XI. — Il vigesimo primo del mese di luglio l'Imperatore con alla destra l'Orsino, pel cui senno e costanza era giunto a tanta altezza, entrava trionfalmente nella città di Tunisi, seguito dall'esercito vincitore. E senza distendermi in lungo sul governo di Carlo, brevemente dirò che rimise sul trono il re Muleasse già discacciato da Barbarossa; e ciò tanto per non aizzare maggiormente gli Africani, quanto per avere tra loro un sostegno, e per liberarsi dalle spese e dalle molestie. Poi trattando con lui, imposegli annuo tributo di omaggio, perpetuo divieto di pirateria, libertà ai Cristiani nella pesca del corallo, cessione della Goletta, e vettovaglie al presidio spagnuolo. Però gl'ingegneri imperiali subitamente presero a rimettere in difesa lo sbocco della Goletta: risarcirono la torre maestra, e attorno menarono un quadrato con quattro baluardi acuti, e però biasimati dal celebre capitano de' Marchi, il quale implicitamente dava la preferenza al pentagono precedente[543]. Venne poscia con spazio molto maggiore, ed a cavallo sul canale, una fortificazione sui lati dell'esagono: si conservò per quarant'anni, e fu perduta alli ventitrè di agosto nel settantaquattro da don Giovanni d'Austria, come a suo tempo diremo. Finalmente oggidì, mutate le condizioni, cresciuto il commercio, le case e i magazzini attorno al canale, non se ne vede più nulla.
[Agosto 1535.]
L'armata vittoriosa sciolse dai lidi africani, menando migliaja di cristiani riscattati a libertà, e appresso ammarinati i bastimenti dei nemici. L'imperatore prese terra a Trapani: e die' licenza all'Orsino, partecipe delle fatiche e della gloria, di ricondurre le galèe a Civitavecchia. Tornò menomato non solo dei tanti che dato avevano la vita per la pubblica salute, ma con molti soldati e marinari monchi, feriti e poveri più di ogni altro. Imperocchè, secondo il solito, essi non toccarono guadagni nè di artiglierie, nè di navigli, nè di ricchezze[544]. Ebbero soltanto in dono dalle istesse mani dell'Imperatore un catenaccio, insieme col chiavistello e la stanga della porta di Tunisi, perchè l'avessero a mostrare nella basilica di san Pietro in Roma a perpetua consolazione della anima loro.
Restarono quei rugginosi ferri per qualche anno nel portico della chiesa, dappoi nella sacrestia, e finalmente oggidì si trovano (come io scrittore ho veduto e riveduto le tante volte) nell'atrio esterno dell'archivio canonicale, e vicino alle catene del porto di Satalia, delle quali altrove ho fatto menzione. Quivi sporge dal muro una vecchia lapida, che dice così[545]: «Carlo V imperatore, espugnata la città di Tunisi, mandò questa stanga e questo serrame al tempio del beato Pietro apostolo, per ricordare ai posteri la segnalata vittoria.»
Qual maraviglia che i minuti particolari e i fatti egregi dei nostri marini non suonino più che tanto nella storia, quando dello stesso nobilissimo condottiero e prode romano, stato sempre a' fianchi di Carlo, per suo rispetto, si tace anche il nome nelle iscrizioni monumentali di Roma?
XII.
[5 aprile 1536.]
XII. — Mentre da un capo all'altro d'Italia dovunque passava l'augusto Carlo si facevano feste straordinarie con archi, trionfi, statue e pitture, lavorandovi tutti gli artisti del tempo buoni e cattivi, come dice il Vasari[546]; e mentre si ripetevano con infinita esultanza dei popoli le lodi sue, per avere condotto felicemente a termine la guerra piratica; già agli occhi dei savî per certi segni apparivano nuove sventure, e gli scoppi imminenti di altre guerre intestine. Imperciocchè essendo morto improvvisamente e senza prole, addì ventiquattro d'ottobre, Francesco Sforza duca di Milano, non poteva nè il re di Francia nè quel di Spagna lasciare il retaggio al rivale senza discapito, nè ritenerlo per sè senza battaglia. Di fatto Carlo, venuto da Napoli in Roma il cinque d'aprile, alla presenza del Pontefice, e dei cardinali, e degli ambasciatori, e di tutta la corte, in pubblico concistoro, disfogava acerbamente le sue querele contro Francesco; l'Ambasciatore parigino rispondeva a Cesare: e dopo le ingiurie tra loro venivano i danni sopra noi[547].