IX.

IX. — La scrittura altresì del nostro Capitano parla qui avanti dei rematori di Bonavoglia, e sorge spontanea la domanda del lettore, che cerca chi fossero costoro, i quali sotto il grazioso titolo coprivano la più disperata condizione della vita; e similmente qual colpa o sventura li menasse al tristo mestiero, e qual legge o costumanza della società ne reggesse la sorte. Alcuni tra i moderni vorrebbero far le viste di intenderla questa materia; ma la toccano appena, nè valgono per ogni caso le loro spiegazioni. E perchè non si può lasciar correre senza chiarirla una costumanza marinaresca, che ritorna nei classici, negli storici e nei documenti, ne dirò narrando fatti, e così meglio si intenderanno le risposte in materia di fatto.

Un giovane robusto e sano, stretto dal bisogno, o dai debiti, o dal giuoco, o da qualunque (anche onesta) ragione, pognamo di soccorrere i genitori o di dotare una sorella; in somma chiunque voleva danaro per quei tempi, purchè fosse robusto e giovane, egli poteva trovare banco aperto di sicura e pronta riscossione in qualunque città marittima, ove stanziavano galèe. Andare al provveditore, chiedere, per esempio, cento monete, era tutt'uno che toccarle; dato che il postulante scrivesse subito di sua mano coi testimoni l'obbligo di scontarle di buona voglia col remo in galèa. Dopo di ciò il candidato, messo ai ruoli, vestito della assisa comune dei rematori, e rasato di ogni pelo, meno i mustacchi, era condotto a bordo, e messo in catena al suo posto, perchè la persona sua stesse a mallevaria delle monete[367].

Colà egli aveva il vitto al pari dei marinari: pan fresco o biscotto due libbre ogni dì, una pinta di vino, tre once di minestra, una libbra di carne fresca, o mezza di salata; e nei giorni di astinenza sei once di cacio o di pesce; che tutt'insieme per quei tempi si valutava due scudi per mese, o scudi ventiquattro per anno, che venivangli pagati a titolo di razione[368]. Or sopra questi ventiquattro il novello bonavoglia non poteva fare assegnamento niuno per iscontare il debito dei cento, bisognandogli consumarli alla giornata per vivere. Quindi non gli restava che il misero soldo di altri due scudi per mese, cioè di ventiquattro scudi per anno, coi quali doveva livellare il danaro ricevuto. Nondimeno bisogna aggiugnergli dispendio coll'obbligo di vestirsi del suo, e di rinnovare nella primavera d'ogni anno il proprio corredo, mettendoci all'incirca sei scudi; e precisamente scudi sei, soldi trentotto, e cinquantotto centesimi di soldo, secondo la valuta del danaro e dei drappi in quel tempo[369]. Ondechè per saldare col residuo delle mercedi il debito di cento monete egli era in obbligo di remigare per cinque anni, sei mesi, e quattro giorni. Supponiamo sempre regolare il rilascio del soldo: chè se in quella vece ne toccava parte, o vero se richiedeva ulteriori prestanze (posto che al provveditore fosse parso continuargliene), allora proporzionalmente, come sopra, avevano a crescere gli anni dello sconto, e la durata del servigio.

Nello Stato romano era legge il mettere in ogni galèa da venticinque a trenta di bonavoglia, cioè dire almeno uno per banco. La ragione è chiara ugualmente dal fatto: chè non essendo costoro nè infedeli come i turchi, nè disperati come i galeotti a vita, non potevano avere comune con esso loro l'animo e l'interesse di ribellarsi e di fuggire: ma in quella vece, stando sempre di mezzo agli altri, dovevano più di chi che fosse avvertire se alcun trattato di sollevamento si ordisse; e dovevano dar mano a sventarlo. Certamente avrebbe voluto il turco impadronirsi della galèa e menarsela coi cristiani legati in Barberia; di che giorno e notte ciascun di loro farneticava: probabilmente il forzato a vita si sarebbe, e talvolta si è, unito co' turchi nella speranza di miglior fortuna. Non mai si è visto che vi consentisse un bonavoglia, essendo moralmente impossibile che questi entrasse nel rischio della rivolta, dove aveva tutto a perdere e nulla a guadagnare. Da ciò possiamo intendere altresì come la interna sicurezza della galèa in gran parte si posava sulla fede dei bonavoglia. Essi in quella mescolanza di pirati, di malfattori e d'infedeli, essi erano a frenare gli schiavi, essi a contenere i forzati, a regolare la voga, a riveder le catene, a guardare le spalle dei marinari, a scoprire i complotti; ed essi, in caso di combattimento dubbioso, erano pronti a pigliar l'armi, come più volte è successo, ed a far traboccare la bilancia in nostro favore. In tal caso ogni conto saldato subito al ritorno nel porto.

Perciò i governi che solevano tenere armate di galèe davano a destri uomini il carico di arruolarne in buon dato: e costoro entrando per le bettole, pei ritrovi degli oziosi, e principalmente per le case di giuoco, prestavano danari a chi ne voleva, col patto che, non restituendo a tempo, si avesse a scontare in galera[370]. Laonde allora tutti i giocatori guadagnavano qualcosa: e chi danari, e chi remi. Questo metodo si osservava in Napoli, questo in Malta[371], in Messina, e specialmente in Venezia; dove si armavano talvolta le galèe a centinaja, per le quali non bastando a quei signori la gente che si poteva scrivere nella città e nel dominio di terraferma, mandavano uomini loro a cavarne di Dalmazia, dalle isole Jonie, e sopra tutto dalle due Sicilie, dove abbondavano i disperati[372]. Colà è ancor vivo tra la plebe il motto, comunemente anche adesso ripetuto, avvegnachè da pochissimi ben compreso, col quale sogliono rimbeccare chiunque richieda dispendio difficoltoso, dicendogli: Vuoi tu dunque che io abbia a vendermi al Veneziano? Vedete in quali pieghe si nasconde la tradizione sempre durevole dei fatti strani.

La maggior difficoltà, che sempre incontravasi in Roma, volendo armar galèe, era la penuria dei rematori. Se squillava la tromba, o se batteva il tamburo per le strade, facendo la chiamata di soldati, come allora si costumava, tu vedevi piene in un giorno le compagnie di bella e fiorita gente; e la gioventù dell'Umbria, del Lazio, della Sabina, delle Marche e della Romagna seguire a migliaja le bandiere degli Orsini, dei Colonnesi, dei Savelli, dei Baglioni, dei Pepoli, dei Malvezzi, dei Farnesi e di altrettali, nelle Fiandre, in Germania, nell'Ungheria, in Levante: ma sul punto dei remi alla catena, niuno voleva saperne. Tra poco c'incontreremo col patriarca Grimani alla Prevesa, che per mancanza di rematori sarà costretto disarmare quattro delle nostre galèe, e colla gente di quelle rinforzare le altre trenta. Similmente al tempo di Sisto V, dovendosi armare in Civitavecchia dieci galèe nuove, e non bastando per far ciurma il vuotare le carceri dello Stato, nè il far venire centotrenta schiavi da Malta[373], bisognò acconciarsi al metodo della bisca.

Era allora vivissima e generale la passione pei giuochi d'azzardo: e il danaro in via dei Banchi per niuna cosa tanto correva, quanto per le scommesse[374]. Si metteva la posta su tutto: sulla vita e sulla morte delle persone, sui matrimonî, sulle promozioni, sulle guerre, sulle paci, sulle cose future, anche illecite. E perchè l'interesse e il puntiglio volevano vinta la scommessa, non di raro co' tranelli si faceva di produrre o d'impedire questo o quello, perchè l'esito rispondesse alla predizione. Basta leggere le istorie particolari di quel tempo, e più di tutto le leggi, i bandi, e gli editti della potestà civile e della ecclesiastica nel corso del secolo decimosesto, per restarne pienamente convinti[375]. Ciò supposto gli arrolatori aprirono tre giuochi d'azzardo, uno in Trastevere, uno alla Regola, ed uno ai Monti: con questo però che chiunque perdeva, e non pagava, andar dovesse a scontare il debito di bonavoglia in galèa. Pensate concorso di giuocatori! In quelle nottate di primavera una turma di servitori, di cavalcanti, di stallieri, e di cuochi partivano imbrancati per Civitavecchia, le galèe ben fornite scioglievano i canapi, e le dame e i cavalieri e i grandi signori si levavano la mattina senza domestici[376].

Tiro fuori dagli Avvisi di Roma queste notizie importanti per la storia dei costumi e della marineria del secolo decimosesto: ed ora avendone il destro, e dovendo quinci innanzi qualche volta citarli, metto giù alcune notizie poco comuni intorno ai detti Avvisi, perchè il lettore sappia donde traggo talora le testimonianze, e come egli possa ordinare i riscontri.

La prima gazzetta pubblicata colle stampe in Roma è il Diario per le guerre dei Turchi in Ungheria, che comincia addì cinque di agosto del 1716, e se ne conserva tutta la serie (rarissima collezione) alla nostra Casanatense. Prima di quello in Roma non si stampavano gazzette. Ma essendo gli uomini prima e dopo egualmente desiderosi di sapere ciò che alla giornata succedeva dentro e fuori della città, e non avendone allora copia a stampa, supplivano colle gazzette manoscritte, che chiamavano Avvisi. Per essi correvano notizie pronte a chi pagava, e lucro stabile a chi scriveva. Raccogliere e accertare i particolari dei fatti interni, e talvolta anche le dicerie della città; tenere corrispondenza coi paesi lontani, stendere i racconti, cavarne le copie e distribuirle, era ufficio di quei giornalisti a penna, come dei moderni a stampa. Anzi più: che non facendosi la distribuzione se non a personaggi di alto affare, per intramessa e secondo gli interessi di taluno tra loro, cascavano talvolta nelle pagine degli Avvisi notizie arcane e importantissime, che difficilmente adesso si cercherebbero altrove. Quindi le gelosie fiscali e non di raro i sequestri e le sospensioni degli Avvisi. Certamente ricordo io stesso di avervi letto del bargello, delle perquisizioni e della prigionia del giornalista in Tor di Nona; tutto narrato da lui medesimo per iscolparsi al solito cogli associati sul ritardo di qualche settimana. Non v'ha biblioteca o archivio importante di Roma che non conservi qualche parte di cotesti Avvisi: la Casanatense ne ha dieci volumi, altri la Barberiniana, e via via. Ma la più ampia collezione è nella biblioteca del Vaticano, dove, oltre alla serie della associazione pontificia, sono colate le altre di Urbino e degli Ottoboni; più che ducento volumi dall'anno 1554 in poi, cioè sovente un volume per anno, e alcuni duplicati. L'Avviso usciva almeno due volte la settimana in quaderni di dodici, sedici e più pagine: comprendeva sotto la rubrica di Roma le notizie di tutta l'Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Levante; e sotto la data di Anversa le notizie di tutta la Germania, Polonia, Ungheria e Settentrione. Ricca miniera per chi abbia criterio, e sappia lavorare al crogiuolo, sfiorata a pena dal Mai, verso la quale da più che trent'anni ho cominciato io col discorso, e poi colle stampe a condurre gli studiosi, che in Roma istessa non la conoscevano[377]. Valga l'esempio del primo giornale istorico di Roma, pubblicato nella stessa città l'anno 1845, dove sono inseriti alcuni brani di questi Avvisi, cavati dai codici dell'archivio Gaetani. E non sono mica secrete corrispondenze e private di Gianfrancesco Peranda secretario col suo padrone cardinal Enrico, come quivi stesso congetturano i Saggiatori[378]: ma veri frammenti delle semipubbliche gazzette a penna di quel tempo, come potrà accertare chicchessia, confrontando le parole, i fogli, lo stile, e le date dei codici Gaetani colle date, e stile, e fogli Vaticani, e Urbinati, Ottoboniani, Casanatensi, e simili; perchè troverà essere tutte copie identiche dello stesso originale. Copie che sono state conservate presso coloro, i quali non avevano bisogno di distruggerle. Torniamo all'armata.