—Movetele incontro, ingiunsemi Garibaldi, e schierate un reggimento sulla sommità del monte. Il secondo gli si accampi da tergo di riserva.
A un quarto d'ora di là sostava l'ambulanza generale proveniente da Reggio, e con essa rividi dopo venti giorni la moglie mia, la quale mi donò un paio di floride pesche. Assegnati i luoghi alla brigata, porsi a Garibaldi la più bella pesca del paio, che gli fu inaspettata, peregrina ed unica vivanda in quella giornata.
La brigata Cosenz, opportunamente venuta e stesa a foggia d'immenso festone sull'arco della montagna, completava la scena stupenda e conferiva a noi, per la prima ed ultima volta durante la campagna, una superiorità assoluta sui borbonici.
Il corpulento marchese, affannato dall'alpestre passeggiata, accompagnò al dittatore due uffiziali a parlamento, un capitano e un sottotenente.
Garibaldi sedeva a terra fumando, dopo mangiata la pesca, l'invariabile mezzo sigaro. E noi lì da presso.
Si volse al capitano con ciera fosca e con un punto interrogativo. Il capitano, avvezzo alle etichette militari, alla pompa delle decorazioni, degli spallini e dei pennacchi, parve sorpreso della giacitura del generale, dell'abito modesto, del cappellino più modesto, del mezzo sigaro d'un soldo e della squallida comparsa dei suoi aiutanti. Tradendo da fuggevoli contrazioni della bocca un senso d'alto dispregio, si diffuse in una lunga parlata sulla efficacia delle proprie posizioni, sulle forze prepotenti, sulle navi, sull'arrivo del general Viale.
E Garibaldi troncando quella sventurata eloquenza:
—Veniamo al fatto. Posso trarvi prigionieri o gettarvi in mare; ma vi lascio partire disarmati o venire col vostro grado al mio campo. Vi do tempo sino alle due pomeridiane. E rimandolli.
—Meglio gettarli in mare e vendicare il soldato della bandiera bianca assassinato, proruppe un sottotenente vestito a nuovo e assiso sul ciglione.
Garibaldi, udendo il feroce consiglio, girò lentamente il guardo sul crudele interlocutore.