[1514.]
III. — Adesso mi continuo a tirar fuori dai registri le notizie, secondo i tempi. Trovo nel quattordici tre squadre in navigazione: quella della guardia consueta sotto il Vettori, composta di tre galere e di due brigantini[118]; l'altra di due galere con Giovanni da Biassa, il quale, quantunque licenziato da Giulio II dopo la battaglia di Ravenna, ora nondimeno milita con papa Leone, e per lui quest'anno rimena in Francia il signore di Rochefort, ambasciatore del re presso la santa Sede; ed al ritorno, passando di Genova, da Giovanni Vespucci oratore papale in quella città riceve l'ordine di venirsene sollecitamente colle galèe in Civitavecchia per congiungersi col Vettori, e assicurare viemeglio le difese della spiaggia, e i servigi che si prevedono pel viaggio del Papa[119]. La terza muove da Ancona col cavalier Bonarelli verso Venezia per imbarcare certe artiglierie, richieste da papa Leone al doge Loredano[120], secondo la nota compilata da Leonardo di Firenze, nuovo capo dei bombardieri in castello Santangelo, succeduto di fresco al defunto Matteo Galli bombardiero romano[121].
[Aprile 1515.]
Questi apparecchi tendevano evidentemente alla spedizione generale contro i nemici comuni della società cristiana, ma non approdavano. Tutti piativano per finirla coi Turchi di là, non così però che prima non volessero di qua aver assettato le faccende loro a proprio talento. Quindi ciascuno proseguiva i suoi litigi intestini: le divisioni tra i principi maggiori del mondo cristiano crescevano, e vicino ci bolliva aspro conflitto con Urbino, con Ferrara e con Milano, oltre alla congiura contro la vita di papa Leone, che poi scoppiò nel diciassette. Il cardinal Petrucci strangolato in Castello, tre altri afflitti di gravissime pene, e il cardinale Adriano di Corneto fuggito via[122].
Il primo passo dierono i congiurati in quest'anno al diciannove d'aprile, quando il cardinale ostiense Raffaello Riario, per sicurezza della sua persona e dei complici, richiese la rôcca di Ostia, dal cardinal Giulio dei Medici e dal castellano Gianfrancesco de Noris fiorentino. La prese a titolo di affitto, con grossa malleveria sul banco dei Balducci, e colla promessa di tenerla e goderla a uso delle oneste persone con tutte le munizioni, artiglierie e corredo; secondo legale inventario[123].
IV.
[Ottobre 1515.]
IV. — Non conscio dell'iniqua trama, papa Leone il primo di ottobre partivasi da Roma verso l'Etruria marittima, e finalmente riducevasi colla corte in Civitavecchia, dove pel cavamento della darsena e pei fondali guadagnati, venuto in maggiori speranze, faceva assegnamento di nuove fortificazioni. Aveva perciò intimato colà una dieta di soldati e d'ingegneri principalissimi, coi quali alla vista del luogo intendeva deliberare il modo e la forma della nuova cinta. Convennero quegli stessi capitani ed architetti, che poscia nel dicembre seguirono papa Leone verso Bologna incontro a Francesco re di Francia, secondo il partito preso quivi stesso in Civitavecchia sulla fine d'ottobre al primo annunzio del pericolo, come narra Paride de Grassi[124]. Necessaria avvertenza cronologica per istabilire con certezza il fatto e il tempo.
Ragionandosi dunque colà di fortificare detto luogo (come ben dice il Vasari), cioè la città intiera, non un pezzo della rôcca vecchia o della nuova (come altri confondono al solito), tra quei signori ed architetti, e tra i diversi pareri, Antonio il giovane da Sangallo, afferrata la bella occasione di mostrare alla corte, ai mecenati e a ogni altro il valor suo, e quanto degnamente fosse stato eletto tre mesi prima all'eminente ufficio di architetto di san Pietro, spiegò i suoi cartoni, e mostrò il disegno compiuto di tutta l'opera, che fu approvato dal Papa e dagli altri, come di tutti il migliore per giudizio, per arte, per eleganza, e per fortezza[125]. Dunque non ciance o ciarpe vecchie, salmisìa, ma progressi importanti dell'arte nuova.
Antonio, iniziato ai principî dell'architettura militare dagli zii, e poi seguace di Bramante non solo nel corridojo di Castel Santangelo, ma anche nella rôcca nuova di Civitavecchia, come dimostrerò coi suoi autografi, già conosceva il terreno, e già aveva in pronto il risultamento dei suoi studî: una cinta bastionata alla moderna, con sette baluardi reali da circondare la darsena e la città da un mare all'altro, appoggiando gli estremi alle due rôcche. Quali si mostrano i quattro disegni originali di sua mano che si conservano alla Galleria di Firenze, e gli altri tre che vi ho trovato io stesso, tali i lavori eseguiti in Civitavecchia nell'istesso secolo e tuttavia esistenti, conformi ai medesimi disegni; tale la pianta identica degli originali e della esecuzione intagliata sopra quattro medaglie del secolo decimosesto. Dunque rivelazioni importantissime per la storia dell'arte, che oramai ci viene sicura, dimostrata, e più antica che altri non avesse pensato o scritto. Falso il primato dei Sammicheli, secondario il magisterio del Martini. Il primo baluardo esiste ancora in Ostia dal 1483 per opera di Giuliano da Sangallo, il primo pentagono bastionato esiste ancora in Civitacastellana dal 1496 per opera di Antonio suo fratello, la prima fortezza quadrata con quattro baluardi a musone esiste ancora dal 1501 per opera dello stesso; e la prima cinta reale di piazza d'arme, coll'ordine rinforzato a fianchi doppi, esiste ancora in Civitavecchia dal 1515, per opera del nipote. Non avremo più a perderci in dubbii e in congetture appresso ad altri misagiati ricordi di fortificazioni, posteriori di data, e da lunga pezza distrutte[126]: ma verrà la storia nuova sopra Monumenti primitivi, di epoca certa, tuttavia esistenti, e conformi ai disegni originali dei classici, conservati infino a oggi. La somma di queste cose io scrivevo del 1858 nel giornale delle Strade ferrate[127], quando niuno dei miei maestri (anche dopo compiuta l'edizione del Vasari pel Le Monnier) nè in Roma, nè in Italia, nè fuori pensava punto a queste nuove dimostrazioni, colle quali e con altre simili tratterò io la storia dell'architettura militare senza allontanarmi dalla spiaggia romana, come si vedrà nel mio libro della fortificazione. Non intendo a pretensioni, ma alla verità che torna onorevole a tutti.