Non mi maraviglio punto che il commendator Jacopo Bosio mandi sulle mura di Corone prima di ogni altro i suoi cavalieri di Malta[402]: sì bene maravigliomi del Guerrazzi, tanto democratico, che mi tiene addietro quel povero mozzo di oscuro nascimento, ma di chiarissimo valore, per mandargli innanzi il patrizio Lamba Doria[403]. Vorrei io potere incidere il nome di quel giovane sulla corona murale che egli si meritò, se qualche pietosa penna prima di me l'avesse scritto. Ma nobile o plebèo, noto o innominato, genovese o romano, scevro d'ogni parteggiamento, non fia mai che tolga cui si deve l'onore e il merito; nè che attribuisca ai miei più che non trovi fermo per la testimonianza dei contemporanei, esaminata a fil di critica. E quantunque Antonio Doria ed altri diano il primato a quei delle galere del Papa[404] non mi lascio pigliare alla imbeccata; perchè il primo non può essere nel numero del più, perchè lo slancio compete a' giovani, e perchè un Giovio, un Bizarro, ed altrettali non possono esser sospetti di falsità quando mettono un mozzo innanzi a un Lamba.
XIII.
[22 settembre 1532.]
XIII. — Pel rumore di tanta guerra i Turchi delle città e castella circonvicine trombarono a stormo, e levaronsi in arme per soccorrere Corone, divisando sfondare il quartiere del Tuttavilla, entrare nel Castello, sciogliere l'assedio, e ricuperare la città bassa che s'era perduta. Buono pel Conte che nella notte, facendo diligentissima guardia, potè cogliere al varco una spia, e cavargli di dosso le lettere, dove si diceva tutto per filo l'ordine che nel dì seguente i nemici avrebber tenuto per sorprenderlo. Il Tuttavilla pensò cavar partito dall'avviso: fece lavorare tutta la notte alle barriere del campo, e condusse la zappa ai traghetti, e grandi tagliate aprì sul terreno a mo' di quei trabocchetti che gl'ingegneri militari chiamano Buche di lupi; poi coprì ogni cosa di pertiche sottili, di canne, e di sarmenti; e si tenne in punto per ricevere i Turchi come si conveniva, e per finire nello stesso giorno l'espugnazione.
Alla prima luce del seguente giorno ventidue di settembre, ecco un capitano rinnegato di nome Tòdaro sopracchiamato Tredita, perchè tante e non più gliene rimanevano nella destra (quantunque a larga mano compensato dai nostri scrittori colle solite varianti Tudàr, Tadare, Zadare, Tridigito, Trigidito, Tridito, Tradito); eccolo, dico, con settecento cavalli venirsene di buon trotto verso Corone; ed ecco i nostri a menarselo di qua e di là per la campagna, infino ai traghetti preparati. Prima le galèe a cannonate lo cacciano dalla strada della marina, poi il capitano Spinola gli sbarra la via del Borgo, e lo gitta a monte dall'altra parte, e in ultimo Pietro Frangipani, barone della Tolfa e conte di san Valentino, con trecento archibugeri gli si lancia dietro per farlo correre più presto. Tòdaro trovato contrasto dalle altre parti, e vedendo sguernita la via maestra di verso il Castello, che nei suoi divisamenti teneva per ultima, sprona di gran galoppo per guadagnare la porta. In quella furia, stando amici e nemici a riguardare, ecco improvvisamente sparire una squadra, come se fosse ingojata dalla voragine; poi sparire una seconda, e una terza, e gli altri appresso accatastarsi rovescioni cavalieri e cavalli nelle fosse. Ecco d'ogni intorno uscire i nostri soldati a far prigioni quanti ancora sopravvivono all'acciacco e allo scorno. E Tòdaro restarsi tutto pesto nel fondo[405].
Pensate le speranze del presidio dove fuggirono a quella vista! Lo spavento e la penuria delle munizioni produssero l'effetto. Uscì la bandiera bianca, uscì la guarnigione a buoni patti, e la città tutta intiera venne quello stesso giorno in poter dei Cristiani.
Il Principe e tutti gli altri di terra e di mare nelle varie fazioni dell'assedio mostrarono senno e bravura da eguagliare ciò che si legge degli antichi, e da non aver pari altrove nella marineria di quel tempo. Arrogi la moderazione dei capitani in tutta la condotta di questa campagna, e specialmente la rigorosa osservanza dei patti, rispetto all'onore, alla roba e alle donne, anche dei Turchi; gastigando severamente in pubblico qualunque soldato o marinaro si fosse ardito mancare alla disciplina e violare le convenzioni. In somma si voleva mantenere incorrotta appo tutti, amici e nemici, la fama di giustizia e di fede: perchè gli stessi Turchi, tanto differenti di religione, di costumi e d'ingegno, conoscessero chiaramente alla prova come i Cristiani, oltre alla valentia nell'armi, avessero anche umanità, fede e temperanza nella vittoria.
XIV.
[23 settembre 1532.]
XIV. — La mattina seguente, come surse il sole dal mare rimpetto al torrione del primo ingresso, la salva dei cannoni salutò la levata dei tre nuovi stendardi sulle mura della piazza. Le chiavi di Roma, la croce di Malta e l'aquilone dell'Imperio ondeggiarono insieme per dimostrazione pubblica di possesso[406]. Imperciocchè di unanime consentimento i capitani in consiglio avendo deliberato mantenere la piazza a beneficio del cristianesimo ed a base di future operazioni, incontanente il Principe fece risarcire le mura, crescere l'artiglieria, deporre nei magazzini abbondanti provvigioni da guerra e da bocca, presidio spagnuolo di mille fanti, e governatore delle armi don Girolamo di Mendoza. Al quale, perchè ci si adattava di mala voglia, il Principe in fede di cavaliero cristiano promise soccorso in qualunque estremo bisogno, anche a private sue spese, se mai fosse assalito dai Turchi.