II.

[Dicembre 1513.]

II. — La pronta nomina dell'eccellente capitano, e l'immediato possesso di lui in Civitavecchia, affrettarono la risoluzione dei risarcimenti alla darsena, per meglio raccogliervi e ordinarvi le forze marittime dello Stato. La darsena non è altrimenti una prigione, come alcuni pensano, ma la parte più sicura e più comoda di un porto, dove il naviglio militare sverna, si racconcia e si arma. L'equivoco è venuto nei tempi moderni dall'esservi restati in abbandono i bastimenti da remo, e con essi le ciurme di catena, o ristrette sulle pulmonarie galleggianti, o stivate nei prossimi magazzini. Salvo il caso recente, resta per ogni altro tempo il primo e proprio significato di porto minore presso un porto maggiore, fornito di scali e di edificî per servigio dei navigli militari, difeso con buone fortificazioni e ripari dalle tempeste del mare e dagli insulti dei nemici. Antichissimo fatto: alla romana dicevasi Angiporto, alla greca Epistio, all'italica Porticciuolo; e poi, con voce derivata dall'arabo, Darsena[113].

Presso al porto di Civitavecchia una ve n'ha, che può essere annoverata tra le più belle del Mediterraneo: venticinque migliaja di metri quadri in superficie, sei metri di uniforme profondità, grandiosi magazzini all'intorno, e talmente coperta da una cinta bastionata, che niuno la vede se non siavi dentro. Un documento di questo tempo ci mostra che si voleva nettarla e ridurla a maggiore profondità. E quantunque la scritta non porti data, nondimeno deve necessariamente ridursi alla fine del tredici. Non prima, perchè intestata a papa Leone, eletto nel mese di marzo dell'anno medesimo; non dopo, perchè agli undici di marzo dell'anno seguente moriva Bramante, al cui giudizio è rimessa l'approvazione dei lavori[114]. Ecco il documento[115]:

«Patti e conditioni fatte da Giulio de Maximi, che promette a Leon X di cavare a certa profondità e tempo il porto piccolo di Civitavecchia. — Io Julio de Maximi sono contento e prometto a lo santissimo padre nostro papa Leone X di cavare il porto piccolo di Civitavecchia, incominciando dalla bocca, e seguitare dentro per tutto, per infino alle mura che circuiscono il detto porto, con le infrascripte conditioni et capituli:

«1. Di prima che la santità di nostro Signore debba darmi al presente ducati quattro mila d'oro in oro per prezzo e mercede di tutta l'opera che havrò a fare in detto porto: et per me pagarli di contanti a Mario de li Cavalieri, nobile cittadino romano.

«2. Il detto Mario havrà a promettere et obbligarsi a nostro Signore, in caso che io non osservi di cavare il detto porto, secondo di sotto prometto, di restituire tutti li danari havrà ricevuti; o vero far cavare esso il porto, secondo la mia promessa, con quel più breve tempo si potrà.

«3. Che io sia obbligato cavare il porto con miei ingegni ed arti, in modo che la bocca stia sempre aperta et patente, come sta ora, per comodo de' naviganti.

«4. Voglio, cominciando dalle acque comuni, che è il mezzo tra l'altezza diurna et bassezza delle acque per lo flusso, nel quale mezzo si vede certa verdura come una linea retta nelli muri et scogli del porto; et diuturnamente et ordinariamente crescono le acque uno palmo vel circa sopra quel segno, et viceversa decrescono; et per le grandi altezze et bassezze extraordinariamente eccedono da ogni banda assai: et da quel segno in giù voglio cavar tanto che habbia palmi nove di fondo di canna romana. Eccetto che, se trovassi scoglio o muro, non voglio essere obbligato a cavare più oltre che esso muro o scoglio.