XI. — Vedendo pertanto gli alleati non esserci modo di venire a naval battaglia, e già certi della propria superiorità per la ritirata del nemico, volsero l'animo ad alcuna impresa di terra. E chi un luogo, e chi un altro proponendo, finalmente la maggioranza deliberò seguire il parere di Antonio Doria generale di Roma, anzi che del Salviati generale di Malta, il quale per onore della sua bandiera avrebbe voluto tornare a Modone, inutilmente da lui preso e perduto l'anno avanti. I voti adunque furono per espugnare la fortezza e città di Corone nella Messenia, presso alle rive del Pamiso. La città sorge sulla pendice estrema del monte Termazio, che fa punta avanzata dentro il mare a scirocco, ed è in due parti distinta: la bassa alla riva, chiamata Isola, ma non è tale; e l'alta verso il monte detta Castello, perchè afforzata da una rôcca: divise tra loro da una muraglia intermedia; ed ambedue recinte di antiche cortine, ma forti; fiancheggiate da torrioni rotondi, grossi ed alti. Dista quindici miglia da Modone, seguendo la via spedita di terra; e più del doppio dista per mare, dovendosi tutta circuire la sporgenza che da quella parte fa il capo Gallo. Le due insenate al piè della città offrono due buoni ancoraggi, che l'uno ha per traverso i Libecci, e l'altro i Grecali; tanto che passando dall'uno all'altro ogni naviglio facilmente si mette a ridosso; e di più in quest'ultima parte, che è alla sinistra della piazza, restano ancora gli avanzi di un vecchio molo e di sponde murate con fondale e capacità sufficiente per otto o dieci galèe[386]. La profondità del mare è sempre direttamente proporzionale all'altura del terreno e dei monti circostanti[387].
I nostri capitani che ben conoscevano ed avevano rivedute le condizioni della piazza, le qualità del terreno, e gli scandagli delle rive circostanti (notizie di prima levata per questa specie imprese) ordinarono l'attacco da ogni parte, cioè dalla terra e dal mare, con tutte le forze. Lo sbarco a destra e a sinistra: di qua gl'Italiani, sotto Girolamo Tuttavilla conte di Sarno; di là gli Spagnuoli, sotto don Girolamo di Mendoza: gli uni e gli altri di notte ad aprire le trincere ed a piantare le batterie contro la piazza.
Dalla parte del mare, volendo io descrivere la manovra dell'armata, mi bisognerà mettere insieme il racconto dei contemporanei, le teorie dell'antica tattica navale, e il dipinto dell'attacco, opera di Lazzaro Calvi sopra certe grandiose tele che una volta stavano nel guardaroba del palazzo Doria a Fassuolo, ed ora incorniciate adornano la galleria del palazzo di Pegli[388]. Il chiaro archeologo della marina francese A. Jal, che le ebbe vedute in Genova assai prima del trasporto, e molto meno danneggiate, descrive la rappresentanza dell'attacco, dipinto nella più antica tra le predette tele, e dice così[389]: «Si vedono le navi sotto vela battere le fortificazioni alla destra di Corone, ed alla sinistra combattere le galere. Una squadretta di sei galere si avanza di fronte, e un'altra squadretta di sei vedesi appresso, attaccate ambedue di rovescio da poppa a poppa con due gomene. Non intendo questa ordinanza, e la mia sagacità non arriva a comprenderne la ragione.... Ma cose simili non si inventano, massime quando si dipinge in casa Doria.» Mi fido io di mettere adesso all'evidenza tutta intiera la spiegazione del dipinto e della manovra, come altrove ho promesso[390]. E quantunque già n'abbia dato indizio sufficiente, comparirà ora meglio il merito dei pittori genovesi e dei principi Doria: per opera dei quali, artisti e mecenati, noi vedremo che non solo in quella casa e sotto gli occhi di tali padroni non si dipingevano assurdità nautiche, ma che di proposito si voleva conservare il ricordo dell'arte antica, perchè avesse a tornare utile agli studiosi del tempo futuro, come è stata più volte posta in opera con felice successo nei tempi passati.
Dunque se vuoi comprendere gli ordini che si preparano per battere la città dalla parte del mare, guarda prima le navi che di verso libeccio, scorrendo e ronzando sotto vela, dovranno aprire il fuoco, come sempre si costuma. Poi vedi i barconi maggiori dell'armata, coperti da doppio tavolato a pendìo per difesa della gente e dei rematori, che dovranno a tempo opportuno cacciarsi sotto alle scarpate della piazza, e gittare i ferri tra gli scogli, perchè le galèe dell'assalto vi si possano facilmente tonneggiare[391]. Appresso considera i ponti volanti preparati sulle stesse galèe colle antenne loro medesime appajate, e sostenute, e condotte qua e là dalle medesime loro manovre rinforzate, cioè dagli amanti, dalle oste, e dai bracotti di orza e di poggia[392]. Finalmente osserva le galèe scelte per la batteria, colle antenne abbassate, secondo il sistema dei nostri maggiori, i quali usavano mainare tutto ed anche disalberare, quando navigavano celatamente a remo, o battevano fortezze; e ciò per rendere più difficile la scoperta, e per ricevere danni minori nell'attrezzatura[393].
Attendi meglio al punto capitale, dove incontri assortite per battere trentasei galèe divise in tre gruppi di dodici l'uno, ed ogni gruppo in due sezioni di sei galèe addossate a rovescio da poppa a poppa; e vedi due gomene distese tra ogni coppia: e intenderai che tutte le galèe di batteria, sempre pronte ad ajutarsi vicendevolmente di rimburchio, avranno a moversi del continuo per non restarsi a punto fermo come bersaglio sotto al fuoco del nemico. La prima sezione di sei andrà contro la piazza di prua per battere, e la seconda starà di poppa per tirar fuori la prima; e quindi per voltarsi, sempre a contrasto chi dalla destra chi dalla sinistra, a riguardo di tenersi sempre appoppati e di non impigliar mai il palamento tra i calumi laschi delle gomene; ma di poter liberamente sottentrar di prua, e ribattere, e ritirarsi, e poscia ritornare; movendosi sempre in giro, caricando, e sparando alternamente or l'una or l'altra sezione; e aiutandosi a vicenda, ora col remeggio proprio, ora col rimburchio altrui: e ciò specialmente nel caso di avaria. Partiti ingegnosi dei nostri marini del tempo andato, che non hanno bisogno di troppa sagacità per essere intesi, come ci vengono dalle teorie tecniche, dagli storici contemporanei e dai dipinti[394]. Partiti che vedremo ripetuti più volte, specialmente alla Goletta di Tunisi e al Castelnovo di Dalmazia. Partiti, che si pigliavano quando si avevano molte galèe, e piccola fronte da battere; non volendo fare troppo lungo raggio nè troppo lontano il cerchio della batteria; nè mettere troppo da presso e fermo il navilio alle percosse dei nemici. In somma tutto questo è l'apparecchio precisamente per Corone, dove vogliamo entrare.
XII.
[21 settembre 1532.]
XII. — Disposta, come abbiam detto[395], ogni cosa, e favoriti in tutto dai Greci[396] finalmente la mattina del ventuno di settembre le fanterie italiane e le spagnuole sbarcano dalle opposte parti, e ciascuna nazione pianta la sua batteria di sette pezzi. Il Tuttavilla a sinistra dal lato di greco, e il Mendoza a destra da quel di libeccio[397]. Le navi in gran cerchio circondano la punta Lividia, pronte ad aprire il fuoco con tutto il loro cannone, non solo dai fianchi, ma dalle gabbie altresì della Grimalda e della Rodiana, dove sono stati allogati due sagri e due falconi[398]. Le galere in tre gruppi di due sezioni, messe a rovescio, come ho detto, si accostano dalla parte del molo. Tra quelle sezioni e quei gruppi Antonio Doria alla testa e le galere romane sulla destra[399]. Gli altri legni maggiori e minori in attenzione all'intorno, di riserva, di soccorso, e di assalto.
Al cenno del Principe tutti i pezzi tuonano da terra e da mare, con sì gran furia e tanto effetto, che in poco tempo cadono le difese, e il presidio resta muto. In quella il conte di Sarno, pensando aver breccia sufficiente, conduce i fanti italiani alla prova. Grande animo dimostrano e maggior costanza: tre volte rimettonsi al cimento e tre volte ne sono risospinti. Alto di troppo il muro, corte le scale, ostinati i Turchi. Suonano a raccolta, e le fanterie si ritirano, morti trecento giovani, e più del doppio feriti: caduto tra i principali Teodoro Boschite, già famoso condottiero di stradiotti nelle guerre d'Italia, caduto il capitan Francesco Carnao di Napoli, ed il capitan Giacomo da Capua; e per una archibugiata venutagli dall'alto pesto un occhio e strappata la lingua all'alfiero Capani. Il Mendoza dall'altra parte, non avendo apertura, o trovandola malagevole, con accorto consiglio non si mette all'azzardo.
Se non che in questa maniera d'imprese la fortuna sempre risponde ai voti dei marinari; e così nel presente cimento loro riserba la vittoria. Finito il riddone delle trentasei galèe appoppate, avanzano le diciotto dell'assalto presso alla sponda, dove fa punta il torrione maestro della piazza, che ancora vi sta col piede in acqua profonda[400]; mandano i ferri colle barche imbarbottate, e tirandosi cogli argani sempre più sotto alla scarpata del torrione, issano le antenne, fanno indietro il carro, volgono avanti la penna, e lasciano andare l'abete sui parapetti nemici. La scala pei marinari è fatta, e il passo aperto. Montano dal calcese alla penna, avanzano cavalcioni coll'armi tra i denti: saette, archibugiate, e grida di chi cade e di chi salta. In breve agguantano e si raggavignano ai muri e mettonsi sulla piazza. Primo di tutti colla bandiera in mano un giovanetto genovese, mozzo della nave Grimalda[401]; appresso un soldato del galeone d'Otranto, indi Lamba Doria, e via via ogni altro a gara colle armi e colle bandiere si spandono per le muraglie dell'Isola, e costringono i Turchi a fuggirsi nel Castello.