[15 luglio 1522.]
Intanto i Turchi accampati fuori del tiro poneansi all'ordine; e i loro legni andavano e venivano carichi di soldati, presi dalle riviere della Licia e della Caria; e le grosse navi mettevano in terra il parco delle artiglierie, e le munizioni da guerra e da bocca. Procedevano lenti, ma cauti: aspettavansi duro e feroce contrasto. Ed i nostri, per concorde testimonianza dei fuggitivi e delle spie, sapevano che il nemico era fermo nel fare primario assegnamento sui lavori della zappa e delle mine; pei quali lavori avean condotto molte migliaja di picconieri e di minatori[253]. Bisognava un uomo in Rodi, che, anche da questa parte dell'arte nuova, sapesse contrastare agli assalitori, e superare ogni altro del suo tempo.
XVII.
[22 luglio 1522.]
XVII. — Il celebre ingegnere militare Gabriele dei Tadini, nobile bergamasco, nato nel castello di Martinengo, donde prese il soprannome, era in Candia provvisionato dei Veneziani sopra le fortificazioni e le artiglierie del regno[254]. Desideroso di trovarsi presente in un assedio che tutti prevedevano celeberrimo, e stretto dalle chiamate onorevoli dei Cavalieri per una guerra così grossa e vicina, quantunque senza licenza del governatore di Candia, secretamente partissi con alcuni compagni; e guidato dal cavaliere Antonio Bosio, vincendo ogni ostacolo, e passando per mezzo all'armata nemica, entrò la notte del ventidue di luglio nel porto di Rodi. Presero terra con lui diversi amici tutti valentuomini nella fortificazione e nell'artiglieria, come Giorgio di Conversano ricevuto tra i cavalieri, di cui avremo a parlare anche altrove, Benedetto Scaramuccia romano, Giovanni Zambara scozzese, Niccolò di Costo vercellese, Francesco Latese côrso, e Antonio di Montenegro vicentino, il quale doveva saper di Basilio e seguire col Martinengo la scuola mista[255].
[28 agosto 1522.]
A parte le feste e le carezze dei Rodiani intorno a questi prodi, specialmente al Martinengo, cui subitamente offrirono la gran croce, e l'aspettativa alla prima dignità vacante nella lingua d'Italia: dirò quel che ora più monta. A lui il carico delle fortificazioni e dei ripari con ampia facoltà di ordinare e disporre ogni cosa, secondo il parere e giudizio proprio, e di governare a suo talento le artiglierie, essendo egli di ciò sommamente intendente e pratico; ed oltracciò uomo laborioso, molto vigilante e della persona valente ed ardito. Egli mutò in pochi giorni le condizioni dell'assedio, e fece pentire i Turchi di essersi messi a difficile prova. Imperciocchè distinguendo in un batter d'occhio per suo giudizio i punti principali dagli accessorî, e volgendo le artiglierie della piazza alla testa delle trincere e alla discesa delle mine, batteva fiero e duro dovunque il nemico era sul principiare, e però mal riparato: faceva effetti stupendi, sovvertiva le opere, e tanta strage menava tra la gente, che niuno più ardiva accostarsi al lavoro. Indi la rivolta dei guastatori, il dispregio dei capitani, e l'ammutinamento dei soldati. Tutto l'esercito musulmano in scompiglio era sul punto di sbandarsi, e molti colle armi alla mano chiedevano di essere rimbarcati e di tornarsene, quando addì ventotto di agosto al tocco dopo il mezzodì, ecco improvvisamente e di gran pressa arrivare al campo l'imperatore Solimano col rinforzo di quindici mila archibugeri per togliere lo spavento, e per rimettere l'attacco a suo modo[256]. La venuta di costui deve riputarsi come il
Bosio, 660: E: «Solimano arrivò in Rodi a' ventotto di luglio....» (Deve dire agosto, pel Fontano presente, e pel suo proprio contesto.) più grande elogio del Martinengo e dei difensori nel primo periodo della guerra.
[Settembre-dicembre 1522.]