Non si potrebbero noverare facilmente tutti i vantaggi della vittoria: acquisto della principal fortezza e chiave del regno, riputazione cresciuta alle armi cristiane, avvilimento dei nemici, disordine portato dai fuggitivi dentro Tunisi; e sopra ogni altra cosa, cattura di tutti i bastimenti barbareschi, senza perderne pur uno. In somma conseguìto in un giorno il fine prossimo della spedizione, e annichilate sul mare le forze navali dei maggiori pirati.
IX.
[15 luglio 1535.]
IX. — Quando i fuggitivi entrarono in Tunisi, Barbarossa con fiero cipiglio guardò soldati e capitani; e aggiungendo acerbe parole, rinfacciò loro la perdita della fortezza e dell'armata. Costoro altresì, arrovellati di vergogna e di rabbia pei danni privati di ciascuno, fremevano. Era in Tunisi a vedere quel che sempre e dovunque succede tra i compagni di sventura, che l'uno all'altro ne rimanda la colpa; e niuno dall'altro ne vuol sentire rimbrotto. E sarebbero quei furfanti, secondo lor natura, venuti alle mani tra loro, come già erano a male parole, se il Giudèo meno avventato degli altri non si fosse volto a Barbarossa quietamente per tutti rispondendo. Avere essi fatto opera e difesa degna di uomini valorosi; e tenuto testa, finchè erasi potuto, alle forze soperchianti dell'Imperator dei Cristiani e dei suoi marinari; dalle mani dei quali esso stesso il Re di Tunisi, quantunque soldato e marinaro valentissimo, riputerebbe gran ventura e decoro in simile circostanza esserne potuto uscir vivo.
Dall'altra parte i cortigiani di Carlo V già si lasciavano intendere di voler dare l'impresa per finita, senza mettersi altrimenti intorno alla capitale; allegando la difficoltà di espugnarla, la moltitudine degli Arabi intorno a difenderla, la disperazione dei pirati, il calore della stagione, la penuria delle vittuaglie, e la insalubrità del clima per uno esercito già stanco e solito a vivere in paesi migliori. Nè si vergognavano costoro di ripetere tale filatessa nel consiglio di guerra alla presenza di tutti i maggiori capitani e dello stesso Imperatore[537]. I retori insegnano che non mancano mai argomenti a chi ne cerca da quelle sedici sorgenti, o luoghi comuni, come essi gli chiamano, onde gli oratori possono trarre argomenti alle scettiche proposizioni in pro e in contro. Guai agli uomini, se il buon senso naturale non vincesse l'arte sofistica! Nell'istesso consiglio l'Orsino di Roma, informato ai principî di più alta sapienza, e secondo le istruzioni di Roma[538]; il Bottigella di Malta, e quanti erano quivi generosi e savi risposero: Doversi l'esercito e l'Imperatore quietare nelle imprese compiute, non nelle smozzate a metà; via Barbarossa da Tunisi, dicevano, altrimenti impossibile la sicurezza del Mediterraneo e dell'Italia: facile con genti vittoriose schiacciare in quel nido la testa del superbo, già confuso da tante perdite, e conturbato dalla discordia de' suoi.
Vinse il partito migliore, e la sera dello stesso giorno l'esercito Cristiano, tenendo sempre la base e i magazzini in Portofarina, marciava da quella banda rasentando lo stagno per la strada diretta verso Tunisi. Gli Italiani a sinistra, appoggiati al margine del lago, e condotti dal principe di Salerno, succeduto all'infelice Tuttavilla, gli Spagnuoli a destra condotti dal solito Alarcone, nel centro i Tedeschi comandati dall'Heberstein, appresso le ciurme trainando a braccia i carri dell'artiglieria, le provvigioni e le bagaglie; e il famoso duca d'Alba, allora semplice volontario, con quattro o cinquecento cavalli faceva retroguardo e assicurava le spalle. Il marchese del Vasto, come capitan generale scorreva da ogni parte e riferiva all'Imperatore, che se ne veniva inforcando un piccolo barbero di mezzo alle bandiere.
[16 luglio 1535.]
In tale ordinanza la mattina seguente giugnevano a tre miglia da Tunisi presso a certe colline, dove Barbarossa si era accampato con esercito tumultuario di Arabi, di Mori e di Beduini, la maggior parte a cavallo, che alcuni fanno ascendere infino a centomila; tutti diretti dai veterani della pirateria, e difesi sulla fronte e sui fianchi da moltissimi cannoni minuti, con ordine che, quando vedessero il bello, sparassero. Volevano prima metterci in confusione e poscia a macello, sbrigliando a tempo la cavalleria barbarica.
Il marchese del Vasto ed i nostri capitani non per questo sbigottirono: anzi già erano sul menare avanti i pezzi di campagna, quando veduta per una parte la difficoltà del traino, perchè le ruote profondavansi nel sabbione; e per l'altra visto in tutto l'esercito ardente il desiderio di venire prestamente alle mani, preludio di certissima vittoria, non parve loro tempo da indugiare. Però ottenuto il consenso dell'Imperatore, e fattolo ritirare a suo luogo tra le bandiere, fecero subito dar nelle trombe; e l'esercito con furore grandissimo caricò sul nemico.
Non voleva Barbarossa giuocar tutto il suo in quella giornata, nè mettere capitale, stato, gente, e ogni cosa in un punto a pericolo. Non essendogli riuscito, secondo i suoi pensieri, il disegno di spaventare i Cristiani colla mostra di tante forze e di tanta gente, volse l'animo a temporeggiare, come ogni altro avrebbe fatto nel caso suo. Laonde seguendo l'orme del Giudèo e di quegli altri che aveva prima rampognati, voltò le spalle, raccolse le milizie regolari alla difesa di Tunisi, e lasciò fuori alla campagna la cavalleria leggiera, e le migliaja di Mori e di Beduini, a molestare da ogni parte il campo cristiano e le sue comunicazioni col mare.