Dunque ordina che tutti sian pronti al primo cenno: due galeoni di gran corpo, pieni di gente e di grossa artiglieria, vadano innanzi; segua la reale con ventisette galèe nel corpo di battaglia, alla destra si metta il Salviati colle sedici galèe di Roma e di Malta; alla stanca Antonio Doria con altrettante di Napoli e di Sicilia; alla coda colle salmerie le trenta navi; queste, schifando ogni riscontro di nemici, tirino di lungo, e corrano difilate verso la fortezza per mettersi sotto alla difesa del suo stendardo, e del suo cannone. Così ordinati escono di Messina ai due di agosto, gittansi a golfo lanciato sulla Morèa, spuntano capo Gallo, si coprono di cotone, e via col vento fresco di buonbraccio verso la piazza. Passa il convoglio, passano le navi, e appresso passano le galèe: e i Turchi all'áncora nella bella cala di ponente guardano per prua il passaggio de' nostri, senza dar segno nè di battaglia nè di mossa, se non quando di lontano traggono colpi d'artiglieria, ricambiati del pari, con poco danno delle due parti. In somma dal lato del mare l'assedio è sciolto, e l'armata vincitrice ammaina sotto le mura della piazza.

[7 agosto 1533.]

Qui un'altra volta mi è dato osservare, col Salviati e coi contemporanei, l'imperizia dei Turchi nella tattica navale. Considerazione di gran momento per intendere come e quando costoro divennero poscia per fatto proprio e per altrui opinione eccellenti marini a nostro danno. Avrebbe dovuto Lufty da capo Gallo, subito subito passate le navi a vela, tagliar le gomene o filarle per occhio, e gittarsi a furia sullo squadrone seguente delle galèe; e ne avrebbe facilmente ottenuta vittoria, trovandosi superiore del doppio nel numero, e padrone di tagliare fuori l'armata sottile dalla grossa. Imperocchè le navi di alto bordo, una volta passate col vento fresco di Ponente, potevano ben continuare la rotta a levante, ed anche potevano fermarsi sull'ancora sottovento: ma del tornare indietro per ricongiungersi o per soccorrere le galere sarebbe stato impossibile. Nondimeno Lufty, attonito e irresoluto, non seppe conoscere nè cogliere il grandissimo vantaggio che gli si offriva; e lasciò senza contrasto compiere ai nostri il divisato soccorso[420].

Se non che la fortuna sempre variabile ci richiama nel mezzo del mare, e ci mette in procinto di battaglia. Due grosse navi delle nostre a mezza strada si abbordano tra loro, e impigliansi a vicenda per le verghe e per le sartie: navi cariche di munizioni e piene di infanteria spagnuola da sbarco. La speranza di facile preda stimola Lufty, il quale finalmente distacca alquante galèe per ghermir le due navi restìe: ed ecco le galèe nostre volgere indietro a remo per liberarle. In poco tempo una nave è già perduta, l'altra è agli estremi, e si sostiene a pena per la bravura del capitano Hermosilla. Il Doria e il Salviati avvampano di sdegno, Lufty palpita di spavento, il Moro freme di rabbia. All'appressarsi delle poche galèe cristiane, i Turchi si ritirano, le due navi restano libere, e sulla ricuperata troviamo prigionieri ducento giannizzeri derelitti dai compagni, dopo esserci stati messi per marinarla. Non basta, chè il Salviati si caccia appresso al nemico fuggitivo, tormentandolo alle spalle con spessi tiri, e già è presso ad investire una galèa sdrucita e azzoppata dal suo cannone. Ma il Principe lo divieta con un tiro senza palla, e giù la bandiera a mezz'asta, perché torni addietro. Dove tutti lodano la intrepidezza e la manovra del Salviati; e lodano altresì il senno del Principe. Prima in questo caso compiere il disegno stabilito di soccorrere la piazza, poi l'altro di combattere coll'armata nemica[421].

Al ritorno del Salviati i maggiori capitani scesero in terra; e il Mendoza, squadronate sulla piazza le fanterie sopraggiunte colle prime navi nel porto, fece dalla sua parte gagliardissima sortita: cacciò i Turchi dalle trincere, prese il campo, demolì i ridotti, tolse i cannoni; Lufty-bey al tempo stesso prueggiò verso Modone: e così in un giorno per terra e per mare fu sciolto l'assedio[422].

III.

[31 agosto 1533.]

III. — Liberati dal presente pericolo, i collegati rivolsero l'animo a premunirsi contro gli assalimenti futuri: sbarcare le vettovaglie e le munizioni, risarcire le mura, scambiare il presidio, opere di prestissima esecuzione[423]. Il Mendoza col suo terzo riprese il mare, secondo il patto; ed alla guardia di Corone sottentrò il maestro di campo Maccicào con tre mila di quei fanti che si erano ammutinati in Aversa, perché scontassero la pena della sedizione. Indi l'armata nostra si rivolse di nuovo contro Lufty, che si teneva tra la Sapienza e Modone. Indarno lo sfidarono a battaglia: esso portò in pace tutte le cannonate e tutte le vergogne che gli toccarono; e ognora più stringendosi al sicuro sotto le batterie di quella fortezza, e sempre governandosi timidamente, come aveva fatto dal principio, rifiutò la sfida, e cedette ai nostri la padronanza del mare. Vero è che Solimano aveagli strettamente ordinato di fuggire il cimento, ma esso eseguiva l'ordine con soverchia timidezza: e tutto ciò evidentemente più e più dimostra che infino a questi tempi i Turchi nè riputavansi da sè, nè dagli altri erano riputati invincibili in mare. Non però di meno tra poco vedremo cambiarsi tutto al rovescio l'opinione; e poiché siamo presso al termine tra l'uno e l'altro avviso, ne fo ricordo, perchè il lettore non abbia a trovarcisi improvvisamente sorpreso.

Che se noi vorremo imparzialmente esaminare anche i fatti della presente campagna ne caveremo tristi pronostici, e risulterà gran differenza anche nelle cose nostre tra il passato, il presente e il futuro. Nel trentadue assedii, battaglie, conquiste, città, fortezze, castelli: ed ora tutto si riduce a cambiare un presidio ed a rifornire una piazza. Niuna impresa di terra, niun combattimento sul mare. Perchè non dar dentro in Modone? Perchè non distruggervi le galèe di Solimano, le fuste del Moro, e il navilio degli altri pirati? Perchè non mettersi almeno alla Sapienza e bloccarli tanto che vi si avessero a consumar di stento? Perchè non venir mai le dodici galèe nuove di Spagna? Perchè tornare indietro e licenziare gli ausiliari nel mese d'agosto? Il Giovio, e tanti altri scrittori nostrani e stranieri, favorevoli e imparziali, tutti dicono essere il Doria andato con pochi, il Bazano rimasto a Messina, Cesare più che mai sicuro in Spagna, le forze navali tolte dal pericolo di una battaglia in Levante, ed i Francesi presi a sospetto in Ponente[424]. Insomma già si vede Carlo tentennare, e volgere l'animo a quei ripieghi con che prima e dopo usarono governarsi i politici della sua corte. Battere il Turco, ma non abbatterlo; osteggiarlo per zelo di religione, e mantenerlo per freno dei rivali; librarsi tra le due col pretesto di salvare l'armata, e scusare ogni magagna col sospetto dei Francesi. Nella sostanza prevalevano le ragioni di stato contro i Veneziani, i quali sarebbero divenuti troppo spigliati in Italia, se altri avesseli ajutati a scuotersi di dosso il peso dei Turchi. Carlo aspettava Milano da Francesco Sforza: e con tanti maneggi di armi nelle Sicilie, col sacco di Roma, coll'assedio di Firenze, e colla lega di quasi tutti i grandi e i piccoli stati italiani, compresivi pure i Lucchesi, proprio in quest'anno, agognava a prepotenza, e temeva soltanto di Venezia[425]. Dunque grande energia sul mare nella guerra turchesca del trentadue, perchè trattavasi della salute di Vienna; ed altrettanta tiepidezza nel trentatrè, perchè non si voleva dar ansa di troppo rilievo ai Veneziani. Politica doppia, e sempre mantenuta dalla corte di Spagna, per la quale perderemo molto capitale, e dappoi i frutti di Lepanto, e adesso presto presto perdiamo Corone, come ora dico per compiere, poichè ci sono, questo racconto.