»Altro per hora non le dico, se non ricordarle di nuovo il bisogno mio et della armata: et a V. S. de cuor me offero et raccomando.
»Da Corphù il 19 d'agosto 1538.
»Marco Grimano, Legato apostolico.»
IX.
[8 settembre 1538.]
IX. — Se taluno dopo tanto tempo non avesse più alla memoria il fatto della lega, oggi che siamo agli otto di settembre, si riscuota; che finalmente si avvicina il giorno della salute, ed alla vista di Corfù comparisce il glorioso Messia. Così, dopo averlo tanto aspettato all'armata, si usava comunemente chiamare il principe Doria[44]. Egli seco conduce una trentina di navi piene di infanteria spagnuola, quasi dieci mila uomini, cavati dai presidî del Regno; e in vece delle ottantadue galere pattuite, ne mena la metà, cioè quarantuna galea, tra le sue e quelle di Napoli e di Sicilia e dei particolari assoldati dalla maestà di Carlo. Niuna galera dei regni di Spagna[45]. Dopo le visite e i complimenti, cominciano al solito le mostre e i consigli.
Prima di udire i pareri di quei signori scendiamo al porto sotto la fortezza di Corfù, e vediamo ciò che si può consigliare e imprendere in quest'anno coll'armata della lega così oramai raccolta come si trova; e appunteremo sulla carta in breve compendio il novero dei legni, delle artiglierie e delle genti, perchè a un batter d'occhio ciascuno possa riconoscerne la forza. Nei numeri io mi tengo al minimo, e sempre sulla testimonianza degli autori e dei documenti che per tutto questo libro vengo citando. Per esempio, al patriarca Grimani non darò più di ventisette galere, dovendo supporre che di fatto ne abbia disarmate quattro, come egli scriveva di voler fare per interzarsi: similmente escludo dal novero i legni minori, cioè le fregate e i brigantini nostri e d'ogni altro; ma sempre ritengo le quattro galèe del conte dell'Anguillara, che alcuni mettono in disparte. Ai Veneziani assegno il minimo, dicendo galèe settantadue; perchè il compimento delle altre dieci, e un numero anche maggiore essi tenevano altrove in distaccamenti diversi per la guardia e scoperta nel golfo e nelle isole; e assegno loro venti navi, compreso il famoso galeone, non potendosi ammettere numero minore senza impedire il servigio e l'approvvigionamento delle galèe. Una nave sola e grossa, chiamata la Cornara, assegno al Grimani[46]; quantunque egli nelle sue lettere parli di più navette e schirazzi, e della nave Malipiera al servigio dell'armata papale. Al Doria assegno le trenta navi, che bastavano al trasporto delle infanterie; e quarantuna galea, come trovo distinte a parte a parte le sue proprie e le seguaci. Ho voluto altresì tener conto della maniera diversa di questi e di quelli nel noverare le artiglierie; dandone dieci o undici pezzi a coloro che tanti ne solevano portare; e dandone sette o cinque solamente agli altri che stavano contenti al numero minore. Nelle navi metto sottosopra trenta pezzi per ciascuna, quantunque compresavi l'artiglieria minuta ne portassero di più. Rematori interzati calcolo almeno cencinquanta per galèa; soldati settantacinque pei Veneziani, e cento per ogni altro; marinari cinquanta per ciascuna nave o galèa. Con queste regole, che possono essere provate e riprovate da chiunque, compongo la tavola generale che metto nella nota[47].
Ci troviamo adunque dinanzi bella e fiorita armata: centoquaranta galèe di battaglia, cinquanta navi grosse, trentasette mila tra soldati e marinari, dumila e cinquecento cannoni, e capitani eccellentissimi come il Doria, il Cappello, il Gonzaga, l'Orsino, il Simeoni, il Giustiniani e tanti altri. Entriamo con essi in Consiglio; e chiunque abbia fior di senno, un po' di pratica, e qualche lettura, giudichi ciò che possiamo aspettarci. Primo di tutti il General veneziano, senza niuna querimonia dei disordini precedenti, saluta il Doria: e, levando le mani, ringrazia Iddio di poter vedere unita l'armata cristiana, per numero e per forza capace di qualunque impresa. Indi richiede che si debba uscire, cercare l'armata nemica, e conquiderla. Don Ferrante Gonzaga volge il discorso assegnatamente alla Prèvesa, non solo per guadagnare quella importante fortezza, ma anche per chiudere dentro al golfo l'armata nemica, nella speranza di pigliarsela tutta a salvamano, come pochi anni avanti erasi fatto nello stagno di Tunisi. Il patriarca Grimani non chiede altro favore che di esser messo alla vanguardia: e per le recenti prove fatte in quei rivaggi, promette condurre gli alleati a sicura e segnalata vittoria. Gli altri a una voce ripetono battaglia e vittoria.
Il solo Andrea Doria si contrappose a tutti, e non comparve più quegli che infino allora era stato. Uomo eccellente, gran marino, di alto senno, e di cuor magnanimo, fedele a chiunque lo aveva assoldato senza offenderlo, benemerito di papa Clemente, vittorioso a Corone, degno di somma lode per tutto il quarto dei miei libri intitolato al suo nome; in somma lo abbiamo messo e tenuto in grande onore, secondo il merito suo e il dover nostro. Ma ora la fede dei trattati, la salute di tutti gli stati d'Italia, e la suprema necessità civile e religiosa del cristianesimo nel secolo decimosesto, mi costringono a compiangere la sua e la nostra sventura, ripensando mestamente quanto miglior comparsa avrebbe fatta quest'anno in Levante sotto miglior padrone. Il Doria veniva fresco fresco dall'Acquamorta, bene indettato coll'astutissimo Carlo e co' suoi consiglieri, donde traeva soldi ed onori col patto di tenere a segno i Veneziani ed ogni altro. Perciò nel consiglio del dieci di settembre, in vece di mettere animo, fecesi con grande sfoggio di teoriche marinaresche a sciorinare le infinite difficoltà delle battaglie navali, aggiungendovi i sinistri delle traversìe, delle correnti, dei venti e delle tempeste equinoziali. In fine coll'inesorabile rigore della logica prese a svolgere tutte le conseguenze che aveansi a cavare dalla sua tardanza. Proclamò la necessità di tenersi sempre vicino a qualche gran porto di rifugio, escluse il punto principale della Prèvesa proposto dagli altri; e per mostrare che i disegni suoi miravano a più alto vantaggio, propose nulla meno della conquista di tutta la Morèa, cominciando da Patrasso e da Lepanto; allegandone molte ragioni, e specialmente il comodo dei ricoveri che in ogni fortuna di mare avrebbero quivi incontrato[48]. Tristo preambolo! la ricerca del rifugio, e non del nemico!