[XII.] — Arte di Solimano per conquistare in Africa. — Il pirata Barbarossa re d'Algeri ed ammiraglio dell'imperio. — I maggiori pirati del tempo, il Moro, il Giudèo, Cacciadiavoli e Barbarossa. — Pensieri di costui intorno alla marineria (luglio 1534).
[XIII.] — Disegno doppio di Barbarossa contro Cristiani e Maomettani. — Dare sull'Italia, e pigliar Tunisi. — Ruine in Calabria. — Arsione di tre galèe del Papa sul cantiere. — Incendio di Terracina. — Fuga della Giulia Gonzaga. — Spavento in Napoli. — Barbarossa alla foce del Tevere (20 agosto 1534).
[XIV.] — Barbarossa piglia Tunisi. — Indignazione di Spagna e d'Italia. — Apprestamenti di guerra. — Il Salviati e Paolo Giustiniani. — Muore Clemente VII, e il Salviati si ritira (25 settembre 1534). — Ultime notizie del Salviati.
LIBRO QUINTO.
CAPITANO BERNARDO SALVIATI,
CAVALIERE DI MALTA E PRIORE DI ROMA.
[1533-1534.]
I.
[15 marzo 1533.]
I. — Bernardo Salviati, figliuolo di Giacopo e della Lucrezia de' Medici, nipote de' due pontefici Leone e Clemente, e scritto alla primaria nobiltà fiorentina e romana, aveva da giovanetto preso l'abito dei cavalieri di san Giovanni; e pei suoi meriti, e pei rispetti della famiglia, era prestamente salito ai primi onori dell'Ordine suo: balì della gran croce, priore di Roma, e capitano generale delle galere, come lo abbiam veduto l'anno passato all'impresa di Corone[413]. Prode, ricco e splendido, viveva alla grande: casa aperta in Malta e in Roma, numerosa famiglia, e intorno alla persona sua in terra e in mare da sessanta gentiluomini principali e capitani riformati che lo seguivano in ogni fazione, secondo lo stile dei maggiori comandanti di quel tempo[414]. Di simili esempî per Marcantonio Colonna e per Carlo Sforza altrove ho detto e dirò[415].
Tornato però Bernardo di Corone a svernare in Malta, ebbe suo malgrado a trovarsi involto in una sanguinosa baruffa, della quale non posso passarmi, perchè entra come causa prossima della sua chiamata in Roma; e perchè mi dà ragione degli uomini, dei tempi e dei fatti che ho a trattare. Ai primi di marzo in Malta, un gentiluomo fiorentino, seguace del Salviati, aveva steso morto in duello un giovane cavaliere della lingua di Provenza, con grandissima alterazione degli zii e degli altri parenti ed amici; che molti e prosuntuosi ne aveva l'ucciso nell'isola. Costoro accecati dalle furie della vendetta, tutti in frotta assaltarono a tradimento per la strada il Fiorentino: il quale quantunque con alcuni compagni valorosamente si difendesse, nondimeno toccò la peggio, e a pena potè ritirarsi grondante di sangue. Qui non finisce: hanno a esser cinque i ripicchi, e assai peggiori gli altri tre successivi de' due precedenti. Tutti quei signori a biasimare le superchierie e le uccisioni; e ciascuno da sua parte inteso a ripetere uccisioni e superchierie: cioè a commettere i medesimi falli biasimati in altrui. Tanto è folle la superbia, e tanto è cieca la passione disordinata! I familiari del Salviati e gli amici del Fiorentino tornarono in piazza, gridando e bravando contro i Provenzali: e lì una terza puntaglia, spargendosi dall'una parte e dall'altra di molto sangue. Pareva nella notte seguente quietato il tumulto: e già il Grammaestro dava corso alla giustizia contro i religiosi dell'abito, e il Salviati da parte sua metteva in catena una diecina di gentiluomini, quando i Francesi fatta secretamente tra loro una conventicola in casa del commendator d'Orleano, entravano la mattina seguente sotto falsi pretesti a bordo della capitana, dove spietatamente uccidevano a ghiado quattro di quegli incatenati. E avrebbero a uno a uno agghiadato anche gli altri, se al primo rumore non fossero accorsi i soldati, i marinari, e l'istesso Salviati in persona per frenare quei traditori, e per cacciarli via senza altro dal bastimento. Ma che? venuto poco dopo in terra, il medesimo Salviati a richiamarsi col Grammaestro di così grande eccesso, non era a pena entrato in casa sua, ed ecco l'assembraglia di tutti i cavalieri francesi, provenzali e alvergnasci a bandiere spiegate venirlo ad investire: ecco tutta la lingua d'Italia venirlo a soccorrere, e dagli altri alberghi delle lingue diverse uscir fuori i cavalieri in arme, e accostarsi chi di qua chi di là per ajutare questi o quelli[416]. Parrebbero sogni, se non fossero fatti realmente successi! E dico fatti in plurale, perchè se ne hanno parecchi simili nelle storie di costoro; ed io, tuttochè per incidenza, ne avrò a ricordare un altro nel settimo libro. Non prenda maraviglia il lettore: anzi per l'esempio dell'altrui nequizia guardisi meglio dal disordine delle passioni, ed alta sopra la ferina mantenga la dignità dell'umana natura. Altrimenti nel furore trapassano ogni segno e grondano sangue gli artigli delle belve, gli unghioni dei cavalli, le spade dei cavalieri.
[Aprile 1533.]