella e riconobbi che gli erano cadaveri e feriti, tragicamente mescolati insieme. Subito m'acquetai ricordando i caduti nel combattimento che sostenemmo per espugnare la pendice. Sperando che qualcuno di quei dolorosi potesse intendermi, li affidai che avrei mandato senza indugio a raccoglierli e medicarli. Veruno pronunciò sillaba, e l'ininterrotto rantolo dell'agonia fu la sola risposta che mi venne udita. Ma nel procedere sul mesto sentiero, la vista frequente di consimili masse brune funestò i sereni pensieri della vittoria, e mi assicurò che quello fu teatro d'altre e fiere lotte, mentre io all'avanguardia guadagnavo le colline d'Isernia.—Quant'è grave il sonno sugli allori! dicevo sospirando meco medesimo. Affè di Dio, si direbbe che non ci fosse anima viva! Poveri diavoli, le fatiche della marcia, le ansie della battaglia li affranse. Solito effetto del primo fuoco. La sensazione del primo fuoco stanca più della marcia. Avevo ragione di obbiettare ai dubbî di Nullo sul loro valore, e Nullo si sentirà arcicontento del torto, considerando che le prime armi dei volontarî americani nella guerra dell'indipendenza, e dei francesi nel 1792 si riepilogano in belle e buone fughe. Però se la campagna è seminata di morti a simiglianza della strada, vincemmo peggio di Pirro.

Con siffatte riflessioni capitai all'osteria. Bruciavo dal desiderio di risapere gli eventi, di consolare le fauci riarse con un bicchier di vino e lo stomaco vuoto con qualche vivanda.—Quivi, pensai, piglierò in un favo il maggiore e Mingon a cena. Entrai, chiamai, picchiai e corsi la casa di dentro e di fuori. Deserto! nè ospiti, nè oste, nè creatura viva.—Bene, dissi, l'oste se ne sarà ito saviamente e gli amici sarannosi ristretti a Pettorano. Ma, perdio, nemmeno un picchetto di guardia! nemmeno una sentinella! Traversai la consolare e cavalcai su per la salita di Pettorano, scacciando dall'animo le cure uggiose che vi faceano capolino. La fantasia mi figurava la statua della vittoria coperta d'un manto funebre.

A mezzo dell'erta incontrai un pecoraio col suo gregge reduce dai pascoli propinqui; e con accento nemico rispose alle mie interrogazioni che non sapeva nulla, e giratami villanamente la schiena affrettossi alle pecore. Salendo con screscente sospetto, in prossimità delle prime case di Pettorano arrestai un contadino che discendeva, e impugnata la rivoltella gli domandai:

—Vieni da Pettorano?

—Sissignore.

—Vi sono gli uffiziali garibaldini, quei dalla camicia rossa?