Le scolte del nostro piccolo accampamento annunciarono la colonna del comandante. Sospese le mense, si aspettarono gli amici.
Per più ruinosi sentieri del nostro arrampicaronsi essi, e noi li rivedemmo stracciati e sparuti. Ma l'insperata refezione e il favoloso bicchier di vino distribuito a ciascheduno rinnovellarono gli spiriti afflitti e fecero dimenticare le sopportate tribolazioni.
Rimessi in cammino e traversato l'altipiano, ci arrestammo ad una fattoria che sorge al piede del monte di Sant'Angelo. Ivi piantammo gli alloggiamenti. La fattoria, vecchio edificio solidamente costrutto e chiuso, aveva le sembianze d'un castello. Secolari faggi ombreggiavano i suoi dintorni, temperavano gli ardori quasi tropicali dell'agosto in quell'ultima regione d'Italia, e davano asilo alla nostra milizia. Il comandante e lo stato maggiore abitavano la casa dei contadini, prospiciente la pianura, che componevasi della cucina e di tre cameruccie basse, affumicate e misere. Il resto dell'edificio granai, cantine, fienili, rimesse e stalla; ma senza grano, senza vino, senza fieno, senza carri, senza animali. I due cordiali contadini ospiti nostri, cedettero il gramo letto coniugale al comandante; noi si dormiva sulle panche.
Il quartier generale era relativamente numeroso e singolare. Il colonnello comandante, un maggiore, quattro capitani, un luogotenente, due sottotenenti. Tre mesi addietro, di cotesti nove, uno era poeta, due avvocati, uno mercadante di tele, uno fotografista, uno notaio, uno ingegnere, uno agricoltore e uno letterato; quasi tutti soldati volontari nelle guerre italiane dell'indipendenza, indi esuli, o carcerati. Il coraggio e l'intuito supplivano alla scienza militare.
La mala riuscita della spedizione scemò autorità al comandante, il quale sentì il bisogno di agire dietro proposte discusse nel seno dei nove. I nove componevano il Consiglio di guerra in permanenza, il quale entrò in funzioni il mattino del 10 agosto. Altri propose di gettarsi sopra Cosenza e provocare l'insurrezione nelle due Calabrie superiori, altri di tentare un'irruzione su Reggio. Vinse il partito di attendere sino all'indomani i soccorsi calabresi e di eseguire, quale obbietto invariabile della nostra azione, una serie d'assalti improvvisi lungo lo stretto, tirandoci dietro il maggior nerbo di nemici possibile, per assottigliare i reggimenti che presidiavano la costa, e rendere così più agevole lo sbarco a Garibaldi. Stabilita inoltre la nostra base d'operazione sui gioghi d'Aspromonte, eravamo in grado di ricevere istruzioni fresche da Garibaldi stesso.
I contadini c'informarono che avremmo trovate qua e là pecore, patate e cipolle, e limpidissime fontane da per tutto. Laonde rimaneva sciolto il problema delle vettovaglie.
Sul meriggio capitarono ben centoventi calabresi in sandali, cappello conico e brache corte a similitudine del nostro pastore. Li guidava De Lieto. Ognuno aveva fucile con baionetta, due pistole a pietra alla cintola e coltello. Il giorno susseguente crebbero d'un centinaio capitanati da Plutino, e d'un centinaio la sera con Gerace. De Lieto e Plutino reggiani, Gerace di Catanzaro.
Io contemplai con ammirazione in quegli alleati uno dei più belli tipi della razza umana. Appartenevano essi alla costa bagnata dall'Jonio ed erano campagnuoli. Di statura media, di membra asciutte e vigorose; i capelli nerissimi cuoprivano, come nelle statue antiche, la fronte quadra e piena, e sotto due sopracciglia sottili e leggermente arcate sfavillavano grandi occhi a mandorla, neri quanto i capelli; pure un senso arcano di mestizia velava la vivacità della loro espressione. Il naso era fine e olivastra la tinta del viso, ornato di barba folta. La testa, piuttosto piccola, posava sovra un collo erculeo, pei calori estivi ignudo; ignudo aveano anche il petto velloso. Parevami che la vetustissima stirpe della Magna Grecia si fosse in costoro mantenuta nella sua primitiva integrità. Certamente due famiglie differentissime abitano le sponde dello stretto di Messina. Se nella calabrese si addita l'innesto greco sul tronco italico, nella sicula vi si discerne l'innesto africano. In me le due genti, come i due paesi, produssero l'impressione di due mondi.
Epperò di tre nuovi uffiziali, di data ancora più recente, arricchivasi il Consiglio di guerra. E sommò a dodici. De Lieto e Gerace capitani; Plutino colonnello. Costui, de' principali cittadini di Reggio e di molto seguito in quest'ultima Calabria, venne a dividere la nostra sorte per afforzarci della sua influenza politica nelle nostre operazioni militari, e, abbellito il proprio nome di fama guerriera in tempi pendenti all'eroico, per presentarsi a Garibaldi, dopo lo sbarco, governatore nato della provincia, o quanto meno capo della guardia nazionale. Veramente la sua azione politica non ebbe grandi occasioni di manifestarsi in quelle selve e in quei deserti campi di patate, ma risentimmo il salutare influsso de' suoi anteriori provvedimenti, nella spedizione periodica dalle circostanti borgate delle sante mule cariche di vivande e di vino. Ed elle arrivavano scalpitando, ragliando, alzando il muso e aprendo le labbra al sorriso, quasi per chiara coscienza del pietoso officio. E fra i soldati riconoscenti altri ne tergeva il sudore, altri ne confortava i riposi con eletto strame.
Il colonnello Plutino, uomo sui cinquant'anni, gentiluomo, di viso simpatico e di voce, alto e prestante della persona, di facile e sensato eloquio, guadagnossi prestamente gli animi; e le sue attinenze personali col conte di Cavour, se lo resero men gradito nel nostro campo ove predominavano spiriti democratici, conferirono certamente qualità al suo nome e al suo consiglio. Lungamente esule, pratico di varie genti, accostumato alle lotte della politica, aveva acquistato quella destra pieghevolezza che schiva la discussione ardente, e concede posto d'onore all'altrui opinione, quell'arte di non istancare con prolisso discorso, quella perspicacità di svolgere un'idea alla volta, inducendola da un fatto, ma celando che essa fosse la morale della favola.