La presenza di lui turbò i pensieri del nostro comandante. Calabresi entrambi, agognavano al primato nelle Calabrie, e l'uno appariva intoppo all'altro. Benchè il comandante fosse colonnello e garibaldino solamente da una settimana, Plutino vedeva con occhio torbido sul crine del duce del primo sbarco in Calabria tremolare una fronda qualunque d'alloro, che mancava alla propria corona; presagiva che l'evento, benchè fallito nel suo primo scopo, avrebbe procurato al rivale una pericolosa celebrità; se ne rodeva e meditava di scavalcarlo.

Di poco favorevoli apparenze, piccolo, magrissimo e livido, il comandante non possedeva nè eloquenza, nè scienza, nè pratica militare. Mi sollecitò in Milazzo di condurlo in assisa di colonnello alla presenza di Garibaldi. Dichiaratoglisi esperto dei luoghi e degli uomini calabresi, e in segrete comunicazioni coi soldati del forte d'Alta Fiumara, ei s'impegnò di consegnargli il forte in una notte, se condottiero di pochi dal cuore saldo. Il patriotismo di lui era provato, il coraggio presunto, non dubitabili i concerti narrati. Tanto bastava al Generale per affidargli l'impresa. In quanto al successo, Garibaldi riposava con animo tranquillo sugli uomini onde formò il piccolo corpo di spedizione.

Se non che il comandante stavasi pago di campeggiare in Calabria, nè gran che si doleva del forte non preso, e forse non ci aveva mai pensato molto seriamente. Almeno i nostri soldati così credevano, e ne mormoravano, e rammaricavansi d'obbedire ad uomo che non conobbero in campo, e tanto più acerbamente per gl'indugi frapposti al pronto operare, sembrando loro tardi di segnalarsi agli occhi di Garibaldi con qualche gesto degno del proprio passato. Desideravano che il comando venisse assunto dal maggiore Missori, capo delle guide a cavallo, valoroso e amabile uffiziale. Taluno nel Consiglio dei Dodici favellò in questa sentenza, e ne nacque disputa penosa e infiammata. Gli uffiziali calabresi parteggiavano pel comandante come paesano e noto in quelle provincie. L'istesso Plutino ne li secondava, perchè, consigliere e difensore degli atti prudenti e d'una cauta strategia, antivedeva in che gravi repentagli sarebbe stato tratto dall'audacia del maggiore.

Si statuì alfine, sulla mia proposta, che il colonnello, serbando il comando ideale, provvederebbe all'agitazione politica da promuoversi nelle Calabrie, e che il comando reale l'avrebbe il maggiore. Il colonnello piegò a cosiffatto divisamento, avvegnachè una lettera di Garibaldi, consegnata durante la seduta, ingiungevagli di porsi d'accordo col maggiore.

Subitamente il maggiore, un calabrese ed io, cavalcando le mule dei viveri, calammo a mare per esplorare le forze e le intenzioni del nemico. Pervenuti ad un poggio che domina il forte Torrecavallo, vedemmo schierato un battaglione intorno alla cinta, reduce dalla messa. Ci mostrammo sulla sommità a due tiri d'arco. L'inattesa apparizione di due camicie rosse alle spalle del forte provocò il segno dello all'armi. Il battaglione dopo varie manovre ci salutò a carabinate. Noi ci affacciammo successivamente da altri poggi, e mentre un'ala dei regii cercava di girarci, i rimasti ci saettavano alla bersagliera. Nel dubbio che i nostri volteggiando fra quei colli studiassero un assalto, tutti i posti nemici, nella lunghezza di parecchie miglia, si atteggiarono a difesa. Intanto noi, ripetuta la via, sul tramonto smontammo ai nostri alloggiamenti. Abbandonato immediatamente monte Sant'Angelo, si mosse al nord-ovest d'Aspromonte, salendo all'altipiano dei Forestali da cui spiccasi l'ultima cima di quell'immenso gruppo appenninico, tragicamente illustrato due anni più tardi, nell'istesso mese, dal generale Garibaldi. E vi giugnemmo all'alba. Il quartier generale si stabilì in una casa nuova, non finita, deserta, detta dei Forestali. La casa giace dove l'altipiano finisce e principia l'erta pittoresca, deliziata da copiose sorgenti d'acqua freschissima e pura che serpeggiano in ruscelli perenni. Volgeva il quinto giorno. Nè pettine aveva solcato i miei capelli, nè acqua confortata la mia faccia, nè l'unica camicia ottenuto il cambio nel suo ministero da più pulita compagna. Un paio di guanti gialli che fin allora non cavai, solo oggetto di lusso, conservarono sufficientemente nitide le unghie e le mani. Malgrado il sonno e la stanchezza grande, non mi riescì fatto di addormentarmi. Stetti tre ore in uno stato di febbrile vaneggiamento. Indi mi riscossi: spaventato e frenetico fuggii l'orribile albergo. Sembravami che cento formiche brulicassero sul mio corpo, mordendolo senza misericordia. Le giudicai formiche al tatto, ma erano pulci bisavole alla vista. Corsi al ruscello, e con precipitazione sbattendole dai panni le annegai. Risalito il ruscello ove l'onda spandevasi in laghetto, ridivenni l'uomo di cinque giorni avanti, con un lustrale lavacro. Poi m'accorsi che mancavano i pannilini. Epperò mi rasciugai al sole, e riposai soavemente all'ombra di quei boschi superbi sovra un letto soffice di foglie cadute in molti autunni.

Faggi e pini a ombrello e alcuna quercia si raggruppano ivi in masse diverse e spartite: l'accozzamento di verdi differentissimi e la più differente struttura degli alberi inducono una combinazione attraente di prospetti e di colori. La comune robustezza e la comune vetustà imparentano quella varietà mirabile. Gli alti fusti e le separazioni delle masse, permettendo alla luce di penetrarvi, conferiscono all'insieme una trasparenza che rende eleganti quelle forme gigantesche. Fra una massa e l'altra s'interpongono umili famiglie di nocciuole, di minori alberelle e d'odorifere madreselve, onde si disegnano sentieri e viottoli e meandri che paiono opere d'arte squisita. Pochi passi dalla pendice separano la mite temperatura della primavera dagli ardori dell'altipiano, ove nella notte il freddo è intenso. Quivi il sole ci bruciava, e le stelle c'intirizzivano.

L'altipiano descrive un semicerchio di molte miglia di raggio, la cui base è l'erta, e solo punto sull'orizzonte il cilestro cono troncato dell'Etna. Ad enormi intervalli notasi, unica piacevole discordanza in quella interminabile monotonia, qualche capanna e qualche chiuso per le vacche, ma nessun vestigio d'animale vivente. L'altipiano sta a cavaliere di Torrecavallo, di Scilla e di Bagnara; e la fama che due o tre migliaia di calabresi armati campeggiassero con noi, pose il nemico in grave cura.

Esso spinse una forte ricognizione sino a Monte Sant'Angelo, e sguernì il lito da Torrecavallo a San Giovanni di due battaglioni, che si attendarono sulle alture. Dilungandoci dalla fattoria di Sant'Angelo, noi ci dirigemmo alla volta di Reggio. I contadini della fattoria udirono susurrare d'una sorpresa in questa città, e interrogati dal nemico, lo assicurarono che vi ci eravamo avviati. Se non che nella notte, operato un subito dietro fronte, si ascese ai Forestali.

Il maggiore Missori propose al Consiglio dei Dodici un'irruzione in Bagnara. Plutino obbiettava vivamente che Bagnara guardavano tremila borbonici, che le truppe di Scilla ci avrebbero minacciato di fianco, che da Sant'Angelo saremmo stati circuiti e impediti nella ritirata ai Forestali, che destreggiandoci intorno alle occupate altezze avremmo parimente conseguito il fine di costringere alquanti battaglioni sulle nostre pedate, e che frattanto nuove bande paesane sarebbero giunte ausiliarie al nostro campo.

—Noi, signor Plutino, replicò il maggiore, non contraemmo l'abitudine di numerare il nemico; i Mille di Marsala vinsero a Calatafimi e liberarono Palermo. Qui siamo devoti a morte, ma vogliamo morire degnamente. Se rifiutate di seguirci coi vostri, andremo soli; troppo sciolti e snelli del resto per non isfuggire ai tardi movimenti di truppe regolari.