«5. Da poi che saranno disborsati li danari, et chiarito il giusto segno delle acque, a comune judicio di marinari venetiani et genovesi, o vero a judicio di frate Bramante (al quale del tutto me ne rimetto), voglio aver tempo due mesi a mettermi in ordine per cominciare l'opera: et di poi alli duo mesi voglio haver tempo mesi diciotto ad haverlo finito di cavare.
«6. Che mi sia lecito gittare il fango in quel luogo che mi farà più comodo.
«7. Che mi sia lecito far tagliare il legname che mi bisognerà in tutte le selve vicine, in terra di Chiesa, senza alcun prezzo di selvatico o di altra impositione.
«8. Che io sia accomodato di tutte quelle stanze che mi bisognerà, tanto in rôcca vecchia quanto in rôcca nuova, e dove la Camera havrà modo di accomodarmi, senza alcun pagamento.
«9. Che tutte le cose che adoprerò per me, per l'opera, e per i miei uomini habbiano a essere franche da ogni gabella, così se da Roma, come se da ogni altro luogo soggetto alla Chiesa, mi bisognerà mandare roba a Civitavecchia, siano franche da ogni gabella; e similmente quella roba e artiglieria havrò adoperata alla detta opera, volendola ridurre in Roma, sieno franche da ogni gabella o datio.
«10. Che tutte le galere et altri legni che sono annegati nel detto porto, et ogni altra cosa, sia libera mia.
«11. Che andando li miei uomini per macinar grano alli mulini vicini, li mulinari sieno obbligati posporre ogni altra persona et expedire li miei, sotto quella pena parerà a Nostro Signore, eccetera.»
I documenti, siano pure intorno a materie di piccola importanza, portano più lume e certezza alla storia di qualunque discorso, a chi li sappia intendere. Ecco qui, rispetto alla darsena di Civitavecchia, la bozza di un contratto per cavarla a certa profondità; ed eccovi insieme la certezza della sua esistenza anteriore all'opinione de' moderni che l'attribuiscono a papa Pio IV, senza attendere alle memorie perpetue del medio èvo, come ho detto altrove, e senza sapere della descrizione fattane nel quattrocento da Flavio Biondo. Anzi il presente documento ce la mostra già tanto antica nel pontificato di Leone, e mezzo secolo prima del detto Pio, che pei rottami di navigli sommersivi da tempo immemorabile e per la invetrata poltiglia, sarebbesi resa inutile se non si dava mano a rinettarla. Di più eccovi la speranza di trovarvi anticaglie e oggetti preziosi, come di fatto si è visto infino ai nostri giorni, essendosi ripescato colà tra le molte medaglie, bolli, musaici, ed altri oggetti antichi, quel superbo braccio di bronzo di che si abbellisce ora il musèo etrusco del Vaticano. Ecco nella eccellentissima casa dei Massimi, nota agli eruditi per le edizioni romane del primo secolo, continuarsi lo slancio verso le imprese ingegnose. Eccovi il teorema della marèa diurna, notissimo anche in quel tempo; e la maniera di valutarne con pratiche induzioni anche nel nostro mare gli estremi, tuttochè di poca levata nelle circostanze ordinarie. Ecco la popolare nomenclatura che allora distingueva la rôcca vecchia dalla nuova; e questa, che oggidì chiamiamo la Fortezza, già tanto avanzata nella costruzione, da potervisi alloggiare la brigata e gli operaj di messer Giulio. Ed ecco finalmente ogni cosa rimessa al giudizio di un grande artista, come dire di Bramante; il cui nome, introdotto con tanta sicurezza nel documento, per sè indica la notorietà e frequenza di lui in quel luogo; dove non poteva essere per altro che per l'opera maggiore che allora vi si faceva, ciò è dire per la fabbrica della predetta Fortezza, tutta di suo stile, come altrove più largamente esporrò. Si noti eziandio l'appellativo di Frate, dato a Bramante; perchè risponde a capello coi fatti e colla storia; e ricorda la promozione di lui all'ufficio del Piombo: ricco, geloso e nobile ufficio di suggellare col metallo dolce le bolle pontificie, secondo che usavano i frati laici dell'ordine Cisterciense; a similitudine dei quali gli altri piombatori, cavati dal ceto degli artisti, vestivano in certe occasioni l'abito consueto dei frati precessori, e si chiamavano Frati del piombo, camuffati di tonaca e di cappuccio, come si vedono pure ritratti nelle antiche rappresentanze, quantunque non facessero niuna professione di vita monastica[116].
Non voglio lasciare questo documento senza venire alla conclusione. La cavatura in vece di giungere solamente alla profondità uniforme di palmi nove per tutto il bacino, passò la minima di palmi quindici, e toccò la massima di palmi venti, come risulta dalla pianta di detta darsena delineata poco dopo da Antonio il giovane da Sangallo, e coperta con una rete di scandagli, il cui originale ho trovato io stesso tra i cartoni di lui alla Galleria di Firenze, e ne ho il facsimile presso di me per la squisita cortesia del cavalier Carlo Pini, direttore e conservatore delle stampe[117].