[Agosto 1523.]
XIX. — Gli esuli volsero le prue all'isola di Candia, dove ricevettero i primi conforti dalla cortesìa dei Veneziani. Ma volendo il Grammaestro in tanta distretta, e tra le crescenti discordie dei principi nostri, sfuggire ai pericoli delle altrui gelosie, e non accostarsi più all'uno che all'altro, quando aveva bisogno di tutti, deliberò di venirsene col pieno convoglio a Civitavecchia, e poi di ridursi a Roma sotto l'ombra del comun Padre; divisando altresì trattar meglio da vicino con lui intorno alla conservazione ed ai futuri destini dell'Ordine gerosolimitano. Laonde mosse col convento da Candia; e dopo molti disagi, e stenti, e pestilenza, e burrasche, costretto qua e là alle quarantine ed alle riparazioni, finalmente nel mese d'agosto si accostò alla spiaggia romana. Papa Adriano, avvisato dal nuncio di Napoli, ordinò al capitan Paolo Vettori di andargli incontro colle galèe della guardia, di servirlo, e di fargli scorta per le note maremme. Paolo si pose in crociera al confine, tenendo il mare tra monte Circèo e l'isola di Ponza sempre coll'occhio alla Trinità di Gaeta: e come ebbe veduto spuntare dal Capo lo stendardo di Rodi, salutò i vegnenti con tutta l'artiglieria, si unì con loro, e li condusse insino all'altura di Civitavecchia. Là dette i piloti, e si tirò in disparte, perchè la capitana magistrale liberamente entrasse innanzi a tutti nel porto: ma Filippo per sua gran modestia e riverenza non volle consentire a ciò; anzi risolutamente si pose appresso alla capitana di Paolo, che batteva stendardo papale, e così vennero dentro con tutto il seguito, salutati da una bella salva della fortezza, e accompagnati dagli ufficiali e dal popolo agli alloggiamenti già preparati nel palazzo della rôcca. Là era il vescovo di Cuenca inviato straordinario del Papa presso la persona del Grammaestro, coll'ordine di riceverlo degnamente, di confortarlo, e insieme di offerirgli la città e il porto in piena giurisdizione, non altrimenti che se fosse di suo dominio: e poscia passati i giorni canicolari, senza pericolo della salute, un altro avviso il chiamerebbe per condurlo ed onorarlo in Roma[289].
Così la città di Civitavecchia, prima di ogni altra, in quel tempo divenne residenza dell'Ordine gerosolimitano, standovi insieme il Grammaestro col suo consiglio, e i cavalieri delle sette lingue, il convento, e lo spedale per curare i feriti e gli infermi, che ne avean moltissimi tra loro; essendovi proposto per ospitaliero quell'istesso commendatore fra Jacopo di Borbone che scrisse importanti ricordi dell'assedio[290]. Di più nella stessa città e porto per sette anni restò stabilmente la sede precipua della marineria dell'Ordine sotto il comando del cavalier piemontese Bernardino d'Airasca, col doppio titolo, di ammiraglio dell'Ordine sul mare, e di luogotenente del magisterio nel governo della terra, come meglio si vedrà qui appresso[291].
[Settembre 1523.]
Dappoi sul principio del mese di settembre, riavutosi il Papa da certa infermità, mandò a chiamare il Grammaestro: ed egli cavalcò verso Roma con gran seguito, incontrato alla porta da tutti gli Ordini della città, signori, popolo, e cortigiani, come si conveniva al valoroso campione. Filippo faceva grandissimo assegnamento sulla intramessa di papa Adriano nelle bisogne dell'Ordine suo, sapendo quanto egli fosse geloso osservatore degli obblighi e custode delle tradizioni, e protettore de' benemeriti, e quanto potente nell'animo dell'imperatore Carlo V, senza del quale non si poteva conchiudere nulla di stabile nè da lungi nè da presso. Gran cose ruminava. Se non che dopo il primo ricevimento avuto dal Papa nel pubblico concistoro, e dopo una udienza privata, finirono tutte le speranze. Adriano ricaduto nella precedente infermità, morissi addì quattordici del mese di settembre.
[19 novembre 1523.]
Indi a due mesi e cinque giorni, cioè ai diciannove di novembre, rinverdirono le speranze dei cavalieri e dei marinari per l'elezione di Clemente VII, quel desso che già cardinale Giulio de Medici, cavaliero di Rodi e protettore dell'Ordine, abbiamo più volte nominato. Di presente il Grammaestro si strinse con lui per averlo favorevole nella scelta e nel conseguimento della nuova residenza. Diverse tra i negoziatori le inclinazioni ed i pareri: chi proponeva il golfo della Suda in Candia, chi Tripoli di Barberìa, chi l'Elba nel Tirreno, e altri Malta, Ponza, Minorca, e simili; sempre mirando a pur volere che la residenza avesse a essere di paese marittimo, più tosto in isola, e di non molta estensione; cioè da potersi con poca fatica fortificare e mantenere, e da offrire comodità alla navigazione ed al corso contro i pirati, professione oramai precipua dall'Ordine medesimo. Tuttavia il maggior numero dei suffragi concorreva per l'isola di Malta, anche perchè era riguardata come antimurale d'Italia, e stazione diritta verso la Terrasanta, e in ogni modo punto strategico di offesa e difesa contro i Turchi. Ondechè il Grammaestro più che altrove pendeva verso la detta isola; e dimostrava a Carlo V per lettere e messaggi l'onore e anche l'utile che a lui medesimo ne verrebbe, se la concedesse, tanto per la conservazione del nobilissimo Ordine, quanto per difendere dai pirati i regni di Napoli e di Sicilia, senza altro suo fastidio o dispendio. Durarono sette anni queste pratiche: nel qual tempo la residenza conventuale andò trasferita in Viterbo, e le forze navali colla carovana dei cavalieri restarono accentrate in Civitavecchia. Nella città di Viterbo non troverai più nè stemmi, nè bandiere, nè altro che a suo tempo diceva il Bosio: sola una lapidetta, sulla facciata, a sinistra di chi entra nella chiesa di san Faustino, postavi stantìa dai canonici l'anno 1644, ricorda che quivi si raunavano conventualmente agli uffici divini i cavalieri di Rodi. Di qua in Civitavecchia non resta altro monumento che l'Ospedale civile e militare presso alla chiesa di san Paolo nella piazza d'arme; che piantato dal cavalier di Borbone, e poi diretto dal collegio dei cappellani delle nostre galèe, ampliato dai cavalieri Magalotti e Bichi, e amministrato dalla confraternita del Gonfalone, passò finalmente nelle mani dei benemeriti religiosi di san Giovanni di Dio, i quali infino al presente degnamente lo conservano.
XX.
[12 dicembre 1523.]
XX. — In questo stante il nuovo Pontefice di gran voglia confermava Paolo Vettori nel capitanato delle galèe; e infin dal principio della sua esaltazione stringeva con lui i patti contenuti nel seguente documento, al quale dobbiamo riportarci per comprendere quanto grande perdita abbia fatta la storia nostra nella dispersione dell'archivio privato della medesima Casa. Produco questo documento, e lo volgarizzo alla distesa, non essendovi capitolo che non abbia varianti sui capitoli anteriori; e con essi i nuovi di pianta ci apriranno la via a riconoscere lo stato delle cose marinaresche, e le mutazioni introdottevi, sì come mi farò appresso a considerare. Ecco i Patti convenuti tra la Camera apostolica e Paolo Vettori per la condotta delle galèe[292]: