Finalmente a mezzo settembre, avendo inteso Paolo che alcune fuste dello stesso Gaddalì erano state vedute nel canal di Piombino, corse a quella volta, e ne scoprì due, le quali subito virarono di bordo, e secondo il solito presero a fuggire. E Paolo più che mai appresso per raggiugnerle senza aspettare le conserve, colla speranza di riuscir solo nella vittoria. Sforzò di vela e di remi, e tenne dietro ai nimici, tanto che gli ebbe investiti. Se non che la fuga di costoro, ed il lasciarsi raggiugnere, non era stato altro che inganno per trarre Paolo a trabocco: perchè, le due fuste, piene di gente da fazione, presero a combattere risolutamente; intanto che altre dieci, infino a lì nascoste, uscivano dal canale e lo circondavano da ogni parte. Le conserve, languide ed afflitte dalle precedenti infermità, vedendo dodici legni nemici in un gruppo addosso a Paolo, giudicarono non doversi cacciare nel conflitto: disperato ormai per chi giugneva troppo tardi, e inutile per chi non aveva più rimedio. Laonde, la nostra capitana, quantunque già impadronitasi di una fusta nemica, nondimeno assalita dalle altre, dopo lotta disperata, morti quasi tutti i difensori, e l'istesso Paolo ferito, dovette cadere nelle mani dei pirati[164]. Pensate baccano quando fu menata cattiva in Tunisi col generale in catena e gli altri al remo! Pensate che alcun tempo passò, senza che in Roma si sapesse nulla di loro, nè se fosser vivi o morti. Soltanto sette marinari, scampati collo schifo, raccontavano di aver veduto il Capitano combattere e cadere.

Io non loderò Paolo dell'essersi a quel modo cacciato avanti da solo, senza dar tempo agli altri di sostentarlo; perchè sì fatto ardire sempre riesce nocivo, scemando le forze proprie, e crescendo animo ai nemici. L'esperienza degli antichi tempi e dei moderni ha confermato i tristi effetti della temerità, massime nel non curare l'unione, l'ordinanza e la convergenza delle forze, quando si possono in un dato punto adoperare. Valga per tutti l'esempio di don Rodrigo Portondo, generale delle galèe di Spagna, il quale dopo avere con sette legni nell'anno 1529 condotto a Genova Carlo V, passando al ritorno presso le Baleari, per aver voluto andar solo ad assaltare il Cacciadiavoli, famoso pirata, spregiando lui e tutta la sua squadra di fuste e di brigantini, pagò la temerità colla vita e colla perdita di tutte le galere, che dopo lagrimevole massacro di gente restarono predate[165].

IX.

[Marzo 1519.]

IX. — Nondimeno ebbe Paolo miglior fortuna: sopravvisse alla pugna e alle ferite, e condotto prigioniero in Tunisi trovò per sorte alcuni mercadanti veneziani che, persuasi dalle sue ragioni, si offerirono di riscattarlo, pagando per lui l'enorme taglia di sei mila ducati d'oro[166]. Poscia sopravvenuto colà Pietro Michieli, capitano delle galèe della repubblica, quei mercadanti glielo consegnarono perchè il menasse a Venezia, e sotto specie d'onore, e per la sicurezza del danaro. Di che il detto Paolo, dal primo porto d'Italia, spacciando un uomo a Roma, diè avviso al Papa nell'autunno per lettere di suo pugno, dicendo come era vivo e ne andava a Venezia; dove sperava che sua Santità sarebbe contenta di mandargli l'occorrente a poter fare il dover suo coi creditori[167]. Delle quali lettere Leone prese sommo piacere, essendochè faceva di lui gran conto; e da un anno senza nessuna nuova tenevalo per morto. Viemeglio adunque dalla disgrazia si parve l'amor grande che gli portava: imperciocchè papa Leone di presente approvò il riscatto; e quantunque pesasse di tante migliaja, volle che fosse sborsato dal suo privato cassetto, senza verun disagio della casa Vettori. Anzi si disse che Leone non fu veduto mai cavar danaro con maggior contentezza; conoscendo o dicendo a chiunque come per poco prezzo ricuperava un uomo che per la fede e per la virtù era atto ad eseguire i suoi pensieri, quanto alcun altro che avesse attorno. Conferma egli stesso colle sue parole l'altrui sentenza, scrivendo di Roma il ventisei dicembre 1519 al doge Loredano, così[168]: «Tornato dall'Africa Paolo Vettori, capitano della nostra armata navale, testè prigioniero dei pirati tunisini, ho raccolto dal suo racconto con quanta amorevolezza e liberalità Pietro Michieli similmente capitano delle galèe di cotesta repubblica naviganti in quelle parti, lo abbia riscattato, non dubitando metter fuori per lui, tutto chè uomo estraneo, una grossa somma di moneta. Godo assai di questo successo, ammiro la prontezza, lodo la magnificenza, e vi assicuro che niuna cosa poteva accadermi più lieta di tale riscatto.» In questo modo Paolo tornossene al suo governo, rifece la capitana, e si tenne per quelle fazioni che appresso diremo, come verranno.

Ora volgiamoci a Gaddalì, che lieto dei seimila, lietissimo del grande e forte naviglio di guerra conquistato, ed uso (come egli era) di circoncidere a forza i giovanetti cristiani per fargli turchi, non poteva omettere di falsare il bastimento romano per renderlo piratico. Però coi maggiori della sua brigata, e numeroso equipaggio, e molte bandiere rosse, e stelle, e lune e scimitarre, vi montò sopra, e lo dichiarò ammiraglio delle sue dodici fuste, colle quali alla buona stagione dell'anno seguente riprese il corso, pensando che la fortuna propizia avrebbe a crescergli nuovi e più splendidi guadagni. Or qui gli avvenne il rovescio de' suoi pensamenti: e ciò per la bravura di un tale, che appresso abbiamo a vedere successore di Paolo nel governo della marineria romana. Fatto per più ragioni del passato e del futuro, da non doversi preterire.

[22 aprile 1519.]

Andrea Doria in quest'anno continuava a servire la repubblica di Genova col modesto titolo di capitano del porto, come a dire comandante di quelle quattro galèe che i Genovesi solevano tenersi armate da presso per la difesa del loro commercio. Le galèe erano delle sforzate, cioè fornite di gran numero di rematori condannati all'opera pubblica: e sapendo che Gaddalì veniva baldanzoso colla capitana contraffatta, minacciando gran cose contro tutti i naviganti, propose ed ottenne da quei signori di poterne armare in fretta altre due di bonavoglia, cioè con rematori condotti a prezzo e a tempo fisso, come altrove dirò. Così prese il mare e corse tanto che la mattina del ventidue d'aprile, vigilia di san Giorgio protettore dei Genovesi, essendo sopra alla Pianosa, videsi venire incontro la squadra di Gaddalì col vento freschissimo da Scirocco. E pensando Andrea che non avrebbe combattuto bene colà contro all'audace nemico, avvantaggiato dal numero e dal vento, fece le viste di fuggire, seguitato sempre dai pirati fino al capo di sant'Andrea, che è la estrema punta occidentale dell'Elba. Ivi egli divisava girare a levante per quella risvolta, ben da lui conosciuta, e così guadagnare il vento, e compensare la disparità del numero, dei legni e della gente. Presso al capo, il Doria orzò a raso; e Gaddalì comprese, quantunque tardi, la manovra; e come la navigazione di lui non era per fuggire, ma per tirarselo appresso infino a tal parte dove potesse facilmente voltar faccia, e con maggior vantaggio assalirlo. Laonde il pirata guardossi bene dal doppiare il capo: anzi venutagli meno la speranza nella supposta fuga di Andrea, cominciò esso stesso daddovero a fuggire, mettendosi a remo contro vento; perché la più parte de' suoi legni eran sottili, di gagliardo palamento, e capaci di tenere la rotta per ogni rombo.

Allora il Doria mainò tutto: e mostrando alla sua gente il nemico in fuga ordinò similmente voga arrancata contro di lui, dicendo aperto essere persuaso che la giornata gli darebbe vittoria. E perchè le ultime due galèe armate di fresco si vedevano al remeggio più tarde delle altre, aggiustò loro il rimburchio di due galèe sforzate, mettendole tutte quattro agli ordini del conte Filippino Doria, suo luogotenente, ed uomo, di cui poteva essere certo certissimo che non lo avrebbe mai in nessun caso abbandonato. Esso intanto colla capitana e la padrona scorse avanti: non già alla maniera del Portondo e degli altri per combattere da solo; ma per provocare il nemico, per traccheggiarlo col cannone, e per trattenerlo infino a tanto che le sue conserve potessero essere vive sul posto. Nondimeno contro sua volontà fu costretto a difendersi un quindici minuti da cinque legni che gli si erano gittati addosso, e la padrona similmente a difendersi da tre, prima che Filippino, scioltosi dai rimburchi, potesse mettere in battaglia altre due galèe, e finalmente le ultime due. Le quali non di meno con gente fresca, libera e arrabbiata, più risoluta di menar le mani che i remi, tanto volonterosamente dettero dentro, che dopo un'altra mezz'ora di ferocissima mischia, dove caddero moltissimi dei Genovesi e cinquecento dei pirati, ebbesi piena vittoria. Presi, da tre fuste in fuori che si dierono alla fuga, tutti i legni nemici: molti pirati prigionieri, molti cristiani riscattati, e riscossa dopo sette mesi la capitana di Roma. Vittoria veramente segnalata, e conseguìta per arte marinaresca e per bravura militare: vittoria che, oltre all'onore, fruttò il grandissimo beneficio di togliere di mezzo quel terribile Gaddalì, di frenare l'oltracotanza dei pirati, e di mettere un po' di sicurezza tra i naviganti[169]. Qualche scrittore moderno ha errato di anticipazione, mettendo questo fatto all'anno diciassette[170], perché successe precisamente li ventidue d'aprile del diciannove, come dice il Giustiniani, contemporaneo e accuratissimo scrittore; e come risulta dalla riscossa della capitana di Roma, e dalle lettere del Bembo citate avanti, che portano data certa.