X.

[Gennaio 1520.]

X. — Ora uno sguardo all'Europa, e ai tre monarchi maggiori che stanno per metterla sossopra: dovremo poscia lungamente con loro travagliarci. Francesco re di Francia, presuntuoso, cavalleresco, fantastico, freme di sdegno, perchè disgradato da Carlo e dagli elettori dell'imperio: Carlo imperatore e re di Spagna, cupo, despota, battagliero, minaccia di conquidere il rivale, perchè non resti più che un solo possente in Europa: e Solimano, detto dai Turchi il magnifico, altiero, fanatico e conquistatore, vagheggia tra le altrui discordie l'ingrandimento della casa sua. Terribile triumvirato, che riepiloga in sè tutti i pregi e tutti i difetti di tre nazioni.

Facendo principio da Solimano, succeduto in quest'anno a Selim, eccolo per ragion di stato tutto rivolto all'amicizia e alla esaltazione dei pirati, divisando per opera loro dilatare le conquiste in Europa contro i Cristiani, e in Africa contro i Musulmani: eccolo con tutto lo sforzo apprestare formidabile spedizione, principalmente inculcatagli dal padre, contro i cavalieri di Rodi. Dall'altra parte vediamo il principe Fabrizio del Carretto, grammaestro dei Gerosolimitani, oltre al crescere le forze sue ed oltre all'ordinare lavori di fortificazione, come meglio si parrà nell'assedio, continuamente sollecitare e chiedere dai principi di ponente gli ajuti necessarî a potersi difendere. Di che papa Leone più che mai desideroso, volendo per debito del suo ufficio contentarlo, ordina a Paolo Vettori l'armamento di tre galeoni, e l'immediato trasporto di validi soccorsi nell'isola. Antichissimo è in Italia il nome e l'uso dei galeoni: ne parla il Caffaro con altri cronisti più rimoti[171]. Pensate sorta di bastimento misto, e quasi intermedio tra nave e galèa; a similitudine di questa avrete il taglio allungato, ed a similitudine dell'altra il corpo di alto bordo: in somma nave lunga e galèa grossa. Ponevano i costruttori principalmente la mira alla solidità dello scafo, ed alla velocità del corso: massiccia l'ossatura, lunga la chiglia, stretto il piano, e due castelli di gran rilievo a poppa e a prua, che davangli figura arcuata, simile al quartieron della luna. Quattro alberi verticali; due quadri a proravia, e due latini a poppavia: le vele di civada e di contraccivada sotto al bompresso; e sopravi alcuni flocchi, che chiamavano quarnali e quarnaletti, perchè issati con paranchi a quattr'occhi. Dunque albero maestro e trinchetto colle gabbie e gabbiette quadre; arbori e antenne latine colle due mezzane: capacità di due o tremila tonnellate. Durante il secolo decimosesto venivano crescendo di numero i galeoni, e si facevano di maggiore importanza per la navigazione delle Indie, dove gli Spagnoli e i Portoghesi usavano mandargli non così solamente pel traffico, che non fossero al tempo stesso capaci di stare in battaglia e difendersi da soli e in convoglio, con cinquanta e più pezzi di artiglieria grossa distribuita nel primo e nel secondo ponte e nei castelli, oltre alla minuta della tolda e delle gabbie[172]. Sul tipo dei galeoni, verso la fine del cinquecento, sursero le prime costruzioni dei moderni vascelli.

[Giugno 1520.]

Con tre bastimenti di questa specie sciolse le vele da Civitavecchia il capitano Paolo Vettori, menando seco per luogotenente il cavaliere Battista Nibbia, numeroso equipaggio, munizioni, artiglierie, e tre compagnie di ducencinquanta fanti l'una, gente sceltissima, e accolta con gran festa dai Cavalieri, e perchè mandata dal Papa, e perchè davano mostra di utile soccorso[173]. Poco dopo sopravvennero quattro brigantini, quattro barche, e nove galèe di Francia, sotto il capitano Bertrando Dorvesan signore di san Blancars; il quale insieme coi Romani si trattenne in Rodi per tutta l'estate, e sempre al corso per le marine dell'Asia contro quei bastimenti piratici che erano stati licenziati da Solimano a tentare i primi colpi e le prime scoperte contro l'isola. Molti gli scontri avventurosi: e specialmente lodata l'arte e la bravura degli ausiliarî nell'attaccare e distruggere tutta l'armata di un principalissimo pirata turco, come ne scrive al cardinal de' Medici il Grammaestro di Rodi.

Tra la ricchezza di questi fatti accennati a pena per le generali, languisco di stento come fanno i cronisti, senza poter colorire il mio racconto di quelle composizioni prospettiche, che a modello ci hanno lasciato gli storici classici. Mancano i particolari: però non mi è dato svolgere nè teoremi nautici, nè principî strategici, nè applicazioni tattiche; nè rilevare il discorso per le circostanze necessarie, per le cause intrinseche, e per gli effetti naturali. Perdonino i gentili e discreti lettori, cui mi studio fare intendere i pensamenti miei senza tediarli, se non posso altrimenti soddisfare al loro desiderio ed al mio: ed in vece si contentino della seguente lettera del Grammaestro, il cui originale latino, che non ripeto perchè pubblicato altrove per le stampe, così parla[174]:

[25 agosto 1520.]

«Al reverendissimo padre e signore, signor Giulio della santa romana Chiesa, e del titolo di san Lorenzo in Damaso prete cardinale de' Medici, vicecancelliero, e protettor nostro, signore osservandissimo. — Reverendissimo ecc., premesse le raccomandazioni nostre umilissime. Sì come abbiamo già scritto a vostra Signoria reverendissima, è venuto qui in Rodi il magnifico signor Paolo Vettori, capitano della marittima squadra di nostro Signore, con tre galeoni per darci soccorso nel caso che avessimo dovuto essere assediati, come a ragione si temeva. Il prelodato Capitano si è trattenuto con noi, sempre desto nel cercare le occasioni di renderci i maggiori servigî; ed è riuscito felicemente (dappoichè niuno è venuto ad assediarci) nell'impresa di combattere e distruggere i navigli di un principalissimo pirata turco, secondo la richiesta e gli indizî che noi gli avevamo dati. Egli è uomo prode, generoso, e tutto inteso a fare cose degne del nome cristiano ed onorevoli a nostro Signore. Sentiamo perciò l'obbligo della gratitudine alla Signoria vostra che ci ha procurato il predetto soccorso, e inviatoci tale egregio Capitano che ha fatto in ogni cosa il nostro piacimento, così che nulla potevamo desiderare che egli di presente non facesse a lunga pezza più in là di ogni nostro desiderio. Se fosse stato nostro confratello, e cavaliero dell'Ordine, non avrebbe potuto far di più. Laonde ci protestiamo obbligati a lui, e ne rendiamo grazie a vostra Signoria reverendissima che ad un tratto ci ha conferiti tanti favori. La supplichiamo ancora a volersi degnare di continuarci il suo valevole patrocinio; del quale, se non avrà da noi corrispondente guiderdone, chè siamo impotenti a tante grazie debitamente compensare, ne avrà dall'altissimo Iddio, di ogni opera buona largo compensatore, in questo e negli altri secoli la dovuta mercede. Esso intanto felicemente conservi la vostra Signoria reverendissima. Dato in Rodi, addì venticinque d'agosto 1520. — Umile servitore il Maestro di Rodi fra Fabrizio.»