Provvidi che nella notte trecento della guardia di Pozzuoli insieme ai militi di Baja circuissero il forte, ne impedissero l'uscita e l'entrata, intimassero la resa alla dimane e all'uopo procedessero all'assalto. Assegnai ai rimanenti del battaglione l'officio di riserva in Pozzuoli, raccomandai al governatore di vigilare e trasmisi un telegramma a Garibaldi.

Passato in rassegna il battaglione e tenutagli una breve concione marziale, il sindaco, che avevalo covato con gli occhi, chiesemi flebilmente:—E per Ischia?

Ed io asciutto asciutto:—Il mio sergente.

Scendemmo al porto ove stava pronta una snella barca veliera. Traversando la piazza, osservai due statue collocate di prospetto ai due lati opposti, una di Lollio pretore e augure, l'altra di San Gennaro in sul punto di benedire. Questo contrasto di cattolicismo e di paganesimo, la coesistenza di due mondi, di due civiltà, di due tradizioni contradditorie che si additano ad ogni passo nella provincia di Napoli, riflettesi nella gente napolitana in cui si confondono ingegno arguto e grossa superstizione, in cui si combinano Vico e Pulcinella. Interrogai il sindaco se san Gennaro trinciasse contro la jettatura dell'augure.

Ed egli di ripicco, punto dal mio irriverente sarcasmo:

—No, colonnello, benedice ai fedeli, perdona agli empî e prega per tutti.

Dissimulando la freccia scoccatami con tanta destrezza, entrai in barca e ci ponemmo alla vela.

Mancavano due ore a sera. Il sole dell'occidente vestiva di porpora il golfo di Baja che incurvavasi sulla nostra diritta. La barca veleggiando da Pozzuoli al Capo Miseno tracciava la corda dell'arco. La molle aura, le tinte calde e vaporose dell'autunno, il mare oleoso, la calma della natura, la presenza augusta di ventidue secoli di storia che pareano figure solenni assise sui gradini dell'immenso anfiteatro, conciliavano al silenzio e alla contemplazione a cui non s'è mai così disposti quanto dopo la tumultuosa vita degli accampamenti, la tensione morale delle rivoluzioni, le sensazioni irritanti dei pericoli, e le logoranti fatiche di una lunga campagna. Nell'incanto di quella scena, nel cumulo di tante memorie, nello spettacolo di tante rovine, vidi Annibale minacciar Miseno; assistetti ai funerali di Scipione, schivo della patria ingrata, a Literno; all'agonia di Silla in Pozzuoli; di Tiberio alla Dragonara; e di Porzia in Nisida; udii il tragico ventrem feri di Agrippina all'imperatore matricida ripercotersi d'eco in eco sul lago Lucrino; penetrai nelle logge principesche della villa di Cicerone mentr'egli componeva Le questioni accademiche; seguitai con ansia Bruto che studiava un rifugio nei giardini di Lucullo; salii sul cassero della nave capitana di Sesto Pompeo nel quarto d'ora in che i Triumviri a cena spartivansi il mondo romano; visitai la flotta d'Augusto all'àncora; guardai al trionfo di Caligola sul ponte costrutto fra Pozzuoli e Baja, all'esercito sul ponte, al notturno sole di milioni di fiaccole, al banchetto, al proditorio tonfo in mare dei magistrati imperiali e degli amici dell'imperatore briaco; ripopolai la costa dei circhi, dei portici, dei giardini, delle ville, dei templi di Nettuno e di Venere genitrice, delle stufe e dei bagni di Nerone, del palazzo di Cesare, della Piscina mirabile, della gioventù elegante di Roma, e nel mio entusiasmo classico ruppi il lungo silenzio declamando quel verso d'Orazio:

Nullus in orbe sinus….

Il sindaco terminandolo:—Baiis praelucet amenis.