Procedendo con mia moglie lungo il primo corridoio, una voce sottile e debole mi salutò per nome. Voltomi, vidi tre ragazzi sulla paglia coll'assisa bianca macchiata di sangue.
Ed ella:—Sono i tuoi alunni dell'Istituto, fuggitivi alla brigata Dunne. Guarda codesto (e m'indicò un fanciullo addormentato con una vescica piena di ghiaccio applicata al moncone sinistro), fu amputato or ora, povero bambino: ha solamente dodici anni. Mi disse:—Sarò buono, se ella mi tiene, signora; non griderò; piangerò un pochino. Lo tenni, onorò la sua parola, e mi disse dopo che io piansi più di lui. È vero. Adesso dorme, come fanno quasi tutti finita l'operazione.
—Siete in collera con noi? mi chiese il più grandicello pigliandomi la mano e carezzandola. Ci perdonate? Tanti della nostra brigata sono morti o feriti. Il colonnello dichiarò che dopo la battaglia di Milazzo nessuno potrà dire che i Siciliani non si battono.
Io mi sentiva soffocare e non potei parlare; baciai quelle fronti pallide lasciando sul letto alcuna piastra e corsi all'aria fresca.
È molto mesta la notte della vittoria, quando non si ha partecipato alla battaglia!
L'indomani visitai il Generale, che mi stese la mano con queste parole:—Vi aspettavo.
—Dopo la battaglia, Generale? Voi avete dimenticato la promessa.
—Non dimentico mai! Remigando verso il vascello inglese ricevetti il dispaccio di Medici, e m'imbarcai subito con quanti avevo sotto mano. Non importa; vi compenserò, non dubitate.
—So, Generale, che vi esponeste ad un conflitto personale con alcuni lancieri. Non considerate che la riuscita o la rovina della impresa dipende unicamente dalla vostra vita?
—Se così è, vivrò per compierla. Porgendomi un sigaro, proseguì coll'usata modestia: fu una semplice combinazione. Tacque per poco, indi ripigliò: pensate che la costituzione bandita da Francesco II abbia appagati i Napolitani?