I partigiani dei propositi più arditi, costituendo i tre quarti del Consiglio, votarono per Bagnara. Plutino, vuotato il sacco delle obbiezioni, concluse volgendosi a noi:—Quando vi ascolto e vi guardo, bravi giovinotti, io vi adoro, ma siete matti. Nondimeno starò con voi sino alla fine.
Partimmo a mezzanotte, e traversato l'altipiano si cominciò la discesa per luoghi quasi impraticabili e inusitati. La luna cortesemente illuminava la via, ma su quelle ripidissime chine sgretolate si andava più spesso a ruzzoloni che sui nostri piedi. Una risata ad ogni caduta mantenne la colonna nel miglior umore, e alleviò una marcia di dieci ore consecutive. Le squadre calabresi non risero mai, perchè colle loro scarpe di cimossa reggevansi in gamba meglio di noi; ed anche perchè la giovialità e l'allegria spensierata degli Italiani del nord contrastano notabilmente colla serietà mesta e contemplativa degli Italiani del sud.
Toccati i dorsi che dividono i versanti di Scilla da quelli di
Bagnara, vi collocammo i trecento calabresi affidandoli a Francesco
Curzio, l'uffiziale-poeta dello stato maggiore. Essi ci proteggevano
il fianco sinistro.
Eravamo scesi già sino alla zona abitata. Olivi, vigneti, cedri, aranci, alberi di frutti d'ogni sapore ingemmavano quei clivi lussureggianti. La vista del mare azzurro, della Sicilia, delle isole Lipari, le quali pel purissimo aere sembravano vicinissime, la certezza di menar le mani fra poca ora, e sopratutto l'incontro d'un'osteria c'innondarono il petto di gratissimi affetti.
I nostri soldati, seduti sotto i festoni delle viti, piluccavano beatamente i pingui grappoli pendenti di zibibo, a titolo d'antipasto. Lo stato maggiore entrò nell'osteria. L'oste ci attendeva sulla porta con uno schioppo da caccia a due canne e col cappello in mano. Datoci con lieta faccia il benvenuto, soggiunse:—Eccellenze! viva l'Italia! Io verrò con voi indicatore e guida, e intanto pongo a vostra disposizione la mia canova e il mio forno.
Dietro di lui lampeggiavano due stupendi occhi cilestri che ci guardavano con fanciullesca curiosità. L'oste appartandosi proseguì:—Vi presento la mia figliuola, che avrà l'onore di servirvi. Vestì gli abiti di festa all'annuncio della vostra visita, perchè ell'è garibaldina. Comparve sulla soglia della bettola una bianca, bionda e dolce giovinetta sui diciassette anni, che con garbo ci salutò.—Guà! esclamai, la Madonna del Sacco di Andrea del Sarto! Chi entrò nel chiostro dell'Annunziata in Firenze, ricorderà l'affresco insigne di Andrea. La soave testa della vergine è qualche cosa di più umano delle Madonne di Raffaello, e di più divino delle Madonne del Murillo.
Uno zendado di panno caffè con frangia d'oro piegato a quattro doppî copriva il capo della vergine calabrese e pioveale dietro le spalle. Cinque fili di corallo le fregiavano il collo e il seno. Di sopra ad una veste bianca scollata, con le maniche a campana, dal gomito in giù ricamate agli orli ed all'ingiro della parte superiore del braccio, essa portava un'elegante tunica fimbriata, di lana cremisi, alquanto più corta della vesta. Il busto pure di lana cremisi, semi-aperto davanti, con duplice riga trapuntata, disegnava due leggiadre curve sopra le spalle.
Allo spettacolo d'una sì peregrina e delicata bellezza noi restammo sospesi in atto. Io dimandai all'oste in quali acque avess'egli pescata la rarissima perla.
E costui con visibile emozione:—Sua madre era una gentildonna. Io nacqui in casa di lei e vi crebbi staffiere. Pare che fossi piuttosto belloccio. Fatto sta che l'amai e che ella mi amò. Fuggimmo. Diseredata, visse povera meco e felice, e morì due anni or sono. Il mio pensiero, il mio lavoro, i miei guadagni, la mia vita io consacrai ad allevare Luisa. Ella non serve nessuno, perchè voglio accasarla per bene.
Ed io a lui:—A guerra finita, qualche giovinotto garibaldino te la dimanderà, e da oggi mi offro compare dell'anello.