Niuno degli astanti si ardì replicare all'oracolo diffinitivo per non rompersi fin dal principio. Ma perchè a voler andare da Corfù a Patrasso e a Lepanto, secondo il disegno di Andrea, doveva l'armata della lega necessariamente passare innanzi alla Prèvesa, dove era Barbarossa coll'armata nemica, gli altri capitani di Venezia e di Roma mostrarono di contentarsene, sotto espressa condizione che, traversando di là, e prima di procedere avanti, si dovesse presentare la battaglia al nemico. Pensavano certamente che Barbarossa, almeno per riputazione, non avrebbe mancato di accettarla, nè a sè stessi sarebbe fallita l'occasione di vincerla. Intendevano tutti che il primo assunto di campagna navale deve essere la distruzione o l'avvilimento dell'armata nemica; senza di che ogni altra fantasia di castelli, di isole, di porti, non può tornare che vana. Andrea medesimo erane più d'ogni altro persuaso, e così aveva fatto esso stesso a Corone: però costretto dall'evidenza, e dalla maggioranza, accettava il partito, come colui che altresì ben conosceva le diverse maniere di presentare la battaglia, volendo o non volendo combattere.

[11 settembre 1538.]

Intanto il primo attacco non mira a Barbarossa, ma ferisce di punta i Veneziani. Conciossiachè Andrea per tenerseli soggetti tanto che mai non potessero fare diversamente dalle sue macchinazioni, preso pretesto dalle galèe della repubblica non provviste a sufficienza di fanterie, richiese solennemente al generale Vincenzo Cappello di lasciar montare in ciascuna delle sue galèe venticinque fanti spagnuoli di rinforzo[49]. Vincenzo turbossi tutto alla insolente proposta: ma si contenne, e rispose scusandosi di non poterlo fare senza espresso comandamento del Senato. Si offrì nondimeno pronto a rinforzarsi al bisogno, togliendo gente dai presidi di Corfù e del Zante, e specialmente dalle due grosse brigate di riserva sotto Pasotto Pasio di Bologna e sotto Giacopo da Nocera. Di più domandò, anche senza altri rinforzi, di esser collocato in parte ove fosse maggiore il pericolo e più difficile la ritirata, in tutto a giudizio e a piacimento del Principe. Il genovese ed il veneziano, ambedue scaltriti, dissimularono: quegli contento della superiorità assunta, e dei partiti che trar si proponeva tanto dal consenso, quanto dal rifiuto, per governare le cose a suo talento; questi offeso dal sospetto ingiurioso e dall'attentato di servitù volutagli imporre.

Notate adesso come (quantunque per equivoco) il nome di Giannandrea, nipote ed erede di Andrea Doria, esce fuori per la prima volta dalla penna del gravissimo storico e cavaliero Giacopo Bosio proprio al proposito delle pretensioni di mettere soldati spagnoli nelle galere veneziane[50]; quasi che niun altro nome meglio del suo potesse legarsi a questi tranelli, da lui poscia ripetuti a rischio di condurre gli alleati sul punto di rompere in guerra mutua quattro giorni prima della battaglia di Lepanto. Tanto erano radicati certi artifizi nei consigli di Carlo e di Filippo, e dei ministri e degli eredi!

Ben so che i Veneziani non usavano empire di gente a ribocco le loro galèe, come empivale Andrea, senza spesa, coi soldati di Carlo; ed anche so che lasciando altrui il vantaggio dei numeri non però di meno correvano in valore i Veneziani alla pari con tutti, e talvolta anche di più. Ogni nazione ha il suo modo tradizionale di equipaggiare: gl'Inglesi, per esempio, fino a questi ultimi tempi hanno usato tenere il settecento dove i Francesi mettevano il mille; e così diversamente i Portoghesi, gli Americani e gli Olandesi. Che però? Valevano forse meno per questo gli uni degli altri? O vero qualcun di loro ha mai preteso, sotto colore dell'alleanza, di mettersi di filo in casa altrui a venticinque per volta?

X.

[25 settembre 1538.]

X. — Non farei troppo conto degli intrighi minori, se non fossero maglie di rete maggiore, nella quale trovo avviluppati gli uomini, i fatti e i costumi che mi studio fedelmente ritrarre dal principio alla fine col pensiero e col discorso, perchè più facile e piena conoscenza ne piglino i lettori. Chè se amano fuggir fastidio, passino innanzi: e dal venticinque dei Bisogni vengano al venticinque del settembre. Passate altre tre settimane tra gli stenti dei consigli e delle astuzie! Ecco tutta l'armata cristiana fuor del canale di Corfù scorrere a vela verso la Prèvesa, secondo le mezze misure fermate in consiglio. Alla vanguardia le galèe papali guidate dal Patriarca, nel corpo di battaglia le galèe del Principe colle antenne tinte di nero per segno di speciale ricognizione, alla coda i Veneziani, dolenti di essere al termine della stagione, consunti dalla tardanza, avuti a sospetto e minacciati di servitù. Le navi d'alto bordo, tutte sulla destra, più larghe a mare, e in due squadroni; l'uno condotto da Franco Doria genovese, l'altro da Alessandro Condulmiero veneziano. Con questa ordinanza l'armata cristiana si presenta alle fauci dell'Arta, si attela, dà fondo, e passa quivi la notte sull'àncora. Gli esploratori vanno e vengono, portando le relazioni dell'armata nemica racchiusa nel golfo; e diconla minore della nostra, vuota di gente, e piena di paura. Nella notte Ariadeno ed Andrea mulinano disegni, e già ciascuno ha preso il suo partito: anzi meglio, ambedue sono venuti nell'istesso divisamento. L'uno e l'altro si propone di sfuggir la battaglia, e insieme di far le viste di cercarla. Le ragioni loro totalmente diverse, le arti uguali, l'onestà e il vantaggio al Pirata. Venga, chi vuole apprendere arti pellegrine: venga e veda come possono mostrarsi grandi battaglieri due ammiragli che non vogliono battersi.

[26 settembre 1538.]

Fermo nei suoi ripieghi, e senza dare un minimo fastidio a chicchessia, Andrea la mattina seguente distacca il suo Giannettino con quattro galere, e lo manda verso il golfo a sfidar Barbarossa: e questi, provocato in quel modo, risponde alla presenza di tutti essere egli capace di uscir fuori, di restar dentro, di accettare e di rifiutare, tutto in un tempo. Eccolo: sguinzaglia sei galèe disalberate; che, costeggiando a mano manca, dànno segno di voler trascorrere alle spalle dei provocatori. Ed ecco Giannettino a sua volta che si gitta rasente la spiaggia per tagliare la strada ai nemici, o per ricacciarli a cannonate nel golfo. Un'ora dopo escono di là altre sei galèe di barbareschi: e di qua per segnali di Andrea muovono quattro di Malta e due di Roma, provocandoli a combattere in numero pari. Sembra che accettino, levano remi, sparano cannonate: e i nostri arrancano per guadagnare la bocca del golfo, e per costringerli al combattimento. Ma che? I barbareschi si ritirano; e gli altri danno loro il buon viaggio con una salva di palle nei fianchi. Appresso fan capolino altri quattro; e il Grimani con pari numero corre allo schermugio. In somma durando alla lunga lo strattagemma, e uscendo più volte le quattro e le sei galere senza profitto, finalmente tutti intendono l'astuzia del Pirata, che tenta deludere e stancare i Cristiani, dappoichè combattere apertamente non ardisce. E tutti eziandio intendono l'arte del Principe, che parimente non vuole combattere, nè mettere gente in terra, nè assaltare la Prèvesa, nè chiudere il golfo, nè ripetere le bravure della Goletta[51]. Fatte adunque le viste di aver compìto al debito suo, secondo le deliberazioni del precedente consiglio, e levatosi un po' di Grecale dal golfo, Andrea spara il segno della partenza per tutta l'armata, e fa vela verso Santamaura. Non calza qui forse bene il proverbio, che le cose passano tra corsaro e pirata?