[Giugno 1524.]

XXII. — I quali, terminato a loro talento l'assedio di Rodi, e sciolti oramai dall'impegno di servire personalmente a Solimano nella guerra viva, spartiti per tutto il Mediterraneo eransi rivolti alle prede, come i lupi dopo lungo digiuno. Qui sulle nostre marine primo di tutti il Giudèo, israelita rinnegato e famosissimo pirata, faceva capo con trentaquattro tra fuste e galeotte di sua proprietà. Gran fabro d'infingimenti costui, gran maestro di astuzie, gran conoscitore di tutti i nascondigli dell'Argentaro, del Circèo, dell'Elba, di Ponza, e delle altre isole a noi vicine. Sempre presente e sempre celato, piombava all'improvviso sui bastimenti di traffico, fuggiva a suo potere i legni militari, e teneva quasi bloccati i nostri porti. Pel Vettori era il caso pratico della forza maggiore. Nondimeno volendo contrapporsi quanto più poteva ai nemici, e togliere la brutta vergogna al paese, persuase i Cavalieri rodiani di armare le tre galèe che tenevano nella darsena, e di uscire al corso con lui. Il Bosio non esprime apertamente il merito speciale di Paolo, e doveva pel suo scopo passarci sopra; ma dal contesto si fa palese. Sortirono insieme nel mese di giugno, sbrattarono i ladroni, e presso all'isoletta di Gianutri presero di viva forza due galeotte, lasciatevi in guardia dal Giudèo. Le prede ammarinate entrarono con gran festa in Civitavecchia; e con esse ducento avventurosi Cristiani liberati dalla schiavitù, e quasi altrettanti, tra turchi e mori, fatti prigionieri[310]. Niuno penserà che la crociera, così bene incominciata, abbiasi a dir finita nel mese di giugno: ma perché non ne trovo scritto, lascio che altri da sè ne giudichi o ne cerchi altrove; messi da parte i nostri cronisti, dai quali non caverà mai nulla dei fatti marinareschi, non che dei bastimenti del Vettori e dell'Airasco, ma soltanto delle feste di Roma[311].

Anzi tanto era consueto alle due squadre l'andare di conserva, che il Grammaestro medesimo, volendo tenere secreto un suo viaggio marittimo, senza che niuno nè anche dei suoi Cavalieri ne trapelasse il disegno, ordinò al Luogotenente in Civitavecchia di allestire le galèe, sotto colore di volerle mandare insieme colle galèe del Papa in busca di pirati[312]. Ripiego tolto dalle cose consuete, e nullamente fuori dell'ordinario per non eccitare la maraviglia o i sospetti di alcuno; e al tempo stesso ripiego opportuno per fargli trovare in punto le galèe di Roma e di Rodi, quando egli all'improvviso vorrebbe mettersi in viaggio colle due squadre.

XXIII.

[25 febbraio 1525.]

XXIII. — Perocchè grandi cose precipitavano in Italia, ed i politici davansi faccende per acconciare gli affari propri e gli altrui in mezzo allo scompiglio generale. La mattina del venticinque di febbrajo all'alba i capitani di Carlo V avevano vinto la grande battaglia di Pavia; e il re Francesco in mezzo al rotto suo esercito era caduto prigioniero. Carlo, trovato l'emulo ritroso a sottoscrivere i patti impostigli per la riconciliazione, voleva domarlo: per ciò lo faceva tradurre sotto buona scorta da Genova per la via del mare in Catalogna, e poscia nella torre di Madrid.

Niuno dei principi di Europa volle allora restarsi in disparte; anzi tutti a gara, chi per questo chi per quello, si offersero mediatori dei trattati, e delle grazie, e di sè stessi. Pensate il Grammaestro di Rodi nella bella ed onesta occasione di entrar paciero tra l'Imperatore ed il Re, a beneficio di quei principi, e della Cristianità, e dell'Ordine suo per la desiderata cessione di Malta, come si dimenava per essere tra i primi in Madrid: e papa Clemente per le stesse e più gravi ragioni, approvando il divisamento di lui, si risolveva di mandarvi insieme il cardinal Salviati, come legato straordinario; e ciò senza che in pubblico se ne parlasse prima del fatto.

[25 giugno 1525.]

Ondechè un bel giorno, che fu il venticinque di giugno, comparvero in Civitavecchia il Grammaestro e il Cardinale: dove, essendo le galèe delle due squadre già pronte, si imbarcarono; e senza dilazione tutti insieme tirarono a golfo lanciato fino a Marsiglia[313]. Colà ebbero a trattenersi alcuni giorni, dovendo intendersi colla regina Madre, reggente del regno, e insieme aspettare la duchessa d'Alansone sorella del re, che desiderava con loro passare in Spagna per consolare il fratello prigioniero e malato. Indi colla stessa felicità navigarono a Barcellona, donde il Legato, il Grammaestro, la Duchessa e tutto il corteggio mossero alla volta di Madrid, adoperandosi poscia ciascuno secondo le commissioni e i pensieri suoi nei trattati che si terminarono l'anno seguente.

Le due squadre al ritorno non ebbero altra novità che la perdita di un cavaliero di Rodi, morto a bordo di sua infermità; e l'incontro nella riviera di Genova presso Levanto col famoso duca di Borbone, ribello di Francia, il quale avrebbe voluto violentare il Vettori e l'Airasco, e rimenarli verso Barcellona, se non fossero stati destri a liberarsene[314]. Già costui cominciava a mestare nelle cose nostre, e si disponeva a quelle maggiori violenze che gli fruttarono la morte sui prati di Castello presso di Roma.