Antonio allora aggiunse agli ufficî suoi di Roma la direzione dei lavori di Civitavecchia, andandovi spesso e tornandone, secondo il bisogno. E quantunque egli cominciasse l'opera di terra e fascine, riservando a miglior tempo l'incamiciatura; nondimeno murò quattro porte, due dalla parte della campagna e due alla marina, sulle quali esso stesso pose lo stemma delle sei palle di papa Leone[128]; e questo fu addì quindici giugno del diciannove. Il mese seguente addì ventisette luglio dello stesso anno Antonio fece incastrare attorno alla darsena le teste di bronzo che ancora si vedono, e sono chiamate dai civitavecchiesi i Mascheroni: cioè una diecina di teschi a ceffo leonino, disegnati da mano maestra di vivissima bizzarria, e gittati in metallo colle zanne sporgenti e le labbra accartocciate per sostenere fermamente e penzoloni gli anelli massicci pur di bronzo, dove i bastimenti danno volta ai cavi di posta in alto, tanto da poter camminare per le banchine senza inciampare a ogni passo tra i cánapi. Gli anelli ritraggono le forme consuete del cinquecento colla gemma piramidale a quattro faccie nel castone: in somma l'anello mediceo. Il getto si dice fatto da Giacopo dell'Opera, cui si pagano cento ducati a buon conto[129]. Col nome dell'Opera abbiamo notissimo tra gli artisti un Giovanni, detto pur delle Corniole, discendente di tessitori di drappi a opera, donde il soprannome della famiglia. Giovanni, morto in Firenze nel 1516, lasciò eredi i nipoti, figli di Francesco suo fratello; uno dei quali avrebbe a essere il nostro Jacopo[130].
Dunque Antonio costruiva la cinta bastionata, murava le porte, metteva gli stemmi, incastrava cogli arpesi i mascheroni, piombinava nella darsena, ristaurava il porto, la bocca e il molo grande[131]: e tanto era attaccato a quel luogo, che dopo cinque lustri continuavasi a solennizzare colà le care memorie della sua prima comparsa, scrivendo di suo pugno[132]: «Colubrina di mastro Andrea. Questa Colubrina ò fatto la prova a Civitavecchia, addì dieci ottobre 1538.»
V.
[26 Aprile 1516.]
V. — Intanto che le nostre marine contro ai pirati fortificavansi, Curtògoli crescendo di ardimento e di potenza teneva in continuo fastidio le campagne littorane, e sul mare moltiplicava i danni. Costui turco d'origine (Kurdogli) gran maestro della grande pirateria, d'intesa coll'imperatore di Costantinopoli, erasi stabilito in Biserta del regno di Tunisi, più tosto principe che ospite, con trenta bastimenti da corso e quasi seimila ladroni al suo comando; coi quali intendeva nuocere a ogni altro cristiano o islamita, tanto sol che giovasse agli interessi della crescente razza piratica. Però non ostante il trattato di commercio e di amicizia tra il re di Tunisi e i Genovesi, aveva menato prede dalla Liguria, e sottomessa a tradimento una galera della guardia. Quest'anno del sedici alla primavera contava già presi diciotto bastimenti siciliani con tutto il carico di frumenti; e lo sciame crescente dei ladroni venivagli appresso con molti bastimenti da remo, ronzando sulle spiagge dell'Etruria marittima. Papa Leone con pressa grande scriveva alle città e ai rettori littorani di mettersi in guardia contro nemici possenti e vicini; ed al preside della provincia, Francesco Pitta, ordinava di non mancare a niuna parte dell'ufficio suo per salvezza dei popoli. Le lettere papali, colla data del ventisei di aprile di quest'anno, sono pubbliche tra le opere del Bembo che le dettava: e qualcuna ne resta ancora originale negli archivî delle città medesime. Traduco la più breve, diretta ai Falisci, e valga per saggio[133]: «Abbiamo notizia certa di una armata non piccola di ladroni e pirati africani che han preso a scorrere pel nostro mare, ed ora si volgono contro Civitavecchia e contro le spiaggie del vostro distretto. Dunque vi ordiniamo di ubbidire senza replica a Francesco Pitta vicelegato della provincia in tutte le cose che vi comanderà, non altrimenti che se vi fossero comandate da Noi stessi in persona. Sono provvisioni urgenti che riguardano l'incolumità vostra nella vita e nelle sostanze. Dato a Roma li ventisei di aprile 1516 del nostro pontificato anno quarto.»
Può ciascuno da sè quasi direi vedere gli effetti di lettere tanto incalzanti e stringate: accorrere dalle provincie interne le milizie assoldate, armarsi la gente del contado a piedi e a cavallo, uscire all'aperto, occupare i ponti e le strade, battere le spiagge, mandare e ricevere corrispondenze celeri da luogo a luogo, di giorno e di notte, e mettere in opera tutti i provvedimenti che a cessare simili pericoli per quei tempi si costumavano. Il solo sospetto, e molto più le prossime minacce, bastavano a tenere in travaglio le intiere province, e a dare altrettanto di fastidio che la stessa invasione. I pacifici abitatori nell'ambascia, la città di Roma in sospetto, preghiere pubbliche per le chiese, e il Pontefice istesso a processione per conciliare il favore di Dio e degli uomini alla difesa del paese[134].
Però senza misconoscere i vantaggi della pietà, papa Leone attendeva al resto, come colui che parlando dei turchi e dei pirati soleva dire[135]: «Grande stoltezza di alcuni il pensare di poterli conquidere solamente colle orazioni: dobbiamo metterci alle armi, e combattere da senno, se vogliamo liberarci dalla loro oppressione.» A questo fine apparecchiava la sua squadra navale, congiungeva le galere del Biassa a quelle del Vettori, tregua tra i principi proponeva, cardinali di fiducia e di autorità per le corti spediva, e tutte quelle pratiche ripigliava che gli scrittori sacri e profani di quel tempo ricordano[136]. Pratiche continue per quattro anni in tutta l'Europa, ed altrettanto allora ferventi nei pensieri e nei discorsi dei contemporanei, quanto oggidì fredde nella memoria e nelle pagine della storia. Valgami per esempio quel grande ingegno di Girolamo Vida, che, quasi ringiovanito nella speranza di vedere effetti stupendi di generale spedizione, studiate e robuste parole scriveva all'istesso Pontefice promotore dell'impresa, dicendo[137]: «Orsù dunque chiama alle armi i marini di Italia ed i regi di Europa: concedimi a gran contento di vedere una volta l'ampiezza del pelago ricoperta dai navigli della cristianità, come desiderano tutti i vicini e i lontani. Di questa speranza brillano gli animi dei popoli, la gioventù animosa si apparecchia alle battaglie; ed io, quasi dimentico dell'estro febèo, nulla più ardentemente ormai desidero che intrecciare colle frondi del serto poetico gli allori di Marte.» Alle parole del Vida di fresco ha fatto eco, gran dire! il Guerrazzi sull'istesso proposito di papa Leone, scrivendogli[138]: «Adesso il Papa e i Principi cristiani volsero la mente a tal fatto, che avrebbe dovuto restarsi sempre in cima dei loro pensieri, e questo era la pirateria, con la quale i Turchi, condottisi ad abitare le coste dell'Africa, avevano reso il Mediterraneo infame, peggio che non è una selva infestata da assassini.... impresero la guerra dei pirati, e ne commisero il comando a Federigo Fregoso, arcivescovo di Palermo e fratello del Doge.»
VI.
[5 Maggio 1516.]
VI. — L'occasione di giusto sfogo all'impeto di tanto universale commozione venne da sè; e papa Leone la colse in quest'anno alla comparsa di Curtògoli, sommamente odiato dai Genovesi per gl'insulti ricevuti, e dal re di Francia per consenso simpatico verso la sospirata Liguria. Di che consapevole papa Leone, non dubitando punto di essere ascoltato, scrisse la seguente importantissima lettera[139]: «Ad Ottaviano Fregosi prefetto, ed ai decurioni di Genova. — Tutti sanno essere comparsa attorno alle isole d'Italia, e presso alle vostre riviere l'armata dei pirati tunisini; e da più parti arrivano dolorosi avvisi di rapine e di desolazioni. Io voglio cacciar via cotesti ladroni dai nostri mari, e, se sarà possibile, al tutto sterminarli. Con somma celerità apparecchio il mio naviglio: e sperando fare cosa onorevole a tutti gl'Italiani, ed a voi salutare per la comunanza degli stessi pericoli, vi chiedo in prestito quelle quattro galèe che avete pronte nel porto, e vi prego di armarne altre quattro colla massima sollecitudine. Io pago la quota che mi tocca. Ma presto, presto, mandatemi i legni vostri, uniteli co' miei, leviamoci dal viso la vergogna, facciamo di respingere gl'insulti del nemico, e di conquiderlo. Ripeto diligenza, premura e somma prestezza. Dato in Roma addì 5 di Maggio 1516».