XIV.

[13 luglio 1537.]

XIV. — Stando i nostri alla guardia nelle riviere dell'Albania tra la Rilla e la Parga, addì tredici di luglio, scoprirono da lungi molti navigli di quella specie che i Levantini chiamano schirazzi (bastimenti da carico di gran corpo, alberi a pioppo, e vele quadre), i quali, come poi si seppe, venivano da Alessandria mandati dal Giudèo con munizioni ed attrezzi militari per l'esercito di Puglia. I marinari degli schirazzi scoprirono altresì le nostre galere: ma non pensando mai che potessero i Cristiani in arme per quei giorni navigare tanto lontano dai porti loro, e così da presso ai rivaggi altrui; anzi per molte apparenze persuasi che le galere nostre fossero barbaresche, proseguirono sbadati la loro navigazione per gittarsi poscia dal capo Bianco di Corfù al capo d'Otranto in Italia. Venuti da presso, scoprirono l'errore, ma non furono più in tempo a ripararlo: tentarono la fuga, si coprirono di cotone; tutto inutile. Da ogni parte circondati e investiti si arresero, senza che ne fuggisse pur uno. I Turchi messi al remo, le munizioni ripartite, ed i quattordici navigli con un po' di paglia e di stipa sotto coverta bruciati in mezzo al mare[554].

[18 luglio 1537.]

Dopo cinque giorni, facendosi diligentemente alla penna la scoperta sul tramonto e sulla levata del sole, ebbero un altro incontro di sommo rilievo per le conseguenze. Tanto nelle fazioni di guerra giova la vigilanza! Alla prima mattina del diciotto di luglio furono alla vista nel canale di Corfù due galere ed una galeotta di nemici, e si ordinò incontanente la caccia. Coloro, vedendosi inseguiti da forze maggiori, presero a fuggire, investirono in terra, abbandonarono i legni, e si imbrancarono verso i monti dei Cimmeriotti, gente cruda e bestiale, dai quali furono fatti a pezzi senza pietà, eccetto alquanti maggiorenti, cui salvarono la vita più tosto per ingordigia di grosso riscatto, che per altri rispetti. Tra i vivi ricorderò un dragomanno turco, chiamato Jonus-Bey, o, come dice il De Hammer, Junis-beg, uomo notissimo nella storia ottomana di questi tempi, favorito dell'Imperatore, e da lui mandato a Girolamo Pesaro, generale dei Veneziani in Corfù, per richiamarsi di certe baruffe occorse poc'anzi tra alcune galere delle due parti, a cagione di saluti. Or costui col capo pieno di Veneziani, di risentimenti e di tafferugli, caduto nelle mani dei Cimmeriotti, e tutto spavento, non capì mai che altri, se non i Veneziani medesimi, gli avessero fatto il brutto tiro di dargli la caccia, e di gettarlo in quelle strette; perchè quanto al Doria ed all'Orsino non pensava nè meno che avessero potuto tanto presto, e in così piccol numero, comparire per quelle marine. Però scrisse lettere furiose a Solimano: e incaponito come era in questo che la Repubblica abusasse perfidamente della pace per abbassare la casa Ottomana, ora sotto pretesto di saluti dinegati, ora di bandiere non conosciute, ora di dragomanni presi a sospetto, aggiunse nelle medesime lettere orribili cose contro di loro; e con questo si fece strada a chiedergli il riscatto[555].

Tanto bastò per liberare la Puglia. Solimano già inquieto, nell'udire sul fatto le querele dell'ambasciatore, si accese di grande ira: e, subillato da Barbarossa, di presente giurò precipitosamente di non volere più attendere a niuna impresa, se prima non si fosse vendicato dei Veneziani. Dichiarò guerra alla repubblica, stabilì di andare in persona all'assedio di Corfù, e tantosto richiamò le genti e l'armata da Castro. Ecco dunque per la prontezza e valore di quelle poche galèe liberata un'altra volta l'Italia dai Turchi; ed ecco a nostro vantaggio di prospetto l'alleanza dei Veneziani.

XV.

[22 luglio 1537.]

XV. — In un momento per tutto l'Adriatico corse il rumore degli apprestamenti ordinati alla Vallona per assaltare Corfù e gli altri possedimenti della repubblica, standovi l'istesso Solimano in persona a sollecitare e a dirigere l'armamento; e là raccogliendo gli avanzi delle forze materiali e personali che avevano campeggiato nella Puglia. Però levati a maggiori speranze, e certi ormai di avere in ajuto contro i Turchi la numerosa e bellissima armata di Venezia (infino allora tenutasi neutrale), continuavansi più che mai diligentemente i nostri a solcare di giorno e di notte quei mari, pigliando lingua da ogni parte, specialmente dagli Albanesi. Tanto meglio, che erano testè venute di rinforzo le quattro galere di Malta condotte da Lione Strozzi, colle quali l'armata nostra saliva al numero di quarantadue galere, montate da gente numerosa, prode, esperta e capace di fare buoni effetti, massime per lo sbandamento dei nemici. Da indi a quattro giorni, parlamentando con una barca levantina, seppero di certe galèe nemiche, capitanate da Aly-Zelif, uomo di molta autorità tra gli Ottomani, che dovevano passare pel canale di Corfù conducendo i migliori uomini di cavalleria della guardia imperiale, chiamati di gran fretta alla Vallona attorno alla persona di Solimano, con ordine di lasciare ad altri la cura dei cavalli, perchè a mano agiatamente gli conducessero per la via di terra.

Laonde i nostri di notte e celatamente andarono a mettersi sul passo agli agguati presso le Merliere, che sono quattro isolette, chiamate dagli antichi Ericusa, Elafusa, Marate e Multace; dove spartitamente e con buone guardie aspettando, scoprirono di fatto la sera del ventidue le dodici galere, che facevano la strada predetta. Levaronsi per incontrarle, e durante la notte essendo già plenilunio e chiarissima luce, non dubitarono punto di investirle e di combatterle. I Turchi, quantunque meno apparecchiati, valorosi tuttavia e dilicati sul punto d'onore, vennero subito ai ferri, e non ismentirono la riputazione del corpo, sostenendo l'arrembaggio a corpo a corpo con tanta costanza che, dopo tre ore, non ostante il gran numero dei morti e dei feriti, il combattimento durava come era cominciato. Quando poscia la cieca mischia, cominciatasi nella notte, comparve meglio a grado a grado rischiarata dal sol nascente, allora i nostri capitani conobbero il gran rischio, nel quale si trovavano per le avarie dei legni proprî, e per la grande rovina della gente; non vedendosi altro nelle corsie e sui castelli che corpi morti, mutilati e feriti; e le acque del mare intorno piene di rottami e di cadaveri, torbide e tinte di sangue.