Non è mio compito trattare di proposito l'assedio; sì bene seguire lo svolgimento dell'arte nuova in un fatto del primitivo tempo, di grande importanza, e dove per le relazioni minute dei testimoni di vista ci è concesso studiare partitamente le opere d'ingegno degli oppugnatori e degli assediati.
Dalla parte della difesa sembrami degna di ricordo l'arte del Martinengo in quattro punti capitali; ciò è dire nelle contrabbatterie, nei fuochi artificiali, nelle ritirate, e nelle contrammine. Fin dal principio egli prese a contrabbattere di ficco i punti cardinali dell'attacco, come ho detto: i suoi fuochi convergenti dominarono quelli del nemico, li ridussero al silenzio, impedirono i lavori, e avrebbero finalmente vinta la prova, se non fosse venuto Solimano in persona con grandi rinforzi a rilevare i suoi dall'abbattimento, e a rimenarli più che mai numerosi e pertinaci agli approcci[257]. Ondechè venuti costoro più e più alle strette, e fattasi ai nostri di giorno in giorno maggiore la necessità di contrabbattere anche per fianco, l'ingegno di Gabriele supplì ai difetti di Basilio. Perchè non avendo questi, o per sistema o per necessità, provveduto al compiuto affilamento della radente, come si è veduto, il Martinengo pose come meglio potè batterie posticce di pezzi minuti per traverso, tanto da trovare la radente davanti alle cortine ed ai fossi, incrociando i fuochi dai punti opposti sulla linea della muraglia minacciata[258]. Perciò quando i nemici cominciarono a tentare gli assalti, dove il Martinengo aspettavali, le batterie posticce e le permanenti da due parti scopavano tra mezzo, menando strage, e imponendo ai sopravviventi la ritirata[259]. Così potè mantenersi alla lunga sulle difese.
Nè punto minori vantaggi si procacciarono i Cavalieri coi fuochi artificiati di guerra serviti largamente nella difesa, massime all'ultimo tempo, quando i combattimenti si furono ridotti sulle brecce da presso, corpo a corpo. Lingue e trombe di fuoco, pignatte e carcasse ardenti, olio incendiario, e misture fumanti e fetide di solfo e di bitume, scendevano incessantemente tra la folta dei nemici: e guai chi ne toccava[260]. Che se non fosse stata la grande disparità numerica tra i combattenti, e se gli avversari non avessero potuto sempre ripienare il vuoto delle loro file, certamente l'esito della tenzone sarebbe stato conforme all'ingegno ed alla eroica costanza dei difensori. Trovavano essi ripiego per tutto, ed eseguivano i trovati con prestezza e regolarità meravigliosa. Per esempio, cominciando a sentir penuria di polvere, si volsero ai molini, posero alle macine i cavalli del Grammaestro, ebbero caldaje, distillatoj, pestelli, fornaci: chi a raccogliere o a purificare il nitro, chi a triturare i solfi, chi a mescere il carbon dolce, chi a governare la pasta, e a disseccarla, e a granirla: uomini liberi, fedeli, ed esperti, difesi da buone guardie; esclusi sempre i servi e gli schiavi da luogo tanto geloso[261]. Così ebbero infino al termine abbondanza di polvere, e n'avanzarono tanta da fornire largamente il naviglio nella ritirata, e da lasciarne un deposito nascosto, pel caso del ritorno, che dopo tre secoli divampò, come ho detto altrove, nel terremoto del sessanta.
Quanto ai lavori di terra fin dal principio eransi raccolti i contadini rodiotti nella città assediata pei cavamenti e pei trasporti: le quali opere salirono dieci doppi tanto, quando le batterie e le mine dei Turchi cominciarono a rovinare il perimetro primario della piazza[262]. Allora altresì crebbe al Martinengo il carico di provvedere ai ripari, e di fare eseguire nuovi lavori. Qua traverse da opporre all'infilata, là tagli per arrestare il progresso dei giannizzari, e ritirate all'indentro delle rovine per sostegno dei difensori: alcune preparate insin dai primi giorni, altre costruite sotto al fuoco dei nemici[263]. Nei quali lavori egli si adoperava non solo colle seste e collo squadro, ma colla spada e col pugnale, sovente a corpo a corpo contro gli avversarî[264], e sempre sostenuto dai suoi ajutanti, specialmente dal Conversano e dallo Scaramuccia. Fra l'altre cose fece una ritirata co' suoi ripari in quadro, così forte e sicura, che dai Turchi era chiamata la Mandra, perché i combattenti vi stavano tanto raccolti a fidanza come il gregge nell'ovile[265]. Per le ragioni dell'arte, e pel valore dei combattenti, massime dei marinari, furono ributtati tanti assalti, e uccisi tanti nemici, e mantenuta la piazza per tutto l'anno, finché durò la speranza del soccorso.
Ultimo, ma di maggiore importanza per la storia della milizia, viene il lavoro delle contrammine, governate colla polvere di guerra, in opposizione alle mine dei Turchi. Si usavano pure negli antichi tempi e nel medio èvo cave e contraccave, cioè militari cunicoli sotterranei per offesa o per difesa delle piazze: cunicoli chiamati colle voci delle miniere metalliche, alla cui similitudine si conducevano. Ma dopo il salto della pignatta (vera o imaginaria) sul fornello dell'alchimista; dopo il rovinìo del palazzo di Lubecca per fortuita accensione delle polveri nel 1360, venuto il primo suggerimento del capitano Domenico di Firenze contro la porta di Pisa nel 1403, e appresso la prova di Belgrado nel 1439, e le teorie del Taccola e del Santini nel 1449, e il cimento di Sarzanello nel 1487, tutti preamboli ricordati dal Promis (ai quali posso aggiungere il suggerimento di Fermo nel 1446, e le prove di Costantinopoli nel 1453), finalmente Francesco di Giorgio Martini, fondatore della scuola Urbinate, scriveva di proposito la teoria delle mine, e ne disegnava le figure, e ne faceva esperimento con pieno successo l'anno 1495 contro Castelnuovo di Napoli[266]. Dopo di lui la fortuna ed il proposito concessero al Martinengo la prima comodità in un grande assedio di svolgere nella pratica tutto l'ingegno delle contrammine. Tanto più che egli non trovò apparecchi preventivi di pianta, come i Sangalleschi usavano murare insieme coi baluardi; non trovò androni a piramide, nè pozzi a campana, nè altri vuoti sotterranei, donde il fluido elastico delle mine nemiche potesse liberamente espandersi, fuggire, e perdere la forza. Nondimeno da sè pensò alle contrammine occasionali e improvvisate: cacciossi risolutamente sotterra appresso alla zappa, dal muro al fosso e allo spalto; e cavando gallerie magistrali sul fronte delle opere più gelose, e guidando cunicoli di scoperta a cercare le mine del nemico, faceva di troncarne il procedimento, di espellere gli operaj, di distruggere i lavori, di accecare o inondare le diramazioni; o almeno di lasciarvi tali squarci, spiragli o sfogatoj, che la furia della polvere accesa non avesse a scuotere le muraglie, ma a trovare la strada aperta per andarsene, senza rovina. Fin dai primi giorni di agosto aveva cavato nel fosso molti pozzi di testa ai lavori seguenti, e di ricetto alle acque stillanti; di là spingevasi coi cunicoli in diverse direzioni. Indi all'ascolta: la trivella di ficco, l'orecchio ai picchi, l'occhio ai lumi, la bacinetta ai sonagli, il tamburo ai sugherelli; e appresso ad ogni minimo sentore di zappa nemica, tanto che si potesse trovarne la direzione, e avvilupparla. Più volte, non dieci nè venti, ma oltre a cinquanta, si incontrò là sotto nel bujo coi Turchi, dove esso stesso di sua mano contro loro allumava i fuochi lavorati ed i barili di polvere nei pertugi di scoperta per cacciarli lontano; e poi appresso a chiudere, e a tenere il passo[267]. Più volte apriva sì fattamente il terreno al disopra dei fornelli già carichi, che riusciva a sventarne lo scoppio; o a mandarne la rovina tutt'altrove[268]. Ai quali lavori continuamente intento, e ognora presente di giorno e di notte, vigilantissimo, intrepido, e presto a correre là dove vedea il bisogno, passando continuamente dai sotterranei ai baluardi, dalla polveriera alle batterie, e specialmente coll'occhio sempre intento a sopravvedere ogni pericolo; finalmente affacciandosi a un pertugio, proprio nell'occhio sinistro toccò un'archibugiata, per la quale ebbe quasi a morire. Vedi se i bersaglieri ottomani uccellavano, o no, di trista ragione anche ai minuti membruzzi, e sappi che non il solo Martinengo restò colpito in quel che guardava: lo stesso al cavalier Giovanni di Homèdés che fu poscia grammaestro, lo stesso successe ai cavalieri Michele d'Argillemont, a Giovacchino de Cluis, ed a molti altri che vi lasciarono la vita. Più avventuroso il Martinengo, non restò inchiodato al muro, come il Cecca, che la palla dall'occhio gli uscì dietro l'orecchio corrispondente, ed egli superata la gravissima infermità, portò a lungo tanto che visse l'onorata cicatrice; sempre ai riguardanti sulla sua fronte mostrando il perpetuo eclisse di nobilissima stella. Or si noti che questo colpo sinistro, chiamato dal Bosio, più recente scrittore, un'archibugiata[269]: ci viene espresso nel più antico testo del Fontano, con termine assai rilevante per la storia dell'artiglieria, dicendosi colpo di Chirioboarda, cioè di manesca arma da fuoco[270]. Dunque il radicale rimbombo nel boato, e la focosa desinenza in arda, dal principio alla fine per tradizione perenne, durano incorrotti, ed esprimono in ogni tempo la artiglieria da fuoco per opposito alle armi da corda. Criterio di gran momento per riconoscere negli antichi scrittori, al di là della comune opinione, la prima origine della polvere e delle armi sue, come altrove ho detto.
XVIII.
XVIII. — Ora veniamo ai Turchi, ed alle opere dirette da Achmet pascià, comandante delle artiglierie e degli ingegneri. Costui ci mostra di prima vista il gran parco delle quaranta bombarde antiche da scaraventare macigni, cioè palle di pietra, grosse nella periferia dai nove agli undici palmi[271]. Inoltre ci mette innanzi dodici di quei più recenti cannoni doppî, che allora chiamavano basilischi; e cacciavano palle di bronzo più grandi della testa ordinaria d'un uomo; che vuol dire palle metalliche di cento libbre in peso. Giuocavano questi pezzi con centro e trenta tiri al giorno senza risquitto[272]: «Ciascun pezzo (dice il Sansovino nel volgarizzamento) trasse tal dì cento e trenta volte, come che paja che sia fuor di modo, nondimeno la cosa fu pur così, essendosi avvertito diligentemente.» Le stesse notizie vengono confermate dal cavalier Giacopo di Borbone, e da altri contemporanei, con minute varietà nel più e nel meno, come sempre suole accadere: ma quanto al numero dei tiri abbiamo altre prove di quei tempi da far maravigliare anche i moderni capitani d'artiglieria. Quando i grossi pezzi e insieme i minuti, che erano infiniti sagri, falconetti, e passavolanti, traevano a general batteria, correva per l'aria un rombo continuo, oscuravasi il sole, e tra la tenebrìa del fumo conglomerato non si vedeva più che lampi, e non si sentiva che tuoni, con quella rovina di muraglie e di case che ognuno può intendere.
Unica eccezione notata dai contemporanei e presenti (il che forte rilieva ai pensamenti miei sopra il rimbalzo), quando ogni muro rovinava sotto i colpi dei Turchi, resistevano soltanto a gran ventura le muraglie delle ritirate, perchè obblique e di grande scarpata. Le palle, dice il Fontano, non attecchivano sui nuovi ripari pel loro pendìo: e ciò fu la nostra salvezza[273]. Potrà qualcuno in terra e in mare tener conto di questi fatti, e venire alla stessa conclusione di salvezza pei medesimi principî di obbliquità. A questo proposito torna acconcio il ricordo dei portelli a ribalta, con che i Turchi coprivano le loro batterie, non le volendo sapere imboccate o scavalcate dai Cavalieri. Avevano costruito cassoni di legno dolce pieni di terra, con un subbio rotondo di traverso nel mezzo: li tenevano innanzi alle trombe dei pezzi, bilicati sì fattamente che con una susta e un cavetto, facendo all'altalena, si poteva scoprire la bocca del cannone, allumarlo, e subitamente nasconderlo. Artifizio utilissimo ai Turchi: e potrebbe molto meglio perfezionato convenire ai Cristiani, massime nelle batterie corazzate, come ho detto altrove[274].
Arrogi la batteria di dodici mortaj, che in arcata traevano pietre di sette palmi circolari sui tetti, sulle case, sulle chiese, e per poco non dissi sulla testa del Grammaestro: e continuavano quel giuoco di notte e di giorno per più di due mesi, cioè più lungamente e con maggior furia che nell'altro assedio dell'ottanta[275]. I mortaj, oltre alle palle di pietra, spesso spesso gittavano globi di rame, carichi di polvere e di fuochi lavorati, dentrovi canne d'archibugetti pur carichi, e fuori acutissime punte di ferro. Le terribili carcasse volavano per aria, menandosi dietro lungo strascico di fumo; e cadendo crepavano a un colpo, scaraventando sui circostanti punte, palle, scaglie e fuoco[276].
Al tempo stesso e senza interruzione i Turchi lavoravano sotterra alle mine, persuasi fin dal principio che la resistenza della piazza tornerebbe vana contro il lavoro pertinace della zappa. Avevano al campo cinquantamila tra guastatori, picconieri e palajuoli, menati