Lufty-bey aspettò tanto in Modone, che ne fosse partito il Doria; e allora, avendo intatta l'armata, riprese il blocco e l'assedio peggio di prima. Il Maccicào si difese valorosamente: ma chicchessia alla lunga si stracca, e col tempo ogni cosa si muta, e succede or lieta or trista. Pensate lui proprio il Maccicào in una sortita cadere negli agguati ed esser fatto a pezzi con molti de' suoi; pensate gli altri del presidio senza capo, e di quella natura turbolenta che abbiam veduta; e non avrete a maravigliare che nel mese d'aprile del trentaquattro siano tornati i castelli in mano ai Turchi, gli Spagnoli in Italia, e i Greci al giogo per altri tre secoli.

[12 settembre 1533.]

Primi dunque a provare i tristi effetti della mezza campagna ebbero a essere gli autori delle mezze misure. Carlo ci rimise di riputazione, di danaro e di gente, offese i Greci, e perse la piazza: Andrea, perchè non dette dentro, toccò dai pirati di Corone la peggio. Imperocchè essendosi ricondotto a Genova, e avendo lasciate sole in Messina tre delle sue proprie galere per caricare certe seterìe di quei mercadanti, quando esse vollero col ricco carico rimettersi in mare, in vece di tornare a Genova, furono condotte in Barberia dal Giudèo, che se le prese a salvamano[426].

IV.

[15 settembre 1533.]

IV. — Per opposito il nostro capitano navigando sicuro pei porti di Sicilia, trovò al suo indirizzo lettere pressanti di Roma, che lo avvisavano del matrimonio conchiuso tra Enrico d'Orleano, secondogenito del re Francesco di Francia, e la Caterina de' Medici, figliuola di Lorenzo il giovane, e nipote di papa Clemente. Di più le lettere medesime portavano che, avendo sua Santità accettato l'invito del Re di abboccarsi con lui in Marsiglia e di trovarsi insieme con tutto il parentado alle nozze, non si aspettava altro per cominciare la navigazione, se non il ritorno delle galèe di Levante. Laonde il Salviati, ottenuta dal Grammaestro la licenza di condurre seco colle dodici galèe di Roma eziandio le quattro di Malta, venne difilato nel porto di Civitavecchia, dove imbarcò molte masserizie e arredi, e molta gente della famiglia, co' quali si volse prestamente verso Livorno, a fine di raggiungervi il Papa: il quale partitosi già di Roma il martedì nove di settembre, per Montepulciano, la Valdelsa, e il Valdarno di sotto, era entrato in Pisa e finalmente in Livorno, senza toccare Firenze per quei rispetti che facilmente ciascuno può intendere. Come fu in quel porto la squadra del Salviati, papa Clemente discese alla marina e montò sulla capitana di Francia addì cinque ottobre, giorno di domenica, sull'ora di vespro, intanto che le galèe di Provenza, di Malta e di Roma facevano salva reale per tre volte con tutta la loro artiglieria e moschetteria[427].

[5 ottobre 1533.]

Indi pigliavano il largo, e procedevano così: alla vanguardia alcune galèe più veloci e bene armate col carico di cercare intorno, di scoprire gli agguati e di tracciare il cammino: e queste sotto il governo di ufficiali, cui chiamavano Cercamare, e Re di galèa[428]. Seguiva una trireme di gran rispetto per nome la Duchessa; e quivi i cerimonieri e i chierici della cappella papale, intenti per turno a salmeggiare presso il tabernacolo, ove tra doppieri ardenti si custodiva la santa Eucaristia: primo dei sacerdoti il prefetto delle cirimonie, Pierpaolo Gualtieri di Arezzo, dal cui giornale raccolgo alcune notizie e tutte le date di questo viaggio[429]. Appresso si attelava lo squadrone delle galèe con al centro la Reale di Francia, condotta dal duca d'Albania, ove risiedeva papa Clemente; e nelle altre a destra e a sinistra sedici cardinali, molti prelati, e il resto della curia e dei familiari: finalmente venivano quattro navi di trasporto colle lettighe, le mute dei cavalli, e tutti quegli arnesi e corredi e fornimenti di chiesa, di corte e di città, che il Papa, i Cardinali, e gli altri nelle funzioni e concistori usar dovevano in Francia.

Lo splendido viaggio di un romano Pontefice con sedici Cardinali, all'incontro di un Re di Francia con tutta la sua corte, durante la traversata, teneva gli ufficiali novelli e i veterani della marina in continue conferenze tra loro sull'ordinamento dei saluti. Punto di sommo rilievo nel secolo decimosesto. Quei signori non lasciavano occasione niuna di mostrare altrui cortesia secondo il debito, e di esigere dagli altri uguale corrispondenza. Il codice dei saluti tanto necessario stimavasi a bordo, quanto la carta da navigare. Aveanvi regole generali e particolari, ed eccezioni per ogni capo: lo sparo dei cannoni, la battuta dei tamburi, lo squillo delle trombe, le voci dei marinari, la parata dei soldati, tutto scritto nei tempi e nei numeri, secondo la dignità delle corone, dei personaggi, dei comandanti, dei navigli, delle città, delle fortezze, e simili; a chi il cominciare, a chi il rispondere, o come a un tempo darsi e rendersi i saluti vicendevolmente. Come trattare i supremi generali, o i luogotenenti, o i capisquadra; sulle reali, sulle capitane, sulle padrone; a mare aperto, in porto o in darsena; armati o disarmati, di arrivo o di partenza. Quando uscire incontro ai maggiori, quanto procedere, quale distanza tenere. Come prendere la posta, o libera o colta da altri. Come ricevere le visite, e restituirle: quando issare, mainare, scuotere, o ribattere per saluto la bandiera. Come navigare sottovento, dove mettere lo sperone, come tenersi alla scaletta del più degno, o attelarsi alla pari colle conserve. Quando abbattere la tenda, o stringere le vele, spalare o palpare i remi. E che fare alla presenza di Re, Imperatori, Papi, Principi, e via via: con tante clausole eccezionali, che il codice veniva in pratica difficilissimo, e dava continuo rappiglio di querele ai puntigliosi, e di dispute sentenziose agli interpreti. Però l'istesso codice prescriveva il contegno da tenere contro i mancatori nel caso, che chiamavano, di onore dinegato[430]. Son piene le storie delle controversie perpetue in questa materia dei Genovesi co' Toscani, e dei Cavalieri di Malta con tuttaddue.