—Spedite un aiutante a schierare opportunamente i duecento soldati usciti da Reggio. Briganti crede presente l'esercito. Importa non si ricreda.

Indi mi ricongiunsi a Nullo, dirigendoci ambidue verso la brigata per rinfocolarvi lo spirito della rivolta. Ma dovemmo cedere alle istanze dei borghigiani, che vollero scendessimo in casa d'uno di loro a ristorarci. Con argomentazione perentoria agguantate le briglie ci forzarono all'obbedienza. Discinta la spada, mi beatificai con un catino d'acqua fresca, adocchiando contemporaneamente nella propinqua sala la mensa festante di diverse frutta che parevano colte nel paradiso terrestre, onde tardavami d'irrorare la gola arsa dal caldo e dalla sete, allorchè un paesano salendo le scale a salti con voce trarotta ci avvertì che un picchetto di lancieri borbonici spesseggiava, per riunirsi alla brigata. Colla faccia tuttavia bagnata e grondante, monto in arcione e mi precipito dietro quei cavalieri. Avevo un cavallo di sangue inglese che volava come Baiardo. Nullo balza in sella un istante dopo, ma lo lascio indietro a perdita d'occhio. La briglia sul collo del corsiero, oltrepasso il picchetto nemico. Girato il cavallo, grido ai sopravvegnenti:

—Indietro! siete prigionieri: al quartier generale di Garibaldi!

Un maggiore, due capitani, un medico di reggimento, quattro sergenti e otto soldati.

Il maggiore, conte C…, sguainò la sciabola.

Adesso, pensai, m'infilzano.—Io ripetei immantinente, ingrossando la voce:—Indietro! e soggiunsi:

—Anche il generale Briganti sta in nostra mano.

—Andiamo a Garibaldi, esclamarono i soldati voltando i cavalli. Alle parole e ai movimenti dei soldati, il maggiore, ringuainata la sciabola, mi disse con isforzata rassegnazione:

—Dunque prigioniero; ho una bandiera ed è vostra.

—La darete a Garibaldi. Italiani voi come noi, fatevi soldati della libertà. Avrete avanzamenti e combatteremo insieme gli Austriaci,