Le istruzioni verbali del messaggero portavano di più la nomina di Federigo Fregosi genovese, arcivescovo di Salerno (non di Palermo, come stampa il Guerrazzi), fratello del doge Ottaviano, col titolo di Legato al comando dell'armata collettizia, secondo la proposta; e quindi l'obbligo a tutti di seguirne il supremo stendardo in conformità alle antiche costumanze. Il Breve della legazione si legge al disteso tra le opere del Bembo[140].
I Genovesi maggiormente per questi avvisi messi in assillo contro Curtògoli, si restrinsero a consiglio, e deliberarono subito di corrispondere alla chiamata, accettandone le condizioni utili ed onorevoli a ciascuno. Perocchè con questo ben si argomentavano di provvedere al decoro della romana Sede, ed alla convenienza dei proprî interessi: comandante genovese, e di fiducia nella città; stendardo papale, e di valida copertura in Tunisi: in somma buon giuoco per dare in sulla testa al pirata Curtògoli, senza rompersi del tutto con Abdallà re della terra, e salvo il proposito di ripigliare appresso meglio di prima con lui i commerci dell'Africa.
Il Piergianni di nostra conoscenza, trovandosi lieto in quei giorni con sei galere e tre galeoni nel porto di Genova, da buon cavaliero rodiano, offrì il suo concorso a papa Leone; e proposegli il quesito d'impiccare per la gola alle antenne tutti i prigionieri che mai si potessero avere nelle mani, tanto che agli altri servisse di terribile esempio. Leone rispose accettando l'offerta, sì veramente che volesse stare all'obbedienza del Legato e seguirne lo stendardo; rimettendosi del supplizio dei pirati, e di ogni altro provvedimento al Legato medesimo, che per essere uomo di senno e di prudenza singolare, pieno di nobiltà e di grazia, sarebbe per fare ogni cosa conveniente, e col dovuto rispetto terrebbe conto delle opinioni e dei suggerimenti del capitano Piergianni[141]. Eccovi eziandio qualcuno di parte francese, che, dicendo corsari, intende ladroni da forca.
[4 agosto 1516.]
Dunque ai primi di agosto abbiamo insieme sette legni papali, cioè i due brigantini della guardia e le tre galere di Paolo Vettori, di che si è detto nei capitoli precedenti e nelle lettere di papa Leone[142]; più altre due galèe pontificie sotto il capitano Antonio da Biassa, per questo solo ricordato dal Giustiniani, perchè nativo della Spezia, e perciò attenente al titolo dei suoi annali, dove non entrava il Vettori. Abbiamo quattro galere della repubblica condotte da Andrea Doria, capitano del porto; ed altre quattro di privati genovesi messe su a richiesta e soldo di papa Leone. Finalmente le sei galere e i tre galeoni del Piergianni francese; che tutti insieme tornano a capello nel numero indicato dal Giustiniani, diciannove galere, tre galeoni, due brigantini, e ventiquattro vele[143].
Degli altri principi nostri parla la lettera del cardinale Giulio dei Medici al vescovo di Tricarico nunzio in Francia, colla data di Roma sei maggio, così[144]: «E' si scoperse a Civitavecchia, circa dodici giorni fa, ventisette vele di Turchi, cioè ventitrè fuste et quattro galere, et subito se ritrassero. Et dipoi sono state intorno a Zanuti et l'Elba. Il che dètte a Nostro Signore gran dispiacere.... Et pensando a' remedi Sua Santità judicò che fussi necessario si unissi insieme le galere et galeoni del Cristianissimo et di Genova con quelle delli Spagnuoli che si trovano a Napoli.... Sua Santità, oltre al concorrere colli legni sui, contribuirebbe anche alla spesa di quattro galere che di nuovo si armassino a Genova». Dunque anche l'invito agli Spagnuoli dominanti in Napoli, come tutti sanno; e niuna omissione della parte di Roma. Ma perché dal Regno non corrisposero, fia bene ricordare la sentenza con che papa Leone per mezzo de' suoi ministri scrivendo al vescovo d'Isernia Massimo Corvino, nuncio in Napoli, se ne doleva infino a due anni dopo con queste parole[145]: «Nostro Signore dal canto suo non ha mancato di ogni possibile offitio con tutti i principi cristiani, et precipue col re Cattolico: et per anchora non li pare (parlando con vostra Signoria come la intendiamo) che questi Spagnuoli si risentino, et considerino il periculo. Et però V. S. userà lo ingegno et virtù sua in fare qualche opera a beneficio della repubblica cristiana principalmente per queste cose del Turco.»
Usciti al largo i migliori sotto lo stendardo della Chiesa, e tra essi il Fregosi, il Vettori, il Doria, il Piergianni, il Biassa, ed altrettali capitani di gran conto, girarono attorno per incontrare Curtògoli: all'Elba, alla Capraja, alla Corsica, alla Sardegna, sempre indarno, perchè costui insieme con tutti gli altri ladroni, il cui fine precipuo non istava nel combattere, ma nel rubare, avevano preso da ogni parte la fuga. Non è mai mancata, nè sarà mai per mancare la lingua agli stolti, agli schiavi, ai rinnegati, e ai traditori. Però navigazione languida, mare quieto, venti di stagione, notti serene, giornate lunghe, e niuna scoperta. Bisogna dunque cercare Curtògoli nel suo nido, e passare in Africa.
Intanto che si naviga di buon braccio coi Ponenti consueti dal golfo di Cagliari sul rombo di Ostroscirocco, verso Biserta, ci accade di considerare le condizioni del paese. Regnava di questi tempi per tutta l'ampiezza della Bizacena, dal confine di Algeri a quello di Tripoli, Abu-Abd-Allah-Mohammed della dinastia degli Hafsiti, islamita di razza bèrbera, e totalmente indipendente dall'imperio ottomano. Costui per antica tradizione di famiglia teneasi affezionato ai Genovesi, firmava trattati con loro di amistà e di commercio, e ne favoriva il traffico, la pesca, i coralli, i fondachi; perchè gli fruttavano molto tesoro, e provvedevano ai mercati con soddisfazione grande de' suoi popoli. Venuto poscia Curtògoli co' soldati turchi e con lo squadrone piratico a chiedergli ospitalità, lo accolse pur volentieri; tanto perchè musulmano, quanto perchè favorito dalla plebe amante degli avventurosi guadagni: e lo tenne molto più caro ai suoi privati interessi, posciachè il pirata (secondo la legge del Corano) faceagli toccar netta la quinta parte di tutte le prede che veniva facendo sopra i Cristiani. Però aveva assegnato a Curtògoli il porto e la città di Biserta (l'antica Hippo-Zarythus, tra gli Arabi Benzert) nel punto più sporgente della costa; proprio rimpetto allo sbocco del Tirreno; donde colla destra poteva ferire Trapani di Sicilia, colla sinistra Cagliari di Sardegna, e di faccia il Tevere, Roma, Napoli, la Toscana, e la Liguria. Là stanziava Curtògoli, di là traeva viveri e gente. Ricco, armato, favorito: già principe di fatto in Africa.
Dunque Abdallà voleva nel suo stato la pace con tutti, e la prosperità dei suoi interessi. Amici i mercadanti coi loro commerci, amici i pirati colle loro prede. Fermi tutti alla legge: stessero contenti i primi a pagar le gabelle, e stessero pur contenti gli altri a rassegnare le quinte; chè Abdallà, amico comune, contava continuarsi sempre in pace con loro. Fuori dei suoi porti si accapigliassero pure insieme i mercadanti e i pirati; non per questo doveva esso rompersi la testa: anzi aspettarli sempre lieto al ritorno, o colle gabelle, o colle quinte. Stolto a non capire l'immoralità dell'avara connivenza! Stolto a non prevedere la propria ruina pei pirati! Essi ricchi, essi armati, essi forti nelle viscere del dominio, favoriti dalla plebe, e sostenuti dall'imperadore ottomano, dovevano tra poco cacciare tutta la sua discendenza dal paese, e farsi padroni del regno.
I Genovesi, consapevoli del tranello di Abdallà, e volendo levarne del pari, entrarono nella stessa simulazione, coprironsi sotto bandiera di papa Leone che non aveva tanti rispetti, e deliberarono assaltare Curtògoli nel suo ricovero, facendo pur le viste di non offendere il Re. Fermatisi pertanto la notte dietro l'isoletta della Galitta, la mattina improvvisamente entrarono nella insenata che serve di porto a Biserta. Là per evidenza di fatto accertarono il giudizio della ritirata generale dei ladroni, vedendo tutti i legni dello stesso Curtògoli, galèe, fuste e brigantini, una trentina di bastimenti, tutti disarmati dentro terra alla fiumara, nel mese d'agosto, come se fosse scioverno. Subito i pochi Turchi di guardia presero a fuggire, ed i molti Cristiani prigionieri a scuotere le catene, chiedendo ad alta voce la libertà. Soldati e marinari saltarono in terra, di presente sciolsero gli oppressi, e proruppero nel saccheggio dei legni, dei magazzini, dei casali, infino ai borghi di Biserta. Mossa repentina, cominciata cogli stimoli della pietà, e guasta dalla cupidigia delle genti tumultuarie venute colle ultime galere, come si può di leggieri intendere pensando le intrinseche ragioni, la disciplina militare, e il silenzio dei parziali. Facilmente si sarebbero potuti portar via, o almeno bruciare nel primo attacco, tutti i bastimenti piratici: ma il disordine, il tristo esempio, gl'indugi, ed i fardelli crebbero fiducia ai musulmani della città e del contado di concorrere a cavallo sulla riva; dove agli alleati non restò altro ripiego, se non serrar le file, mettere in mezzo i riscattati e le prede, e rimontare sui navigli, senza speranza di miglior sorte in quel luogo, anzi perdendovi due palischermi.