XII. — Alla vista di tale ontosa e inaspettata fuga, l'armata, navi e galèe, Veneti, Spagnuoli e Romani, caddero nella confusione, abbandonati senza governo; infino a che questi e quelli, e poi tutti furono di avviso di dover seguire lo stendardo del grande Capitano[65]. Ma nel far vela, e nel poggiare al largo, i navigli si investirono e intricarono tra loro, che se Barbarossa gli avesse caricati, come doveva, cadevano tutti irreparabilmente nelle sue mani. Ma al Pirata non sembrava possibile nè tanto errore, nè così solenne perfidia: sospeso però dell'animo in molti pensieri, temendo strattagemmi, e non volendo arrischiare battaglia, dette tempo ai nostri di allargarsi e di rannodarsi alquanto. Ma poscia reso sicuro del fatto, e orgoglioso dell'inaspettato trionfo, ordinò la caccia, traendo a furia grida di vergogna e colpi di cannone dietro alle spalle dei fuggenti. E non avendo mai la reale del Principe osato voltar faccia, nè contrabbattere, niuno si ardì sparare un sol pezzo per sua difesa. Indi cresciuto tra i Cristiani il disordine ed entrato il timor panico, si dierono a correre a chi più poteva verso Corfù, e quasi venti galere fino in Puglia: e quanti vi ebbero navigli tardi alla vela, o sbandati, tanti furono assaliti e presi dai Turchi.

Qui devo sostenere alquanto per sovvenire, almeno colla voce, alla tredicesima delle nostre galèe, armata in Ancona, e condotta dal cavalier Giambattista Dovizî, detto l'abate di Bibbiena. Il legno, tanto forte per la bravura e pel numero dei combattenti, quanto fiacco di rematori, ebbe danno dai compagni nel procinto della ritirata, e rimase addietro. Assalito da due galeotte, le ributtò tuttaddue; e sarebbe scampato pel valore del capitano e delle genti, se non fosse venuto Dragut con altri quattro contro lui solo. Il Bibbiena si difese da disperato, le ciurme istesse presero l'armi coi soldati, e combatterono alla vista di tutti più di mezz'ora. Finalmente al tramonto del sole la galèa fu presa, quando non vi ebbe quasi più alcuno in vita a difenderla. Sotto gli occhi di Andrea i Turchi abbatterono lo stendardo del Papa, ne incatenarono il capitano, tolsero ogni cosa[66]. La riscossa verrà coll'armi dal nostro conte Gentile, come in alcun luogo diremo.

In somma sul far della sera i Turchi avevano in poter loro una galèa di Venezia, una di Roma, e cinque navi di Spagna, non ostante l'eroica difesa de' loro fortissimi capitani e soldati lasciati in abbandono[67]. Ardevano in mezzo al mare le navi da carico, e il famoso galeone del Condulmiero, che aveva sul mezzodì così bene incominciata la battaglia, abbandonato da tutti e traforato da molte palle, si credeva comunemente perduto, infino a tanto che tutto lacero e sanguinoso dopo tre giorni non fu ricondotto dall'intrepido capitano in Corfù.

[27 settembre 1538. La notte. Scirocco fresco.]

Finalmente venuta la notte dopo l'infelicissima giornata, che ci portò tutti i danni della sconfitta senza niuna prova di battaglia, il principe Doria volle che non si accendessero i fanali, ma celatamente si navigasse di ritorno a Corfù, dove si aveva a decifrare la sua conquista di tutta la Morèa con Patrasso e Castelli. Tutto ciò crebbe animo ai barbari, e dette loro occasione di insolentire maggiormente, dicendo con amaro sarcasmo essere stati nascosti i lumi per coprir meglio tra le tenebre la fuga e la paura[68]. Derisi adunque dai barbari, e fuggendo al bujo tutta la notte, confusi e taciturni volgeano loro malgrado lo sguardo alle cornute punte della luna ottomana, e vedeanla sopraccapo crescere minacciosa e terribile[69]. Imperciocchè i Turchi infino a quel punto timidi e quasi disperati sul mare, non pensando mai di attribuire ad altrui difetto così grande successo, ma ascrivendolo soltanto alla propria bravura, si levarono indi in poi a tragrande superbia, e divennero quanto mai petulanti, arrogantissimi, e solenni dispregiatori del nome cristiano[70].

Quella notte Andrea corruppe il sentimento morale della marineria per tutta la cristianità, togliendole la fiducia e la coscienza della propria virtù. Quella notte certi politiconi dell'equilibrio musulmano (i quali per interesse faceano grande assegnamento sul braccio del Turco come sopra leva sufficiente a contrappesare questo e quello) cominciarono a dar voce che i Turchi erano invincibili per mare. Tenetelo a memoria: e ne vedrete le conseguenze tra i cortigiani della Porta e di Spagna per altri trent'anni e più, fino alle acque di Lepanto; dove Giannandrea avrebbe ripetuto in sesto minore la medesima manovra dello zio, se avesse avuto l'istessa autorità. Andrea previde le conseguenze e gli fu forza di piangere. Ma quelle lacrime non tolsero i disastri, nè discolparono la sua condotta, nè estinsero il fuoco della discordia continuamente rattizzato dai suoi parziali per volerlo difendere a scapito dei Veneziani, come se questi per esser presti alla fuga, in vece dei mattaffioni e delle garzette avessero serrate coi giunchi le vele. Il metodo si usava da tutti, e si usa ancora per buoni effetti, non per fuggire[71]. La causa è vinta, quando l'avversario non ha altro argomento che sospetti assurdi, e ridicole recriminazioni, come queste.

XIII.

[29 settembre 1538.]

XIII. — Le infauste notizie dell'armata corsero rapidissime da Ancona e da Brindisi a Venezia ed a Roma, e le due città presero aspetto di tale costernazione, quale si vede nei giorni più acerbi di pubblico infortunio. Da una parte l'insolenza cresciuta ai barbari e ai pirati, dall'altro l'avvilimento delle armi proprie, il discapito della società e della religione, tutti vedevano; e insieme l'onore delle armi, il sangue dei cittadini, il pubblico danaro, le navi, le milizie gettate in una voragine di guerra e di spesa inutile, anzi vituperosa e per gli indugi e per la fuga del principal condottiero. Tutti cercavano la causa del disastro, pochi la capivano, niuno ardiva scriverla[72]. Ma un fatto tanto grave, con tanta cura preparato, e costantemente seguìto anche dai successori per tanto tempo, deve avere una ragione stabile, arcana, alta, che non mette a pericolo i mancatori, anzi gli assicura e li rende più cari ai padroni e più potenti tra i cortigiani: dunque la ragion di stato. Con lungo studio ho cercato io di spiegare a me stesso questo fatto: ed ora per debito di storico, dovendo ragionevolmente stabilire le cause e gli effetti dei grandi successi, ad esempio dei posteri, ed a giusta retribuzione di lode e di biasimo, cui spetta, grande o piccolo, nostrano o straniero; massime trattandosi di personaggio per tanti titoli commendevole, al quale la pubblica opinione non attribuisce altro che bravure, e da me stesso tante volte lodato, presento ai lettori la sostanza di ciò che han detto in questo caso i suoi difensori, i suoi nemici e gl'imparziali. Si vedrà che tutti, volendo o non volendo, menano alla medesima conclusione, come il lettore dalla precedente esposizione dei fatti deve prevedere.

L'ira e le accuse dei contemporanei contro Andrea non ricorderò io colle parole della plebe rabbiosa, ma colle scritture notissime ed assennate di Scipione Ammirato e di Paolo Paruta, ambedue lodati dal Tiraboschi; e più il Paruta dal Pallavicino, come «Storico egregio tra gli italiani, non meno per candore di sincerità che di stile, e per limpidezza di pietà che di prudenza». Il primo parlando della pubblica indignazione, che veniva crescendo come si moltiplicavano le lettere private, nelle quali minutamente si narravano i fatti e biasimavasi Andrea, dice[73]: «Non vi fu accusa, non vi fu detrazione contro il Doria, che avventata non gli fosse. La sovranità del comando conservavalo in rispetto, altrimenti gli sarebbero corsi in faccia gli sputi universali: tanto era grande la rabbia.... Il mancar di fede è colpa da non rimettersi, nè da gastigarsi mai abbastanza.» Il senator Paruta scende ai particolari, ed enumera ad una ad una le accuse comuni e le voci che allora correvano[74]. La privata amicizia di Andrea con Barbarossa, la venuta di una galeotta piratica al suo bordo presso la Prèvesa, gli interessi suoi nel mantenimento della pirateria, l'avversione contro i Veneziani, la tinta di nero data alle antenne per arcano segno di secrete intelligenze, l'ambizione della propria grandezza, il timore di mettere a rischio la sua persona, l'avarizia delle sue sostanze e galèe, dalle quali dipendeva tutto l'esser suo pel bisogno che aveva l'Imperatore del suo servizio. Indi soggiugne cosa di gran momento e inaspettata, scrivendo: «Nè più degli altri astenevansi da queste accuse gli Spagnuoli: anzi il marchese d'Agialar, ambasciatore di Cesare in Roma, pubblicamente detestava le operazioni del Doria; mostrandosi in ciò forse più ardente per levare quel carico, che da tale successo potesse nascere, all'Imperatore; quando fosse nato sospetto essere ciò eseguito di ordine e di commissione di lui.» Dunque per quanto sia grande il susurro popolare, la destrezza dei ministri e la cautela degli scrittori, una cosa in fondo si rivela dalle parole dei contrari: cioè corso libero a tutte le accuse, salvo al sospetto di infedeltà combinata tra Carlo ed Andrea.