Tra i grandi e dei primi entrò nel porto con tutta la squadra papale di galèe e di brigantini Alessandro dei Medici, futuro duca di Firenze, accompagnato dal cardinale Ippolito suo cugino e da solenne ambascerìa per complire con Cesare a nome di papa Clemente, e per confermarlo nella opinione della benevolenza sua[356]. Poscia comparvero baroni, prelati, e ambasciatori di ogni parte di Spagna, di Germania e d'Italia; e finalmente ai dodici di agosto sull'ora di vespro ecco Carlo d'Austria, ecco la capitana di Andrea Doria, e trentasei galere in ordinanza, e settanta vele quadre tra caracche e navi grosse, ed altri ventiquattro legni sottili, come brigantini, fuste, trafurelle[357], e fregate; in tutto all'incirca centotrenta bastimenti: più dodicimila soldati di sbarco, e dumila cinquecento cavalli di guerra[358]. Dunque bellissime feste in Genova liberata.
Appresso quei signori, con Cesare, e fanti, e cavalli, e bisogni, andarono verso Bologna, dove nell'ottobre sopravvenne papa Clemente, il quale di sua mano coronò Carlo re ed imperatore nel mese di febbrajo dell'anno seguente.
[24 marzo 1530.]
Colà in Bologna, coll'autorità e favore del Papa, il Grammaestro ed i Cavalieri gerosolimitani ebbero da Carlo V la donazione della città di Tripoli in Barberia, e per loro residenza l'isola di Malta, donde presero il nome, col quale anche noi da qui innanzi comincieremo a chiamarli[359].
VIII.
[1531.]
VIII. — Intanto Solimano imperatore dei Turchi non erasi tenuto neghittoso: ma delle guerre intestine tra i Cristiani lietissimo, dopo aver percorso l'Ungheria e saggiato la strada fin sotto alle mura di Vienna, accennava di voler ripigliare la campagna con potentissimo esercito per venire dalla valle del Danubio nel centro di Europa[360]. Carlo imperatore, e il fratello suo Ferdinando re dei Romani, chiedevano istantemente gli ajuti del Papa[361]: il quale l'anno seguente mandò in Germania il cardinal dei Medici suo nipote con buona scorta di veterane milizie, e capitani famosi, e cavalli di guerra, ai quali fu dato con gran dimostrazione di valore, e grandissima strage d'infedeli, sciogliere l'assedio e liberare la fortezza di Clissa in Ungheria. Il fiore dei capitani e gentiluomini italiani si trovò raccolto in quei campi, dove erano Marzio e Pirro Colonna, Battista Castaldo, Alfonso del Vasto, Piermaria de' Rossi, Filippo Tornielli, Ottone di Montaùto, Guido Rangoni, e Sforza Baglioni, uniti col grande ingegnere militare Gabriele Tadini di Martinengo, e col celebre condottiere Ferrante Gonzaga[362].
Questo sia detto delle cose di terra per anticipazione e in iscorcio, dovendo io a preferenza occuparmi della marina, dove al tempo istesso Cesare e Clemente con ottimo consiglio preparavano sforzo di grossa guerra. Assalire Solimano alle spalle, minacciare la reggia di Costantinopoli, e togliergli il più che si potesse della Grecia divisavano, volendo così distaccarlo per forza dall'Ungheria. Sapevano bene che la principale difesa consiste nell'offesa; e che non si libera in altro modo più facilmente il proprio territorio, quanto invadendo il territorio nemico. L'esempio di Scipione valeva allora e varrà sempre per tutti.
A tal fine papa Clemente ordinava ad Antonio Doria di crescere la squadra fino a dodici galèe, e di tenersi pronto alla primavera prossima per seguire in Oriente l'armata imperiale[363]. Antonio medesimo tutto aperto, parlando pur brevemente di sè, come era uso, ed in persona terza, ne fa ricordo nelle succinte pagine di quel Compendio storico che dopo quarant'anni licenziò alle stampe, facendo pensiero di magnificare soltanto le glorie di Carlo d'Austria e dei successori, coi quali si era intimamente legato[364]. Però spese l'annata nel costruire e nel mettere in buon assetto le dodici galere, e nel far gente per armarle. Cosa facile nel trentuno: abbondava il danaro, e similmente numerosi vivevano senza partito i soldati e i marinari congedati a cagione della pace rimessa e delle guerre finite in ogni parte d'Italia. A lui la scelta dei migliori uomini di mare nei paesi littorani; a lui la chiamata dei più valenti delle bande nere e di quegli altri che avevano combattuto in terra di Roma e di Toscana.
Aveva Antonio intorno agli armamenti i suoi pensieri particolari; di che ha pur lasciato memoria negli inediti suoi Discorsi sulle cose turchesche per la via di mare, dei quali viene in concio dare breve sunto per chiarire gli apprestamenti suoi di quest'anno colle sue stesse parole[365]. Dice non potersi fare armata di mare colle navi a vela, ma soltanto colle galere, le quali pel remeggio possono andare dove vogliono: e ne adduce tutte quelle ragioni che si potrebbero oggidì mettere assieme per dimostrare che non si può chiamare naviglio di linea quello, il quale non abbia la macchina a vapore. Quanto alle navi quadre di alto bordo, che vanno a vela, dice ricisamente impossibile farle navigare insieme colle galèe; e quindi non essere bastimenti da mettere in linea di battaglia; perchè la diversità della forza motrice, e le svariate condizioni del vento e del mare le costringeranno cento volte a separarsi, e daranno al capitano nemico tutto l'agio di schivare, o di cercare, o di differire il combattimento a suo talento; e di attaccare o quelle o queste a ritaglio. Dunque mette le galèe in battaglia, e le navi in convoglio appresso e distaccate per trasportare munizioni, macchine, cavalli, e artiglierie, all'occasione dello sbarco. Ad ogni galèa assegna ottanta soldati archibugeri e picchieri, coll'obbligo di adoperare l'arme in asta o l'arme da fuoco, secondo il bisogno e secondo l'incontro da vicino o da lontano. A ciascuno la difesa di corazzina e di celata, contro le frecce, sempre in uso tra i Turchi. Il vitto e il soldo di soldato e di marinaro limitato a quattro ducati in ogni mese, «Come si è sempre fatto, e si fa tuttavia, per li ministri di dette armate.» Vorrebbe che si lasciasse il carico degli ufficî principali ai medesimi uomini del paese dove si armano le galèe; e dai luoghi istessi vorrebbe cavare per ciascuna sessanta marinari ordinarî, oltre le ciurme di cento cinquanta persone per galèa, e quanta più si possa gente di Bonavoglia. Conchiudendo colla somma complessiva di cinquecento ducati d'oro al mese per ciascuna galèa. La stessa cifra segna il Bosio, ed ambedue (sottratto lo scioverno) ritornano alle conclusioni dei nostri documenti a suo luogo prodotti[366].