Non fa mestieri ricordare lo struggimento dei Turchi nel desiderio di cacciare i Cavalieri dall'Oriente, e di pigliarsi l'isola di Rodi, per venire avanti sicuri colle conquiste in Germania e in Italia. Gran prova ne aveva fatto Maometto II l'anno avanti di morire; e poscia a quell'esempio Bajazet suo figlio, Selim suo nipote, e finalmente in questi tempi Solimano mostrava aperto l'animo suo di volere illustrare il principio del regno col sospirato acquisto. Dall'altra parte i Cavalieri allestivansi alle difese, e in cima dei loro pensieri tenevano le fortificazioni della capitale e della loro residenza. Sorta la nuova maniera di fortire, e fattasi sempre più certa l'intenzione dei Turchi di mettersi all'assedio, toccò in sorte a un Grammaestro della lingua d'Italia l'introdurre nella piazza l'arte nuova, inventata dai grandi artisti italiani. Il principe Fabrizio del Carretto, di grande casata ligure, uomo solerte e provvido, fondato nell'esperienza e nella ragione, che messe insieme non ingannano mai, prevedeva l'assedio futuro più terribile degli assedî precedenti; e come cominciò a governare, così finchè visse stette saldo nel proposito di fortificare l'isola, e più la città e il porto, con lavori grandiosi e continui dal diciassette al ventuno[217].
Quattro ingegneri sono nominati dai contemporanei per le opere e per le difese di quest'ultimo assedio: Basilio della Scola vicentino, maestro Gioeni siciliano, Girolamo Bartolucci fiorentino, e Gabriele Tadini di Martinengo bergamasco. Comincio dal primo, il cui nome è ricordato dal Fontano, cancelliere dell'Ordine gerosolimitano, presente in Rodi per tutto quel tempo, e scrittore diligentissimo[218]; ed è pur ripetuto più largamente dal Bosio, storico ufficiale dell'Ordine istesso, con queste parole[219]: «Deliberato havendo il gran maestro Fabrizio del Carretto di ridurre la fortificatione della città di Rodi nel più sicuro e miglior stato che ridurre si potesse, fece andare nel seguente anno 1520 in Rodi Basilio della Scuola, ingegnero dell'imperatore Massimiano, il quale era il maggior uomo di quella professione che allora vivesse. E col parer suo, e di molti altri valent'uomini che in Rodi si trovavano, e particolarmente di maestro Giuenio ingegnero della Religione ci fecero molti, utili e buoni ripari».
Dunque trovandomi ora colla data certa nel 1520, cioè nel primo mezzo secolo dell'arte nuova, troppo importante mi sembra per la ragione delle mie storie il rispondere alla domanda che ogni studioso farà intorno alla vita ed alle opere di Basilio; postochè infino a questi ultimi tempi pochi sapevano degli elogi tributatigli dal Fontano e dal Bosio, e niuno più di loro: anzi il suo nome e i fatti erano ormai quasi dimenticati anche in Vicenza sua patria[220]. Se non che prima l'edizione delle lettere di Luigi da Porto pel Bressan, appresso le inedite artistiche pubblicate dal Campori, e finalmente le reminiscenze vicentine del Magrini hanno cominciato a diradare le tenebre, e a darci qualche miglior contezza dell'egregio ingegnero, del quale ora metto insieme le notizie che ho potuto da questa e da ogni altra parte raccogliere.
Basilio della Scuola, o Scola, così scrivevano i migliori, così il Bosio, il da Porto, il Sanudo, il Pagliarino, il Barberano, il Castellini, e ultimamente il Magrini (non della Scala, come altri stampa oggidì a rischio di confonderlo con Giantommaso Scala veneziano e posteriore) nacque in Vicenza circa il 1460, dove la famiglia era noverata tra le nobili, secondo che attesta il Pagliarino nel novero delle medesime, dicendo[221]: «Della Scola, famiglia venuta di Verona. Il primo fu maestro Bonaventura di Tommaso, il quale generò Basilio, padre di Agostino, dal quale sono nati Leone, Alessandro, e Battista della Scola; così detto perchè maestro Bonaventura teneva scuola». Dunque il cognome, qualunque sia stato precedentemente secondo l'origine veronese, divenne certamente della Scola per la professione vicentina; nome che tuttavia si mantiene onoratamente nei discendenti, tra i quali per debito di gratitudine devo ricordare quel fior di cavaliero che è il baron Giovanni Scola, le cui visite e corrispondenze mi sono state di gran giovamento per queste ricerche. I primi rudimenti delle scienze, massime filosofiche e matematiche, Basilio deve aver ricevuto dalla domestica educazione del padre; e non essere escito dalla nativa città che per seguire la milizia nelle guerre di quei tempi. Alla calata dei Francesi in Italia del 1494, egli era già tanto avanti nell'arte e di sì gran fama, che Carlo VIII lo volle al suo soldo sopra l'artiglierie[222]: essendo notissimo e di uso comune nei primi tempi, che l'istesso ingegnere, il quale disegnava le fortificazioni, attaccava e difendeva le piazze, e governava i pezzi, come si fa manifesto per gli esempî dei primi da Sangallo, del Martini, dei fratelli da Majano, del Cecca, di Leonardo, del Martinengo, e di tanti altri. Dopo due anni, cioè nel 1496, e mese di maggio, Basilio era al soldo dei Veneziani, soprantendente alle artiglierie della repubblica, colla commissione di gettare cannoni grossi da batteria cento pezzi; e similmente di incavalcarli sopra carri fatti a disegno speciale per questa bisogna[223]. L'anno 1500 doveva essersi rimesso al soldo di Francia, perché lo troviamo prigioniero degli Aragonesi in Napoli, e liberato ad istanza dei signori Veneziani; pei quali al principio del 1501 faceva un modello di fortezza, secondo le nuove forme: modello da mettere stupore nei riguardanti, soldati, ingegneri, e ambasciatori; e del quale si scrivevano le notizie per le corti, come di cosa singolarissima. Pognamo queste parole al duca di Ferrara[224]: «Hozi son stato a vedere uno modello de rocha, fa fare questa Signoria (di Venezia) ad uno Basilio de la Scala da Vicenza, el quale havea tenuto la maestà del Re di Napoli in prigione e a complacentia di questa Signoria l'ha relassato. È venuto qui cum salvoconducto però. Et he una bella opera, e monstra che el serebe questa rocha, o castello che se sia, inexpugnabile: et a disputarla cum luy, allega bone ragione de ogni minima cosa. He facto de legnamo: è piccolo: lì sono di gran ripari di molte offese e difese: torri in triangolo, quadre, tonde e di ogni sorta, e cum bombardiere con mantelletti a merli in triangolo.... a V. E. maestro sopra li maestri.... non dispiacerebbe, per esserli quello bono se fa in Franza de tali cose, quello se fa in Italia, et maxime al presente per la maestà del re di Napoli a Castelnovo, quello se fa in Alemagna ed altrove.» Dunque merli e torri in triangolo, difese a cantoni, puntoni, e tutto il meglio che si usava in ogni parte d'Italia, in Francia, e in Germania. Le notizie qui espresse rispondono pienamente allo stile di Basilio, ed alle opere fatte in Rodi: e più al costume del tempo, quando i grandi artisti del risorgimento, architetti e ingegneri esprimevano i loro concetti non solo colla matita, ma con bellissimi edifici di commesso e di scalpello sul legno; dei quali non pochi sono ricordati dal Vasari, ed alcuni si conservano ancora, come oggetti degni dello studio e dell'ammirazione dei posteri. Valga per tutti il gran modello della basilica Vaticana diretto dal Sangallo ed eseguito da Antonio dell'Abbaco, che tuttavia si conserva qui in Roma.
Avanti che scoppiasse la tempesta contro la repubblica per la furia della famosa lega di Cambrè, al principio del 1508, Basilio era provvisionato con ducento ducati annui dai Veneziani; i quali lo chiamavano[225] Uomo probo, fedelissimo, conosciuto per esperienza, accetto al capitan generale, e necessario alle loro artiglierie. L'anno dopo egli era in giro per le fortezze e città di terraferma a rivedere le difese, le munizioni, le armi, come si costuma in procinto di guerra[226].
Le istorie vicentine oltracciò ricordano un altro modello di Basilio per afforzare maggiormente la loro città; modello approvato in Venezia, ma non eseguito per l'impedimento delle guerre predette; e pur di sì gran pregio, che bastò ad ammansare un principe di Anhalt. Costui coll'esercito imperiale entrando in Vicenza nel 1510, si fece promettere da quei cittadini, se volevano andare esenti dal sacco e dal fuoco, tre cose: pagare cinquanta mila ducati, abbassare tutti gli stemmi dei Veneziani, e costruire a spese loro il castello già modellato da Basilio della Scola[227]. Ma le vicende della guerra tolsero al principe tedesco la soddisfazione di beccarsi il castello, come l'avevano tolta ai Veneziani, e a noi troncano il discorso, venutaci meno da ogni lato l'esecuzione. Ma non per questo andò giù la riputazione di Basilio: anzi, dopo la pace, più che mai famoso e pregiato, ebbe inviti alla corte dell'imperatore Massimiliano, stipendi da Carlo V, e finalmente richieste del parere e dell'opera sua in Rodi, dove erano maestri, principi e cavalieri d'ogni nazione. Dunque uomo eccellente nell'arte sua; fonditore, bombardiero, ingegnere, architetto, a levante ed a ponente, coi Veneziani, coi Francesi, coi Tedeschi e coi Rodiani. In somma il protagonista della scuola mista.
Alcuni, scrivendo dei grandi artisti, sembrano solo intenti a narrare i viaggi, i costumi, i guadagni, le gare, e simili cose comuni a tutti gli uomini; e lasciano indietro, o vero non dicono a bastanza dello stile di ciascuno, del genio, delle opere, e delle strade battute per giugnere a nuove invenzioni. Campo troppo largo, nel quale non posso entrare adesso: ma per mantenere a Basilio il suo posto, devo ricordare le tre Scuole, altrove accennate, che io chiamo Sangallesca, Urbinate e Mista[228]. La prima a parer mio comincia con Giuliano da Sangallo pel baluardo a cantoni del 1483, tuttora esistente nella rôcca d'Ostia; e pel compiuto sistema delle casematte nel grosso del recinto primario della rôcca medesima; continua col pentagono di Antonio in Civitacastellana, e col quadro bastionato a Nettuno; e termina con Antonio Picconi, inventore dell'ordine rinforzato, e grandioso ampliatore delle casematte e delle contrammine nel famoso baluardo di Roma. La scuola Urbinate comincia con Francesco di Giorgio Martini, al soldo del duca Federigo; comparisce coi puntoni dell'Amoroso in Ancona e di Ciro in Puglia, si svolge col fiancheggiamento nelle tavole del caposcuola, risalta colla mina di Napoli nel 1495, e termina col Genga e col Castriotto, ordinatori delle opere esteriori in tante loro fortezze. La terza scuola, cioè la mista, doveva avere alla testa uno che sentisse di tutti; i cui disegni rilevassero puntoni e fianchi, torri triangolari e merloni in punta, difese a cantoni, quadrate, tonde, e d'ogni sorta. Tale comparisce Basilio della Scola: tale per le testimonianze certe degli scrittori contemporanei, e tale per l'opere fatte e tuttora esistenti in Rodi[229]. A fianco di Basilio, e per le stesse ragioni, io metto Leonardo da Vinci; e segno l'ultimo periodo classico della scuola mista col nome di Michelangelo, il quale nel 1529 portava i terrapieni fino alle difese supreme dei parapetti; cosa non mai fatta da niuno nè in Italia nè fuori, prima di lui[230].
Torniamo ora a Rodi, e vediamo sul posto lo stato delle fortificazioni per quest'ultimo assedio, ed i lavori di Basilio. Avremo la scorta del Fontano, cancelliere dell'Ordine, e presente a tutti i successi degli ultimi tempi; e ci daranno ajuto le piante della città, e le memorie che ne ho appuntate io stesso ne' miei viaggi[231]. Sappia intanto il lettore, che ora qui e dovunque io mantengo ai luoghi la perenne nomenclatura italiana, come ci viene dal Fontano, dal Bosio, dai viaggiatori, dai marinari, dai portolani e dagli atlanti del nostro paese; senza smagarmi appresso ai nomi arbitrarî o corrotti per nostra confusione dagli strani singhiozzi e squarcioni degli Inglesi, dei Francesi, e dei Turchi. Ammiro e lodo la perfezione delle moderne carte idrografiche, massime dell'ammiragliato britannico; e ciò per la esattezza dei rombi e degli scandagli, e per l'indizio delle mutazioni naturali e artificiali sui lidi nel tempo moderno: ma per la storia del passato, quando il commercio di Oriente e le colonie asiatiche ed africane, e tutta la navigazione del Mediterraneo era in mano ai marinari italiani, io non cerco sulle carte i nomi stranieri, perchè gli ho tutti domestici. Posso dire Costantinopoli in vece di Stamboul; Alessandria, non Scanderìa; Bicchiere, non Bequier nè Abouckir; Calcedonia, non Makrìkui; Metellino, non Midillùh. Similmente, intorno a Rodi, dirò torre del Trabucco, non Arab-tower; torre dei Molini, non Kandia-point; torre di san Niccolò, non Tower of St. Elmo; capo Parambolino, non Koumbournou: e perchè scrivo italiano ho detto e dirò sempre Orlacco, non Vourlack; Afrodisio, non Mahadie, e simili. Valgami l'autorità non sospetta dello dotto ammiraglio inglese Guglielmo Enrico Smith, il quale nella sua opera importantissima, intitolata Memorie fisiche, storiche e nautiche del Mediterraneo, ha scritto a bello studio un capitolo per ispiegare agli altri le mutazioni sue intorno alla nomenclatura dei luoghi ed alla loro ortografia; pur confessando che molte voci, quantunque false e stranamente mescolate di vecchio e di nuovo, col franco e col turco; nondimeno sono state incise, e si leggono stampate nelle carte marine di Inghilterra e di Francia. Tutto dire! un ammiraglio britannico mi assolve dal rimprovero di rispettabile amico genovese sul conto dei termini topografici intorno alla descrizione di Smirne, nella mia storia marinaresca del Medio èvo; dove ho voluto secondo il mio costume usare i termini dei nostri piloti; distinguervi il capo Fogliero dalla città delle Foglie vecchie e nuove; porgli dirimpetto il Calaberno in vece del Kara-Bouroun; e poi l'Orlacco e la Cittadella, in vece del Vourlack e del Sanjack-Burnù. L'ammiraglio, dico, mi giustifica con queste precise parole[232]: «Molti errori di nomi locali sono stati introdotti, ed hanno preso posto nelle istesse carte idrografiche del nostro ammiragliato: ne citerò uno solo rispetto a Smirne. Presso alla città sopra una lingua di terra sporgente in mare sventolava la bandiera ottomana (Sanjack) inalberata sul mastio della Cittadella. Questo capo, chiamato dai Turchi Sanjak-Burnù, divenne pei Francesi capo St. Jacques, e pei nostri sapientoni divenne capo St. James; nome che si leggeva anche recentemente nelle carte del nostro ammiragliato». Egli continua cercando come togliere sì fatti spropositi. Intanto io vo innanzi: e senza aspettare che gli levino a comodo loro quei signori, me li spazzo da me; e n'ho abbastanza coi nostri storici, marinari, e portolani; pognamo pur coll'Atlante del Luxoro, illustrato dal Desimoni e dal Belgrano. Io sto con loro, e seguo gli stessi principî, anche nella descrizione della piazza di Rodi.
Dalla parte del mare le difese principali della città e del porto in procinto di assedio avevano a essere le catene distese, e le navi affondate sulla bocca, per impedirne l'ingresso ai nemici[233]; e insieme le batterie intorno agli scali per rifrustargli. Di più a guardia della marina tre grandi torrioni, che meglio direbbonsi castelli, nei tre punti principali del porto; cioè la torre rotonda dei Molini sulla punta del braccio destro, la torre quadrata e bizzarra del Trabucco sul gomito sinistro; ed alla punta estrema dell'istesso braccio sinistro (tra il porto grande e il Mandracchio) il torrione maestro di san Niccolò; alto, grosso, valido, a più ordini sporgenti e rientranti, e sommamente riguardevole per le scogliere che lo circondano, pei macigni che lo compongono, per gli stemmi cavallereschi che lo adornano, e per le batterie alte e basse che si affacciano anche adesso in punto ad ogni prova. Imperciocchè oltre al principale torrione rotondo di mezzo, che gli dà nome e comparsa, tu vedi abbasso ampia cinta di castello quadrato, simile al risalto del castello dell'Uovo sulla riviera di Napoli; ma di aspetto più fiero, di colore più scuro, di macigni più grossi, e di più numerose troniere. Durante l'ultimo assedio il torrione di san Niccolò restò quasi intatto, e tutta la fronte del mare poco o punto presa di mira dal nemico, secondo la previsione di Basilio: il quale però dalla parte del porto non riconobbe necessità di opere nuove, ne vi lasciò nulla di suo.
Volgiamo adunque verso terra per la cinta già fortificata all'antica, come si è visto nell'assedio dell'ottanta, e troveremo alta e grossa muraglia di pietra viva, e più ordini di batterie, e attorno profondo ed ampio fossato. Di più troveremo di mezzo, aggiuntivi da Basilio, sette baluardi; cinque grandi e due piccoli. I primi denominati dalle lingue di Alvergna, di Spagna, di Inghilterra, di Provenza e d'Italia; gli altri due distinti col nome del sito e del fondatore; cioè l'uno chiamato Cosquino, perchè rivolto a tale villaggio; e l'altro Carrettano, perchè levato su alle spese del grammaestro Fabrizio del Carretto[234].