XI.

[27 settembre 1538. All'alba, Grecolevante maneggevole.]

XI. — Giorno per sempre memorabile, e fin dal primo albore, il ventisette di settembre, quando l'armata cristiana, filate una trentina di miglia con venti variabili e mare grosso nella notte, e fermatasi attorno alla Sèssola, isoletta a ponente di Santamaura, essendosi la mattina messi i venti di Grecolevante, coi quali non si sarebbe potuto doppiare capo Ducato per andare a Lepanto, giunse l'avviso che Barbarossa moveva appresso con tutti i suoi. Le guardie del calcese, poco dopo sclamavano maravigliate, dicendo vedere l'armata dei Turchi in bellissima ordinanza. E tutti montando ad alto ripetevano: bellissima. Imperciocchè essa veniva a vele gonfie, antenne parallele, carro a sinistra, vento di Grecolevante maneggevole; e presentava da lungi la figura di una grande aquila bianca, come se col corpo e colle ali distese sorvolando lieve lieve, radesse l'azzurro campo del mare. Faceangli testa venti galèe rostrate di antiguardo, tutte pomposamente in armi, e coperte di bandiere variopinte: indi sfilavano sul collo in più righe le fuste cangianti del pirata Dragut. Ingrossavano il corpo ventisei galèe di Ariadèno, affusolate in rombo, colla capitana nel centro ed il ricco stendardo vermiglio dell'impero. Salech-rais con ventiquattro galèe spiccava al volo l'ala destra, e Tabach-rais con altrettante distendeva l'ala sinistra. E la coda a pennoncelli spiumacciati aprivasi con più filaretti di brigantini e di fuste condotte dai pirati barbareschi[52]. In somma l'armata nemica contava novantaquattro galèe, e sessantasei legnetti: dunque di forza e di numero valeva a pena la metà della nostra.

Ora seguiamo con attenzione gli ordini del Doria e le manovre dell'armata cristiana per continuarci sicuri nel giudizio, secondo la ragione dei fatti e delle condizioni speciali del vento e del mare, e delle mosse nelle ore diverse della stessa giornata: cose a bastanza distinte dai contemporanei, tuttochè artificiosamente da taluno volute confondere per pescare le scuse nel torbido. Penso per la loro importanza trattarle a parte a parte, come segue:

[27 settembre 1538. Levata di sole, all'àncora presso la Sèssola, vento Grecolevante maneggevole.]

Alla comparsa dell'armata ottomana da ogni altro riguardata con ammirazione e diletto, impensierisce il principe Doria, perchè vede ormai vicino il momento decisivo, tenuto infino allora con tanto studio lontano. Però a pigliar tempo senza suo carico adopera il notissimo ripiego dei consigli, sbrigliando le lingue a lunghi e diversi discorsi. Chiama a sè i maggiori: e come se non avessero già pochi giorni prima deliberato di combattere, rimette ogni cosa in dubbio, e ricomincia: Ecco, dice (come se gli altri lo ignorassero), ecco sloggiato il nemico; eccolo in aperto mare alle nostre spalle. Non può fuggire, nè ascondersi, sta a noi combatterlo, come vogliamo. Ma bisogna pensarci bene, prima di metterci al rischio, perchè sarebbe inutile il pentirsi dappoi. La salute della cristianità, e la riputazione dei nostri principi dipende da questa armata, perduta la quale non abbiamo altro per difendere le nostre marine. Più di tutti pensi il general veneziano, che insieme alla ruina dell'armata sua ne andrebbe per la repubblica la perdita dello stato e della libertà[53]. Non parvi di sentire i medesimi propositi che dopo trenta anni correvano per la bocca dei ministri spagnoli continuamente alla presenza di don Giovanni, e la mattina stessa della battaglia di Lepanto?

Il generale Veneziano risponde non volersi perdere nè punto nè poco in sinistri presagi. Sapere che i suoi Signori di Venezia hanno già preveduto ogni cosa, e comandatogli solamente di combattere senza paura. Lo metta il Principe alla vanguardia, ai maggiori pericoli, dove a lui piace, andrà risoluto, per la fede, per la patria: e trovandosi bene in ordine, con sì bella armata, superiore di numero e di forza al nemico, nel giorno tanto lungamente desiderato, non altro poter pensare che battaglia e vittoria[54]. Il patriarca Grimani, per non dar subito contro il Principe, discute un poco se sia meglio per combattere il muovere o l'aspettare: poi volgendosi alle proposte generose del Veneziano, aggiugne che se i principi collegati avessero voluto soltanto pensare a conservarsi l'armata non l'avrebbero fatta uscire dai porti, nè mandatala in Levante a sfidare i nemici: conchiude che alla vista dei Turchi e di Barbarossa non si può pigliare altro partito che di combatterli e vincerli, per liberare una volta la cristianità dai pericoli e dagli insulti[55]. Gli altri insieme ripetono battaglia e vittoria, tanto più che, durante il consiglio, il vento è saltato a Levantescirocco, vantaggioso all'armata cristiana per piombare con tutta la forza delle galere e delle navi contro il nemico. Onde il Principe, col voto di tutti, termina dicendo: Dunque così sia: e favorisca Iddio il nostro ardimento. Nondimeno la consulta ha fatto perdere tre ore, senza di che saremmo già alle mani.

[27 settembre 1538. 9º m. Levantescirocco fresco.]

La deliberazione della battaglia si propaga in un baleno tra le genti con segni di manifesta universal contentezza. Presti a salpare, a far vela, ed armi in coverta. Le navi divise in due corpi sulle punte delle ali: metà sulla destra al comando di Alessandro Condulmiero, capitano di un galeone veneziano; metà sulla sinistra con Francesco Doria. Le galèe in tre corpi, distanti due gomene tra loro, e scaglionati da sinistra a destra. Il Principe di vanguardia e più largo a mare, appresso i Veneziani nel corpo di battaglia, e il Patriarca ultimo al retroguardo, più vicino all'isola di Santamaura[56]. Le galèe di ciascun corpo tutte sopra una linea distanti, l'una dall'altra per la metà della loro lunghezza: e tanto bene vanno per la via assegnata e descritta nella carta consueta dell'ordinanza, che meglio non andrebbe sulla piazza un drappello di lanzi veterani.

Barbarossa da sua parte, vedendo a vele gonfie e con sì bell'ordine tutta l'armata cristiana farglisi incontro, palpita più d'Andrea: prevede vicino non solo il combattimento, ma più anche la sua intiera disfatta[57]. Nondimeno acconciandosi alla necessità, scompone l'aquila, e distende la curva in figura di mezza luna, studiandosi a remi di accostarsi alla terra per guadagnare sopravvento. Dunque i due padroni del Mediterraneo ci danno nella mattinata buon saggio della loro abilità, e in modo diverso: chè il Pirata, inteso dirittamente al suo scopo, si copre di figure bizzarre; e il Cortigiano conduce linee rette, inteso pur col pensiero e co' fatti al rovescio. Non già che l'arte del navigare e del combattere consista nelle comparse degli aquiloni, delle lunate e dei rettilinei: ma e' son segni evidenti della sicurezza e intelligenza dei capitani; come pur dell'arte e obedienza dei marinari, e della agilità e maneggio dei legni. Segni di eccellenza nei soprastanti e nelle masse: non essendo dubbio che gran cose saprà fare a un bisogno e per necessità, chi sa farne a soprabbondanza per diletto.