La voce Baluardo comparisce tra noi dopo l'invenzione dell'artiglieria da fuoco, e prima dello svolgimento della moderna architettura militare: voce più volte ripetuta nel quattrocento, in significato di riparo interno, munito di batterie, e principalmente ordinato dietro alle brecce delle antiche muraglie contro l'assalto[235]. L'origine della parola è del latino classico e medievale, come già disse il Galilei[236]: e si conferma per le varianti Balláuro, Balluàro, Baloardo, Belvardo, Belloguardo e Belliguardo; voci tutte insieme derivate dalla stessa bèllica radice, però esprimenti Guardia di guerra, cioè guardia e difesa della guerra; perchè nei combattimenti il baluardo è la principale piazza d'arme delle fortezze. Al modo stesso, e dalla istessa radice, deriva l'antico Ballatojo, che era la piazza suprema delle torri, o vero dei castelli navali, non mica per le danze, ma acconcia ai combattimenti, e per ciò latinamente chiamata Bellatorium[237]. Dunque non abbiamo a cercare troppo lontano nè a correre oltre i monti, nè a spremere da ignote favelle le voci dell'architettura militare: le abbiamo da presso e domestiche in casa nostra, dove son nate. E qualunque possa essere l'apparente simiglianza dell'italico Baluardo col nordico Bullwerck, io ho sempre pensato che non si abbiano a dire congiunti di parentela nè ascendente nè collaterale; ma che ciascuno di essi faccia casa e famiglia da sè nel suo paese.

Quando la nuova maniera di fortificare bandì gli angoli morti e pose il teorema della difesa radente, perché ogni punto del perimetro avesse a essere visto e fiancheggiato da un altro, allora la torre antica si abbassò, prese figura pentagonale, volse il sagliente alla campagna, spianò di qua e di là in lungo due facce, e si munì di fianchi, con leggi matematiche e proporzionali nella misura dei lati e degli angoli; leggi fondate sulle ragioni dei poligoni iscritti e circoscritti al cerchio. In somma la piazza pentagona divenne membro principale della fortezza: e fu detta Baluardo, quando era murata di calcina, di mattoni e di pietre; fu detta Bastione, quando era imbastita di pali, di fascine e di terra; e finalmente, fatto il connubio dei due metodi, e messi insieme i muraglioni e i terrapieni, fu detto tanto baluardo che bastione per l'istessa cosa, anche nel linguaggio dei grandi maestri; usandosi tuttavia più spesso quest'ultimo vocabolo che non il primo; perché col bastione abbiamo il verbo Bastionare, e i verbali e i derivati; di che l'altro manca.

Ciò posto, vien chiaro il lavoro e il merito di Basilio in Rodi. Esso non era chiamato a demolire, nè a gittar nuovo di pianta il fondamento di una cinta compiuta di fortificazione regolare: anzi fondatore della scuola mista, anche per sistema proprio, doveva meglio di ogni altro sapersi acconciare alla varietà richiesta dal sito, dagli uomini, dai precedenti e dall'economia. Esso pertanto lasciava in piè, com'erano, tutte le torri che vi trovava, e le convertiva in cavalieri di nuovi baluardi alla maniera sua; cioè irregolari, misti, senza proporzione determinata, e con poco riguardo alla continuità della radente, legando con lunghi allineamenti di barbacani e di contragguardie il vecchio col nuovo perimetro, il quale perciò in più luoghi piglia l'aspetto di cinta doppia. Ma a un batter d'occhio l'osservatore diligente distingue il nuovo dal vecchio: perchè dove l'antiche muraglie cadono a piombo, senza fascia e senza ornamenti, appuntate soltanto di merli all'antica, a coda di rondine semplice o doppia; per lo contrario le muraglie di Basilio scendono tutte a scarpa, tutte col risalto di grosso cordone in pietra al piano delle batterie, e tutte col parapetto difeso da merloni massicci di pianta quadrilunga e di sezione triangolare: proprio come si legge del modello suo nella lettera al duca di Ferrara, ove si parla dei mantelletti e dei merli in triangolo[238]. I quali merloni rettangoli, acconciati a sesto di squadra coi due cateti sui piani della muraglia e del parapetto, volgono l'ipotenusa all'aria, lasciando aperta tra merlone e merlone la strombatura pel pezzo. Vedete nel venti le difese supreme di Basilio ancora di pietra e di muro. Terrapienate le cortine, i fianchi, le faccie vecchie e nuove; ma infino al piano delle batterie, non fino ai parapetti. Degno di speciale menzione fuor della porta che volge alla sinistra del molo di san Niccolò devo ricordare quel puntone solitario e senza fianchi, collegato colle vecchie mura presso a due torri, e rivolto col sagliente al Mandracchio, che evidentemente appartiensi a Basilio, avendo tutti i caratteri distintivi delle opere sue; e richiama al pensiero i lavori simili dell'Amoroso. Il Bosio proprio a questo propugnacolo dà il nome di «Baluardo piccolo, detto san Pietro, che guarda la torre del Trabucco sopra il molo di san Niccolò;» ed il Fontano lo chiama «Baluardo Carrettano»[239].

Di più Basilio cavò maggiormente i fossi, e murò la controscarpa, chiamata da alcuni terza cinta[240]. Niuna opera esteriore, cosa di gran diffalta nell'assedio: chè sarebbero stati utilissimi, a tener più lontano dalla piazza il nemico, alcuni ridotti sulle alture circostanti. Poscia visitò il castello Sampiero in Asia, il forte di Langò, e le difese degli altri luoghi ed isole soggette all'Ordine gerosolimitano. Stette in Rodi sino all'anno seguente, sempre in compagnia del Gioeni: e con lui lavorò di rilievo tutto il modello delle fortificazioni, da essere per saggio mandato al Papa[241]. Finalmente morto il Grammaestro suo protettore, e pressato dai richiami dell'imperatore Carlo V, prese licenza da quei signori, ed ebbela con molti ringraziamenti e regali, più quattrocento ducati pel viaggio, senza che niuno più dica verbo di lui, nè per la vita nè per la morte. Ma le tanto onorevoli testimonianze, ed i lavori lasciati in Rodi basteranno a salvare il suo nome dall'oblio: imperciocchè, all'infuori del raffazzonare i castelli del porto e del risarcire le brecce di terra, i Turchi non hanno aggiunto nè mutato nulla in quella piazza, restandovi ogni cosa come era quando vi sono entrati; compresa l'artiglieria bellissima di bronzo, che ancora si affaccia dalle antiche troniere. Ho veduto io stesso le sentinelle ottomane presso ai pezzi guardare, senza comprendere, sugli orecchioni e sulle maniglie gli stemmi dei cavalieri, le croci a otto punte, e le figure di gran rilievo a imagine dei nostri Santi. Una sola novità puoi aspettarti colà, dalla quale devi esser destro a schermirti, se non vuoi passar la notte all'addiaccio: ciò è dire la chiusura immancabile di tutte le porte, subito che tramonta il sole, infino alla levata del giorno seguente. Tanto per lunga tradizione dura tuttavia l'antica paura nel petto dei moderni guardiani!

XVI.

[26 giugno 1522.]

XVI. — Dunque tutti alle porte di Rodi per l'ultima prova[242]. La morte del grammaestro Fabrizio del Carretto, la novità dell'eletto Filippo Villiers de l'Isle Adam, l'ardimento del pirata Curtògoli contro di lui[243], la lentezza dei Cavalieri nel finire i lavori delle nuove fortificazioni[244], la morte di papa Leone, la lontananza del successore, e le consuete discordie tra gli altri principi della cristianità, conducono l'imperatore Solimano a determinare la immediata spedizione per l'estate dell'anno presente. Comandante supremo Mustafà suo cognato col titolo di seraschiere; Achmet pascià, generale degli ingegneri; Pirì pascià, dai nostri cronisti chiamato Pirro, capo del consiglio, o come oggi direbbesi di stato maggiore: e insieme col navilio imperiale lo sciame dei pirati di levante e di ponente, condotti da Kara-Mahmud, e dal celebre Curtògoli, ambedue ammiragli e piloti generali dell'armata ottomana[245]. Dicono trecento vele in mare, e cento mila uomini da mettere in terra[246].

La mattina del ventisei di giugno a levata di sole tutta l'armata nemica comparve alla vista dell'isola[247]; e sfilando da ostro a borea non molto lungi dal porto, andossene sopra tre miglia alla cala di Parambolino, riparata dal capo di Bove contro i venti regnanti di Ponentemaestro[248]. La grande insenata quasi non bastava alla moltitudine dei legni, che a gara l'uno dell'altro volevano accostarsi a terra per mettersi ciascuno, massime i pirati e i mercadanti, più agiato e sicuro. Veduta la gran ressa di tanti bastimenti, Girolamo Bartolucci fiorentino, eccellente nell'arte militare, e, secondo patria, di scuola Sangallesca, da essere ragionevolmente annoverato tra i valentuomini ed ingegneri della piazza, quantunque non comparisca altrimenti che per strategico, pensò di poterli tutt'insieme conquidere. Il Fontano con svegliate parole esprime le ragioni del grandioso disegno che poteva infin dal primo giorno darci vinta la guerra, e ci mena a ripensare il discorso dell'egregio uomo al Grammaestro e al suo consiglio in questa o simil forma[249]: Voi, signori, vedete la confusione dei legni turcheschi, stivati insieme da non si poter muovere; voi avete barche eccellenti e fuochi artificiati, avete piloti pratici e marinari arditi da cacciarsi sopravvento, da mettere il fuoco in mezzo, e da ritirarsi per poppa co' palischermi, e anche a nuoto, cogli amici al soccorso e i nemici in scompiglio. A voi la scelta del tempo, del vento, della notte, di tutte le comodità. Se bruceranno, la vittoria è nostra: se no, guadagneremo altrimenti pur molto perchè il nemico dovrà sparpagliare e distendere l'armata in lungo cordone e sottile; perderà la coesione, il mutuo sostegno, e la prestezza dell'operare; senza togliere a noi di poterlo, quando che sia, mandare in fiamme volta per volta. Le proposte del fiorentino non fecero presa. Uno tra gli astanti si oppose, altri stettero in ponte, e il Bartolucci pronosticò male della difesa. Tristo chi non coglie nelle grandi operazioni, massime della guerra, i primi vantaggi!

Ciò non pertanto in quel giorno tutti i cavalieri, i soldati, il popolo, latini e greci, erano in arme: cinque mila uomini sotto le bandiere, e seicento cavalieri alle poste, secondo l'ordine delle lingue[250]. Cominciando dalla parte australe, alla porta di Filermo i Francesi, appresso i Tedeschi infino alla porta di san Giorgio, indi le lingue d'Alvergna e di Spagna, dappoi gl'Inglesi, accosto i Provenzali, ultimi di luogo e primi di valore i legionarî italiani, contrapposti alle arti ed alle frodi di Pirro[251]. Trecento soldati e trenta cavalieri distaccati al castello di san Niccolò. E sulla piazza un grosso e brillante squadrone di marinari, sbarcati dalle navi e galèe di Rodi, e dai legni che si trovavano per ventura nel porto: specialmente da un poderoso bastimento siciliano; dalla gran nave veneta del capitan Giannantonio Bonaldi, cui fu data in premio la croce di cavaliero; e dalla caracca genovese del capitan Domenico Fornari, col quale erano cencinquanta marinari eletti, e quindici giovani mercadanti, secondo l'uso delle città marittime, appartenenti alla primaria nobiltà genovese, Andrea Pallavicini, Bastian Doria, Filippo Lomellino, Niccolò Gentili, Pietro de' Marini, Vincenzo Palma ed altrettali.

Più valgono coll'armi in qualunque fazione i marinari che non i soldati: imperciocchè oltre all'agilità delle membra, ed all'uso continuo di slanci ardimentosi in mezzo a ogni maniera di ostacoli, hanno i marinari la stessa disciplina dei soldati, e più il maneggio non solo esclusivo di questa o di quella, ma collettivamente di tutte le armi. Essi al moschetto, essi alle pistole, agli spadoni, ai pugnaletti, alle picche, agli spuntoni; essi ad attaccare e a difendere le piazze, essi al governo e maneggio dell'artiglieria, al trasporto e al mantenimento dei cavalli, essi pronti per pratica e per istinto ad ogni manovra che cerchi arte, destrezza, e genio. Dunque eccellentissima tra tutte le milizie, tanto che non si può discorrer di marinari senza entrare nelle teorie di ogni arma speciale. Laonde ben fece il Fontano di mettere tra i primi nella difesa gli uomini sbarcati da tutti i bastimenti del porto, e condotti dagli stessi loro ufficiali e capitani. Vivi questi prodi non cadeva la piazza[252].