Di questi fatti parla il medesimo patriarca Grimani in una lettera del diciannove di agosto, diretta al Ricci, tesoriero dell'armata romana in Venezia, il quale l'ha conservata nei suoi registri, ed io qui la pubblico come documento importante ed inedito[33]:
«19 agosto 1538, di Corphù.
»Reverendo monsignor Giovanni. — Si ebbero le notizie vostre per il schirazzo[34] che giunse quivi; come l'havrà inteso per lettere di Bernardino[35], et similmente la nave Malipiera con le munizioni accusate: al che non accaderà dire altro.
«Credo che havrete inteso, pur per lettera di Bernardino, del nostro andare all'impresa della Prèvice. Hora vi dirò succintamente che, desideroso di fare servitio et cosa di honor a Sua Santità, a questi giorni passati mi deliberai di far qualche effetto, et di non perder più tempo[36]. Di modo che essendomi detto da molti che l'impresa di essa Prèvice sarebbe molto facile, et ritrovandomi io alla Parga[37], quivi discosta quaranta miglia, deliberai tentarla. Et così il dominica che fu alli undici feci dismontar la gente, che potevano essere da ottocento fanti: et la notte, posta in terra l'artiglieria per batterla, fatte le trincere et difese al meglio che si potè, cominciammo la mattina seguente a batterla per terra et per mare. Però io con tutta l'armata entrai da l'altra banda sotto la fortezza per il golfo senza danno alcuno, ancorchè provassero le galere infinite cannonate di nemici. Battemmo tutto il lune, il marte, et il mercole, sino al giobbia mattino[38], che ci levammo: et non si cessò mai giorno et notte. Talchè havendo tirato più di novecento cannonate[39], senza gli altri pezzi piccoli, ci cominciò a mancare la munizione. La quale fu potissima causa di non ci lasciar tentare l'ultima fortuna. Il marte vi furono dati doi assalti, et furonvi tutte piantate le bandiere sopra i muri: ma furono ributtati per non essere soccorsi dagli altri che stavano dentro gli alloggiamenti in guardia dell'artiglieria. I quali non si moverno, quasi spaventati dal primiero assalto et dalla vista di nemici che si trovavano alla campagna, et tuttavia andaveno crescendo, a piedi et a cavallo.
»Per la qual cosa vedendo il mercore che multiplicava il soccorso a' nostri danni, deliberai porre l'artiglieria in galera: et così sugli occhi dei nemici, che ci vennero assaltare sin dentro gli alloggiamenti, levatala con bonissimo ordine, la calcammo sopra esse galere, senza lasciar dietro cosa alcuna, et sempre scaramucciando con Turchi, sin che si ebbero condotte le artiglierie et le altre cose ad salvamento.
»Poi il giobbia mattina, havendo colle galere tutta la notte tormentato, et vedendone mancar le munitioni, et crescere il nemico di continuo alle spalle, havendo poca gente da poterli resistere, deliberammo lasciar l'impresa. Et cusì venimmo fuori del golfo, salutati però tutti con buone cannonate. Et alla mia galera ne toccorono cinque, però senza morte di alcuno per grazia di Dio. Ultimamente uscimmo tutti ad salvamento, con qualche danno però de' nostri. Et abbiamo lasciato quella fortezza di modo ruinata, et dal canto nostro con tutto quell'animo che s'ha potuto operatosi, che mi reputo haverne riportato la vittoria. Et forse Iddio per qualche mio peccato non mi ha voluto far degno di vederne un fine. Nondimeno io spero che un giorno Sua Santità conoscerà che la vita mia è per sacrificarsi nel servitio di Sua Beatitudine. Havendone scritto largamente al signor Nunzio di costì, et volendo questo Generale spacciare in pressa non se gli puote dir tutto il particolare: però Vostra Signoria ne potrà essere ragguagliata da Sua Signoria reverendissima.
»Di nuovo ci è che Barbarossa ha spalmato a Scio, et che andava alla volta di Negroponte coll'armata, et di più che haveva mandato quaranta galeotte alla volta di Modone: et appresso questo clarissimo Generale vi è qualche sentore et dubitanza che egli se ne venghi sotto Napoli di Romania. Et di tanto più si dubita, quanto che le sei galere, che furono mandate l'altro giorno per soccorrerla, per timore di non incapparsi nei piedi di essa armata, sono andate et ancor sono alla Cania[40].
»Io vi scrissi per l'ultima il bisogno grande del danaro e dei frumenti. Hora torno a recordarvelo, che per l'amor di Dio operiate che se ne facci quella provvisione che vedete necessaria. Et di questo, di grazia, siate ricordevole; perchè potete comprendere il bisogno mio.
»In oltre sapete come io sto di remigi. Et la causa che mi ha mosso a tentare la impresa è stata principalmente per usare ogni via, acciò mi potessi interzare[41]. Nè havendomene Dio fatto la gracia, anzi havendo ricevuto qualche danno di uomini in questa impresa, resto più che mai disperato. Et ancor che l'animo mio fosse di non disarmare alcuna di queste galere che ho meco (non piacendo ancora a Sua Santità), nondimeno questo clarissimo Generale mi ha esortato ad disarmarne tanto che possa interzarmi intieramente; et dettene le ragioni, per le quali non vedo nè via nè modo di potergli contradire: et massime che la necessità dei tempi che hora cominceranno non comporta che si possa fare altrimenti[42]. Però mi sono risoluto disarmarne quattro di quelle che mi parranno a me manco profittevoli et interzarmi col resto ad compimento; acciò possa comparire cogli altri et fare honor a Sua Santità. La quale quando havrà compreso che tutto si conviene per evidente necessità, son certo rimarrà soddisfatta di questo, conoscendo che di manco non si puote fare.
»Messer Miniato io più et più volte l'ho persuaso ad venirsene. Et hora più che mai parmi che non voglia sentirne parola, dicendomi che, se io non voglio che stia meco, egli si acconcerà sopra l'armata del Doria. Di modo che non so più che fare, se non ogni giorno predicarcelo nella testa. Et quando se disponga de venire io lo manderò molto volentieri per soddisfarvi[43]. Ben vi dico che in questa impresa della Prèvice si ha fatto honor; che sempre ha voluto trovarsi anche egli armato nelle fattioni con gli altri soldati, et portatosi coraggiosamente.