La colonna sostò ad una frescura di castagni superiormente al villaggio. Il comandante e noi, stato maggiore, s'entrò fra quelle mura temute. Pedavoli contiene duemila abitanti, e giace in una stretta gola. Era il quindici agosto. Il villaggio parato a festa, affollato di montanari del circondario, avvivato da bande musicali venute da Palmi, celebrava l'Assunta. La popolazione, stupefatta della nostra inesplicabile comparsa, ci guardava con dilatati occhi. Noi percorrevamo l'unica contrada, fatta a budello, in mezzo ad una turba che aprivasi gradualmente dinanzi e si rinchiudeva dietro a noi.—Ecco la casa ove trucidarono Romeo, ci fece il capitano Salomone, il quale nel quarantotto avea militato sotto gli ordini del nobile martire calabrese e fu testimone della sua tragica fine. Bisogna vendicarlo.

Quando di repente aperta la porta della casa, ne uscì una mano di
Calabresi, de' nostri, mormorando le parole:—Fuggirono!

Costoro, vecchi compagni di Romeo, staccatisi chetamente dalla propria squadra, penetrarono là entro dalla banda del cortile per placare l'ombra, giusta la loro frase, dell'estinto condottiero. Ma la famiglia degli uccisori fortunatamente riparò a Palmi, tosto che si seppe della nostra visita.

Rimandammo con severo comando gl'indisciplinati, e ci dirigemmo al palazzo del comune. Sparsa la voce che noi fossimo venuti a far pagare il fio ai Pedavolesi per la morte di Romeo, un visibile sbigottimento si dipinse su tutti i volti. Dall'altro canto noi sospettavamo che la popolazione meditasse di assalirci, e si stava in sull'avviso. Avevamo già cautamente provveduto che la colonna ci attendesse coll'arma al piede. Due paure trovavansi di fronte.

Stemmi, busti in gesso e ritratti borbonici decoravano la sala comunale: il segretario, curvato dai settant'anni e sordo, sedeva aggomitolato in una logora poltrona di pelle voltando la schiena alla porta. Capitatigli noi sopra per di dietro improvvisi, il maggiore gli picchiò sulla spalla. Ci ravvisò in un attimo il segretario, saltò in piedi colla sveltezza di vent'anni, e cercò di ricuperarsi dallo sgomento appartando il seggiolone e ponendosi gli occhiali.

—E il maggiore a lui:—Siete il sindaco?

—Eccellenza, sono sordo.

—Siete il sindaco?

—Il segretario, eccellenza. Ho servito quarantadue anni. Spero che il generale Garibaldi…

—Dov'è il sindaco?