[Marzo e luglio 1538.]

VI. — Papa Paolo con pio intendimento non lasciava, come ho detto, niuna pratica intentata per ridurre in pace tra loro i principi cristiani, senza di che non si potevano sperare effetti vantaggiosi dalla lega contro i Turchi, nè l'apertura del Concilio generale, da lui e da ogni altro ardentemente desiderato. E avendo per questi giorni saputo il re di Francia trovarsi in Provenza, e Carlo imperatore esser venuto vicino in Catalogna, deliberò mettersi di mezzo; e farsi paciere tra i due maggiori sovrani che tenevano diviso il mondo. Mosse pertanto da Roma il dì ventitrè di marzo per la via della Marca e Romagna, entrò in Parma, quindi scese da Alessandria a Savona, e per la via del mare con alcune galèe dirette a Barcellona navigò infino a Nizza, avendo prima spedito, secondo principe fedele ai trattati, il suo naviglio verso Levante[22]. Ma ai diciassette di maggio, come fu presso Nizza, maggiormente sentì la difficoltà del pacificare gli emuli pertinaci; ed ebbe a darci l'esempio di un congresso altrettanto arduo, quanto singolarissimo. Imperciocchè avendo il duca di Savoja fatto intendere non potere per certi rispetti consentire a ricevere nella sua città di Nizza nè i Francesi nè gli Spagnuoli nè altri; il Papa, dissimulando l'offesa, se ne andò in campagna a un convento di frati Minori. Colà sopraggiunse Francesco a trattare seco, ma non volle mai abboccarsi con Carlo; il quale fece altrettanto rispetto a lui. L'uno si posò a ponente, l'altro a levante; e Paolo di mezzo tra Nizza, Villanova e Villafranca, or coll'uno or coll'altro negoziando, scorreva alle opposte bande tra l'Imperatore ed il Re. Ottenne però, che i due sovrani (senza vedersi) firmassero una tregua di dieci anni, e intanto ciascuno tenesse quel che aveva, e il Concilio generale si celebrasse[23]. Con queste conclusioni prese congedo, e accompagnato da sei galèe del Re e da altrettante dell'Imperatore, venne senza novità a sbarcare nel porto di Civitavecchia, e tornossene in Roma[24].

Allora quei principi di levante e di ponente (cosa strana!) non soltanto si visitarono mutuamente e parlarono insieme, ma se ne andarono con tutta la corte di questo e di quello a solennissime feste in un luogo detto l'Acquamorta di Provenza. E il principe Doria, capitano generale dell'armata cristiana, in vece di essere secondo i patti non più tardi del mese di marzo in Levante pronto alla guerra contro i Turchi, si tratteneva lietissimo fino al mese di agosto in Provenza a far gazzarra sotto gli occhi di Carlo V. Insisto sul fatto della tardanza, perchè tocca al massimo dei disordini nelle faccende militari; e nondimeno ci torna sempre costante, sempre riprodotto, e apertamente voluto dalla corte di Spagna; non solo adesso, ma infino a trent'anni dopo: chè i comandanti al servigio di Madrid comparivano sempre in ritardo, lasciando perdere il tempo migliore, e tenendo i Romani e i Veneziani afflitti ad aspettare, e i Turchi sbrigliati a distruggere. Tutti dicevano necessaria la presenza del Capitan generale e dei suoi rinforzi; i trattati stabilivano il termine alla congiunzione, e i marinari appellavansi specialmente ai mesi estivi per imprese grandiose. Il Doria meglio di ogni altro doveva saperne: egli medesimo che a chiunque chiedevagli il nome del miglior porto di mare soleva rispondere non essere nè più nè meno di tre i migliori porti del Mediterraneo; e chiamarsi giugno, luglio, e agosto. Ciò non pertanto i tre mesi preziosi lasciavansi perdere; e Carlo approvava la tardanza dell'Acquamorta, per Andrea, come Filippo la tardanza e i disordini di Cipro per Giannandrea[25]. Io non dico che sieno criminose le feste di Provenza, nè gl'interessi di Tizio e di Sempronio; nè mi oppongo se altri gli chiama padroni di dare o no soccorso a chi ne chiede: potranno esserci diverse opinioni. Ma quando si fa lega con trattati e promesse, entra il dovere: nè sarà mai lecito ad alcuno, nè anche ai barbari, volere, lodare e assentire alla rottura della fede.

VII.

[10 agosto 1538.]

VII. — Può altri fare ragione del gravissimo cruccio con che doveva sostenersi il Grimani in Corfù, costretto a perdere il tempo migliore nell'aspettare chi non voleva venire; e oppresso dalle continue querele dei Veneziani e dalla loro desolazione. Imperciocchè proprio di quei giorni, favorito dalla buona stagione e da niuno frenato, Barbarossa coll'armata ottomana e colle squadre dei barbareschi disertava l'isola di Candia, e gli altri possedimenti della repubblica. Quando ecco in vece dell'armata imperiale ai primi di agosto giungnere in Corfù, e mettersi sopra tutti, don Ferrante Gonzaga. Costui povero di forze e ricco di buone parole, gran privato di Spagna e vicerè di Sicilia, veniva per ordine dell'Imperatore col titolo di capitan generale di terra in luogo del duca d'Urbino, gravemente infermo di quel lento veleno, pel quale non guari dopo addì venti d'ottobre morissi[26]. Egli doveva largamente pascere di speranze future i Veneziani, perchè continuassero ad aspettare pazientemente, senza nè guerra nè pace. Indarno adunque i capitani di Roma e di Venezia si volsero a lui facendogli pressa, dopo essere stati tanto tempo senza far nulla con cento galere e trenta mila uomini. Don Ferrante, imbarazzo più che sostegno degli alleati, non consentiva. Anzi tutto aperto diceva non essere cosa nè ai soci sicura nè a Cesare onorevole il cominciare la guerra sul mare senza il naviglio del Doria. Perchè dunque ne manca questo ente necessario? come la gloria dell'Imperatore e il bene degli alleati potrà consistere nell'aspettare Andrea inutilmente? Dunque si hanno tutti a patire i tristi effetti dell'abbandono, il dispetto, l'ozio, la mortalità, la perdita del proprio paese, e il trionfo dei nemici? Tristi principî, resi più tormentosi dalle relazioni correnti alla giornata: dicevano bruciati ottanta villaggi, e stretta di assedio la Canèa, piazza principalissima dell'isola di Candia, alla quale indarno il generale Cappello chiedeva che si portasse soccorso[27].

Nè si lagnavano soltanto i Veneziani della tardanza (alla quale mi bisogna continuamente in questi giorni ritornare), non soltanto coloro, pe' quali il pubblico bene incontravasi insieme col privato interesse; ma i Romani, tuttochè imparziali, non potevano patirla. Perciò il Patriarca, sazio alla nausea dei pubblici lamenti, uscì dal porto, sotto colore di esercitare le sue genti, e prese a fare la guerra solo da sè contro ai Turchi, senza voler più oltre aspettare niuno. E perchè non poteva con una trentina di legni soccorrere la Canèa, tanto lontana, e assediata da cento e trenta, volle operare a favor dei Candiotti per diversione, pigliando a battere una delle fortezze nemiche. Andò con gran secretezza nel porto di san Niccolò presso Corfù, e di notte più che poteva celatamente navigando, giunse quasi improvviso agli undici di agosto sull'ora di vespro innanzi alla Prèvesa[28].

VIII.

[11 agosto 1538.]

VIII. — La Prèvesa, detta altrimenti Nicopoli, è punto di momento per chiunque guerreggia in Levante. La fabbricò Augusto dopo la celebre battaglia d'Azzio, nel luogo medesimo dove aveva posto l'alloggiamento in terra prima del combattimento, e donde erasi imbarcato per acquistare il dominio del mondo. Oggidì per quelle acque passa la linea di confine che divide la Turchia dal nuovo regno di Grecia. Un golfo di circa ottanta miglia, detto dagli antichi seno Ambracio, e dai moderni golfo dell'Arta, si apre a cerchio tra le terre; e a guisa di tanaglia sboccata lascia alla riva tra due promontorî un tortuoso ed angusto canale, dove non passano più che due o tre bastimenti per volta. Il promontorio boreale è l'Azziaco; e nella sua risvolta dentro il golfo sopra rupe è la Prèvesa: città piccola, ma secondo quei tempi fortificata in figura di quadrilatero con otto torrioni rotondi, tre per ogni fronte, piazze alte e basse di artiglieria, muraglie grosse, e fosso profondo. Sarebbe stata ancor più sicura se non avesse avuto un prolungamento di case discendenti verso la marina a guisa di borgo, aperto da ogni parte[29].