La spensierata festività della reggia normanna non riapparve al quartier generale di Messina. Garibaldi, assorto in gravi pensieri, divenne taciturno, e la sua fronte, sempre spianata e serena, si fece corrugata e scura. Ogni dì, e spesso due volte, egli percorreva la via da Messina al Faro.

Un dopo pranzo ve l'accompagnai in carrozza col maggiore Stagnetti, e non si pronunciò verbo mai nell'andata e nel ritorno. Egli, come soleva, salì sulla torre ad interrogare per lunga ora col cannocchiale la riva opposta.

Ma più del problema militare del passaggio che il suo genio avrebbe certamente sciolto, turbavanlo gl'inciampi politici che incontrava ad ogni passo. E massime una lettera di Vittorio Emanuele che lo pregava di rinunciare alla liberazione di Napoli, a cui peraltro il Generale rispose, «le popolazioni mi chiamano; io mancherei al mio dovere e comprometterei la causa italiana se non ascoltassi la loro voce.» Cessata pertanto ogni incertezza, risoluto di proceder oltre, raccolse tutte le forze nella costruzione d'un ponte invisibile fra Cariddi e Scilla. Epperò egli sentivasi alfine nel proprio elemento, e dall'urto delle difficoltà materiali scoppiavano per lui scintille di nuova luce.

Il 7 agosto io era di guardia al palazzo. Chiamato nella sua stanza:—Volete prender parte, mi disse, ad una impresa audace e forse decisiva?

—Generale! risposi con impeto di contentezza.

—Domani alle quattro pomeridiane al Faro. Sarà opera di pochi scelti.

L'indomani, avviandomi al Faro in vettura, verso le due, incontrai il dottore Ripari, l'invitai a montare, e gli ripetei il colloquio della vigilia con Garibaldi.

Al vecchio soldato fluì subito il sangue alla testa, e nella lusinga di potersi rifare della mancatagli giornata di Milazzo:—Vengo anch'io, esclamò.

—E l'ambulanza generale?

—Troverà modo di tenermi dietro. Intanto vado io.