[6 luglio 1535.]

VII. — La fortificazione della Goletta, infino ai primi decennali del secolo decimosesto, non era più che una sola torre quadrata, ma grande di trenta metri per ogni lato, grossa di sette metri nella sezione, e munita di batterie alte e basse in tutto il giro: in somma un antico tipo delle moderne torri massimiliane[529]. Ma ciò non bastando a calmare le inquiete apprensioni, Barbarossa vi aveva aggiunto intorno un pentagono regolare, fortificato con bastioni, fianchi e cortine, lasciandovi nel mezzo la torre a guisa di mastio o cavaliere; presso a poco in quel modo che prima era stato disegnato, e poi fu ridotto il castello di Roma. Ciò non pertanto le opere nuove non erano compiute; ma in tanta brevità di tempo solamente imbastite di terra bagnata e battuta tra salsiccioni di ulivi e di palme ben stretti e incatenati di dentro e di fuori con travi, pali e remi di galere; divisando poi Barbarossa di poter rivestire tutta l'opera con buona incamiciatura di muraglia, ancorchè giudicasse che già da sè, come era, farebbe in ogni caso lunga resistenza. Per questo si mise in cuore di volerla difendere a tutto suo potere: molto più che di necessità doveva proibire ai nostri l'entrata dello stagno, se voleva salvare gli ottanta bastimenti; i quali oramai non potevano più uscirne, ma in ogni modo salvarsi o perdersi tutti insieme colla Goletta. Errore capitale, di che il celebre pirata portò, finchè visse, acerba ricordanza e pentimento; scusandosi soltanto col dire che niuno avrebbe potuto mai prevedere la venuta dell'imperatore dei Cristiani con tanto sforzo in Africa. Veramente quando dai prigionieri e da qualche fuggitivo venne accertato che Carlo V conduceva da sè la spedizione, si turbò tutto, e capì subito la gravità del caso e l'importanza della Goletta. Fece il possibile: cavò artiglierie dalle navi e dalle galere; e ne guarnì non pure i fianchi e la fronte dei baluardi, ma le cortine, e infino ai fossi, con tanta copia che più non ve ne capiva; e posevi di presidio seimila turchi sceltissimi, sotto il comando del Giudèo, e per luogotenente Cacciadiavoli. Pose di più un grosso nervo di gente in Tunisi sotto Assàn-Agà, trentamila mori a cavallo per la campagna; ed egli si tenne pronto a riconoscere le difese, e a dirigere i soccorsi, massime della Goletta; dove per maggior comodità aveva fatto gittare un ponte di legno a cavallo del canale, tanto da tenere aperte le comunicazioni con Tunisi per la riva meridionale, essendo l'altra occupata dai nostri.

[8 luglio 1535.]

Intanto il marchese del Vasto, venuto a campo sotto la piazza, stringeva l'assedio, compiva le trincere, e mediante le strade coperte e le vie ritorte andavasi appressando ai baluardi. Lavori lenti, terreno sabbioso, clima insolito, stagione caldissima, e pertinace resistenza degli assediati, sempre intesi nel contrabbattere e nel sortire, tutte le volte che loro si offeriva una occasione. In quei combattimenti perdette la vita molta gente: anche per qualche ruggine di rivalità che nudrivano tra loro i soldati delle diverse nazioni. Devo però ricordare la morte di quel Girolamo Tuttavilla conte di Sarno, già tanto chiaro all'impresa di Corone; il quale, abbandonato dagli altri, cadde per una archibugiata in testa, alla fronte delle compagnie italiane, mentre caricava arditamente e ricacciava una sortita del presidio. Perdita gravissima di valoroso giovane, che altrimenti sarebbe divenuto il gran capitano dell'età sua. Cadde Girolamo Spinola per un colpo di zagaglia nel fianco; e allato al marchese del Vasto cadde Fabrizio del Carretto. Noverate pur tra i morti Cesare Benimbene e Luca Savelli romani; Cesare Berlinghieri, Costanzo di Costanzo, Baldassarre Caracciolo napolitani; Luca e Antonio Sicardi piemontesi; Ottavio Monaci, due colonnelli e molti principali delle milizie italiane[530]. Dunque dalla parte di terra si menavano ferocemente le mani: ma io mi devo stringere alla marina.

VIII.

[14 luglio 1535.]

VIII. — Ecco addì quattordici del mese di luglio, terminati i lavori di assedio, e aperto da tre parti il fuoco di breccia, ecco a sollecita espugnazione venire le galèe dalla parte del mare, secondo il disegno stabilito nel consiglio di guerra, coll'intervento dei due capitani di Roma e di Malta[531]. Le navi grosse addietro, e le galèe in prima linea, disalberate, divise in tre squadre, e ciascuna squadra in due sezioni a coppia colle gomene da poppa a poppa, per andare, levarsi, tornare e battere alternatamente, in quel medesimo modo che erasi osservato, ed ho descritto per l'espugnazione di Corone[532]. Remigavano a quartieri, or queste or quelle, col palamento proprio per venire avanti, e col palamento altrui per dare indietro, massime in caso di avaria: e giuocando l'artiglieria, e volgendosi in distanza, e ritornando all'attacco per turno, ora la prima, ora la seconda sezione, l'una caricando i pezzi nella ritirata, e l'altra scaricandoli a furia nell'attacco, con un girar continuo da terra al largo, e viceversa, come farebbero le fanterie ordinate in colonna per fuochi di drappelli[533]. Questa manovra, eseguita con rara precisione dai marinari, ammirata da Cesare e dagli altri osservatori, riduceva a disperazione i Turchi: i quali non potevano accertare la punteria, nè vedere l'effetto d'un sol colpo sopra quei legni giranti che senza risquitto li tormentavano.

Di più merita essere ricordata, perchè conforme agli stessi principî, la bella manovra di Giorgio da Conversano, già ajutante del Martinengo in Rodi, il quale sur una grossa barcaccia con una quindicina di serventi volle mettersi in batteria. Aveva sulla poppa appostato un cannone da ventiquattro, e sulla prua due sagri da otto; e girandosi sopra due ancorotti con due destre presentava or poppa or prua, facendo fuoco continuo da una parte e dall'altra, caricando di là mentre di qua sparava. In questo modo, senza mai ricevere danno, conciava a punto fermo i bombardieri nemici e toglievali dalle difese[534].

In somma dopo otto ore continue di fuoco vivissimo dalle batterie di terra, e dopo il simultaneo ronzare delle galèe, come si è detto dall'alba al mezzodì dalla parte del mare, dove tra i primi sovrastava l'Orsino[535]; fattasi densissima la caligine, non altro più vedendosi che lampi e fumo, e il sole non più lucente di una languida pittura tinta di rosso, cessano da una parte e dall'altra le scariche; e tutti intenti affrettano il momento di venirsi a riconoscere. Il Ponente a grado a grado dissipa l'atro nuvolone, e quando finalmente si può coll'occhio correre sull'orizzonte, eccoti dinanzi la Goletta presso che rasata; abbasso il mastio, sossopra i baluardi, rotta qua e là la cinta.

A quella vista i soldati e i marinari chiedono di presente l'assalto: i sacerdoti distendono l'assoluzione generale, squillano le trombe, e le colonne gittansi concitate all'ultima prova. Corrono dal campo i soldati tra i solchi del sabbione; guazzano alla riva i marinari coll'acqua alla cintura. Non grido, non colpo, non parola vanitosa o superba: profondo silenzio fino al piè delle brecce. Ma giunti a quel segno tutti insieme levano il grido di guerra: ripetono le nazionali invocazioni a Santiago, a san Giovanni, a san Pietro, a san Giorgio: irrompono, e con tanta prestezza e con tanto impeto, che il Giudèo, il Cacciadiavoli, e quanti erano pirati di nome e di fatto infernali, trovano a pena la strada e il tempo di fuggirsi verso Tunisi pel ponte di legno, quando gli assalitori vi entrano da ogni altra parte, e vi piantano le loro bandiere[536].