Incalzati dal vento, continuaronsi verso levante sopra i rivaggi della Goletta, coll'intendimento di cavar fuori dallo stagno la galèa della guardia genovese, predata l'anno avanti da Curtògoli nei paraggi di capo Côrso. Quei gentili e colti signori che più volte si sono degnati onorare le povere cose mie dei loro benevoli suffragi, abbiansi pur da me pubblica testimonianza di leale gratitudine per l'amore che mostrano alla bellissima nostra lingua, ed alle sue voci marinaresche. Di che provocatamente prendo occasione, quando mi occorre, per fare qualche avvertenza intorno alla ricchezza ed alla proprietà nello scolpire nettamente i concetti e le differenze delle cose, come qui mi accade tra i due termini Rivaggio e Paraggio. Ambedue tecnici, usati dai classici, e registrati alla Crusca, esprimono in genere un Tratto di mare: ma l'uno lo determina diversamente dall'altro. Chè il primo lo appressa al sensibile della riva e delle terre vicine; e il secondo lo solleva al razionale dei paragoni lontani sul mare o sui circoli della sfera.

Venuto adunque il Fregosi sui rivaggi della Goletta, die' fondo ai ferri, e subitamente spinse tre barche armate nello stagno: le quali, nonostante il fuoco della massiccia torre (unica difesa del passo in quel tempo), entrarono nel canale, presero a rimburchio la galera, e se la menarono appresso. Bella ed onorata fazione.

Indi costeggiata l'Africa giù giù dalle Conigliere, alle Cherchene ed alle Gerbe, bruciando legni nemici, menando preda, e traendosi in trionfo tre brigantini, tornarono sullo scorcio dello stesso mese ai porti d'Italia[146]. Ho seguito nel racconto la guida di autorevoli scrittori, e particolarmente del Giustiniani contemporaneo; la cui autorità, già grande tra i Genovesi, cresce ogni dì, trovandosi le sue parole sempre conformi ai documenti che di tempo in tempo tornano alla luce. In somma la spedizione ebbe plauso, tornò utile, e papa Leone lodossi de' suoi marini, scrivendo al condottiero[147]: «Ho saputo tutti i successi della navigazione, e tutti i fatti dell'armata da te condotta in mio nome contro i pirati. E perchè ogni cosa è stata eseguita con animo e costanza grande, con molta fatica, e secondo la dignità della romana Sede, di ciò sommamente lieto, ti lodo e con tutta l'effusione dell'animo ti benedico.»

VII.

[Settembre 1516.]

VII. — Ora veniamo alle conseguenze tra i Genovesi ed Abdallà, e poi tra Curtògoli e i Romani. I primi, ripresa la galera e data l'acerba lezione a Biserta, fecero per mezzo de' mercadanti nazionali stabiliti in Africa, noti ed accetti al Tunisino, rappresentargli a tempo le lagnanze del ricetto accordato ai pirati e alle prede; e chiesero se Abdallà volesse o no rimettersi in pace, secondo i trattati, come per l'avanti. Abdallà rispose ad Ottaviano Fregosi e ai governanti di Genova una lettera importantissima in lingua araba; che, per essere inedita ed unica, fu recentemente volgarizzata e stampata dal chiaro professor Michele Amari, dalla cui squisita cortesia ne ebbi in dono un esemplare[148]. Non bisogna fermarsi alle apparenze, nè alla congerie orientale delle proteste, scuse e ricriminazioni: ma entrar dentro nelle intime intenzioni, che evidentemente tornano a tre capi. Primo, Abdallà non vuole inimicarsi affatto coi Genovesi, nè scapitare sulle gabelle, nè perdere il mercato; e scrive aperto[149]: «Non ci tocca il duro tratto, col quale ci mortificate, nè il rimprovero che ci sentiam fare da voi con aspri e pungenti detti (la somma dei quali è) che abbiamo cercato con gravissime offese di romperla con voi. Mai no: noi non abbiamo cessato mai di tener presente l'amistà e il buonvolere che un tempo voi avevate per questo stato; perciò abbiamo sopportato dei grandi rammarichi, dicendo sempre: Via speriamo che Iddio acconci ogni cosa e che rinasca la buona armonia. Or noi speriamo che si rinnovi la pace, come voi proponete.»

Nel secondo piglia gran faccenda, volendo persuadere agli altri, come a sè stesso scusava, la necessità del ricettare i pirati. Per questo non fa mai motto di Curtògoli e delle sue ruberìe, e molto meno tocca della galèa genovese custodita non dai pirati, ma da' suoi stessi ministri nel canale della Goletta: il tristo ingozza l'ingiuria della riscossa per non rammentare il torto del sequestro. Anzi mostra chiaro il desiderio di condurre i Genovesi alla stessa tolleranza ed obblivione delle cose passate. Quindi la somma delle discolpe torna a un sol punto: esso dice di ricettare i Turchi non come pirati, ma come musulmani[150]. «Se noi lasciamo a costoro (libertà di) sbarcare nei nostri paesi e vendere e comprare, questo non è cosa che debba movere l'animo vostro contro di noi. Come oseremmo di cacciare dal nostro territorio i correligionarii nostri? Come vietare la venuta di gente benevola ed amica? Sarebbe giusta l'ira vostra se noi li aiutassimo colle nostre forze, se uscissimo in corso con essoloro sopra di voi, se loro fornissimo alcun soccorso spontaneamente per (effetto di) lega, sì come voi usate con coloro che fanno imprese ai nostri danni. Ma voi sapete di certa scienza che siamo scevri di coteste colpe, anzi lontani da quelle più che niun'altra gente al mondo.»

Finalmente dopo le scuse della connivenza, e dopo le dichiarazioni dell'amistà, conchiude di aggiungere al trattato vecchio un capitolo nuovo, come dire di non più permettere ai pirati turchi di stazione in Tunisi il molestare i Genovesi, dicendo[151]: «Ci obbligheremo verso di voi a impedire che i Turchi vi arrechino danno di qualsivoglia maniera; ed a fare che chiunque noccia ad una nave dei Genovesi non abbia a lagnarsi che di sè medesimo, sia nella fossa di Tunisi o sia sulle costiere (del reame).... Rallegratevi adunque quanti voi siete, e datene annunzio per tutti i vostri paesi e città.... Noi vi giureremo la pace.... dopo che avremo imposto a tutti i Turchi vegnenti nei nostri dominii il patto che qual di loro offenda alcuna nave de' Genovesi, o faccia prigioni sopra essi, o rechi ad essi qualsivoglia molestia o pregiudizio, non possa in alcun modo sbarcare in alcun luogo del nostro dominio; e se sbarchi, sarà lecito a chiunque di por mano nel suo sangue ed avere: oltrechè noi manderemo gente a combatterlo e a fargli guerra.»

Dunque ai Genovesi scuse, pace, e privilegio: ed ai Romani il solito guadagno di restarsi più di prima esposti alle insidie. Di fatto Curtògoli, che conosceva gli umori di Abdallà e prevedeva l'esito e il divieto che vennegli appresso sul conto dei Genovesi, pensò solo di vendicare lo scorno e i danni sulla spiaggia romana, divisando avere nelle mani niente meno che la persona istessa di papa Leone. Doveva il ribaldo avere di qua secrete intelligenze con qualche traditore; cosa da non maravigliare chi sappia come allora le più ardenti passioni tra Francia e Spagna, tra libertà e servaggio, tra grandi e popoli, tra Siena e Firenze, e via via, tutto s'intrecciava intorno alla fatal casa dei Medici. Con questa intenzione Curtògoli presto riarmò le sue fuste, concorrendovi a gara la gioventù musulmana, avida di vendette e di rapine: e per meglio coprire il proposito principale nell'istesso settembre fece vela verso levante; e poi quatto quatto nell'ottobre si accostò alle spiagge latine[152].

Giovane ancora, e figlio del magnifico Lorenzo, soleva papa Leone nella stagione dell'autunno uscir di Roma con pochi amici e famigliari, e dar tregua ai gravi pensieri, e riposo all'animo stanco, scorrendo le campagne e le riviere a sollazzo di caccia e di pesca[153]. Per questo avea caro il castello della Magliana a cinque miglia da Roma sulle ripe del Tevere e verso il mare, donde è la data di molte sue lettere. Oggidì vedete squallido e deserto tugurio, ricinto da muraglie cadenti tra le felci sotto la stretta dell'edera parassita: un tristo e lungo fienile agli approcci, un pantano innanzi alla porta senza imposte, una fontana ridotta a beveratojo, qualche giumento a capo basso nella corte, e una misera osteria postavi a disperazione dei passeggieri. Ma ai giorni di papa Leone il sontuoso edificio, come ho veduto io nei disegni del Sangallo[154], e tutti possono leggere nei documenti di quel tempo[155]; e riconoscere anche adesso nella parte bassa del palazzo, e nelle magnifiche finestre del primo piano, tuttochè ridotte a quartiero; allora, dico, sul ponte levatojo splendevano ai raggi del cielo latino le armi e le piume dei cavalieri e dei cortigiani; e intorno marmi, stemmi, metalli, ricchezza. Di là papa Leone cavalcava privatamente a Porto, ad Ostia, ad Ardea, a Laurento; scendeva alla marina, saliva sugli schifi dei pescatori; ed ora per mare colle reti e coll'amo; ora per le campagne coi cani e co' falconi spaziava. Esso stesso ne parla nelle lettere a Carlo re di Spagna, rendendogli grazie delle quattordici aquile da presa, avute in dono da lui[156].